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Plurilinguismo e lingue minoritarie in Europa: intervista a Thérèse Manconi, Università di Pavia

Creato il 12 giugno 2012 da Rosebudgiornalismo @RosebudGiornali

Plurilinguismo e lingue minoritarie in Europa: intervista a Thérèse Manconi, Università di Pavia.di Giuseppe Antonio Taras.

 

Nel settembre 2011 si è celebrata la X Giornata Europea delle Lingue. In tempi di globalizzazione e di omologazione imperante, l’Unione Europea dimostra così di essere particolarmente sensibile alle tematiche inerenti la tutela e la valorizzazione del patrimonio linguistico e culturale degli Stati membri, riservando particolare attenzione alle così dette “lingue minoritarie”.

Della lingua come veicolo di valori identitari, dell’importanza del pluringuismo al giorno d’oggi e di tanto altro ancora, abbiamo parlato con la professoressa Therese Manconi, docente madrelingua francese all’Università di Pavia, relatrice, sui temi in questione, in importanti convegni e conferenze.

1)La lingua esprime l’universo culturale di un popolo, ne rispecchia il modo di cogliere la realtà, ne veicola valori e sentimenti. Certe espressioni idiomatiche, certi modi di dire sono-­ non a caso-­ tipici del contesto umano, socio-­culturale in cui quella determinata lingua è nata, si è sviluppata e viene utilizzata, e pertanto sono difficilmente traducibili in un’altra. Quanto è importante la lingua nell’esprimere l’appartenenza ad un “gruppo”, nel difenderne la sua identità e nel consegnarla alla memoria collettiva?”

Cercherò di circoscrivere la mia risposta, anche se il tema meriterebbe una ampia trattazione. Prenderò come spunto alcune considerazionni tratte da ricerche che (solo)apparentemente si allontanano dal nostro proposito. Mi riferisco alle tesi della psico-­pedagogista francese Catherine-­Juliet DELPY e della ricercatrice (in ambito acquisizionale ) Silvia LUCCHINI. Le loro ricerche convergono su più punti e danno conferme “incrociate”, anche se in discipline diverse, ma non per queste scollegate sul ruolo imprescindibile della costruzione di una lingua-­cultura stabile, quale processo di “ominizzazione”. Delpy , parlando dell’importanza della presenza delle lingua dei genitori migranti nella costruzione dell’essere di cultura che è ogni essere umano, dimostra in modo efficace che la scuola DEVE diventare il luogo della “transizione” (in senso Winnicottiano, s’intende) tra una cultura (quella di origine dei genitori) e l’altra(quella del paese di accoglienza, se…. accogliente è veramente, aggiungo io). Ma torneremo più avanti su ruoli e statuto della scuola sotto questo aspetto.

Plurilinguismo e lingue minoritarie in Europa: intervista a Thérèse Manconi, Università di Pavia.

La lingua è il sistema culturale che “avvolge il gruppo sociale, sostiene l’individuo e lo rende riconoscibile nella sua pecularietà”. Le declinazioni sono quindi innumerevoli: lingua (e cultura), lingua nella cultura;; cultura nella lingua. La “scenografia” (gli oggetti culturali) che accompagna la trasmissione della lingua-­cultura emerge già dalle prime fasi dell’acquisizione: è noto a tutti che nella fase detta di “babillage” si possono distinguere ad esempio un neonato inglese (impronta dello stress) da un neonato francofono… Il bambino bi-­plurilingue diventa quindi “passeur” di lingue. L’originalità e l’efficacia della tesi di Delpy sta proprio qui (raggiungendo poi le conclusioni di Lucchini): solo e soltanto se al bamino è stata data la possibilità di costruire una cultura 1 (una lingua 1), questi potrà aprirsi, si sentirà autorizzato a parlare la lingua 2, ad avvicinarsi alla lingua-­ cultura 2. La costruzione di ogni essere di cultura avviene con la diversità delle lingue, non in conflitto tra esse. La psicopedagogia ci indica pertanto che l’approccio di maggior profitto è quello della valorizzazione delle lingue, dei dialetti, delle lingue minoratorie, perchè parte integrante del processo di “ominizzazione”. Ci piace ricordare qui, con Michel Serres, che il verbo abitare prende la sua radice dal verbo avere

Silvia Lucchini, nella sua indagini circa le motivazioni, le ragioni che potrebbero sottostare alle difficoltà linguistiche riscontrate dai figli di migranti, si sofferma sulla mancanza di stabilità della lingua 11 come causa principale della mancanza di stabilità. Già gli studi di Hamers e Blanc avevano evidenziato quanto fondamentale fosse il ruolo della lingua-­madre nello sviluppo linguistico del bambino. La devalorizzazione della lingua della famiglia (mancanza di prestigio, ecc…) a vantaggio della lingua della scolarità (prestigio sociale) si conclude con un doppio fallimento: cancellazione della L1 e non-­acquisizione della L2. Lucchini elenca alcune qualità che deve presentare questa lingua di riferimento: stabile, normata. Sarà la competenza acquisita in questa lingua prima che consentirà le attività meta-­linguistiche necessarie per l’apprendimento/acquisizione di altre lingue. Se accostiamo sempre alla parola lingua, la parola cultura, abbiamo delineato, credo, un quadro che evidenzia la complessità dell’affermazione iniziale posta nella domanda e che trasformeremo in questo modo :poichè “la lingua esprime l’appartenenza al gruppo, ne difende la sua identità e ne consegna la memoria collettiva”, la lingua va coltivata, parlata, insegnata, “messa in scena” con canti, racconti, filastrocche. Ma non solo: l’autore ebraico David Grossman ci indica quanto radicata deve e può essere ogni lingua “naturale”. Egli, a proposito del suo bilinguismo ebraico-­inglese, non esita ad affermare che preferisce parlare ebraico, è la sua lingua naturale, quella in cui si sente a proprio agio. E che si può parlare di tutto in ebraico: politica, letteratura, vita. Pur essendo una lingua antica, ridiventa nuova, assolutamente adeguata a parlare di cose molto moderne. Dovremmo tenerne conto per la definizione dei programmi scolastici nell’ambito dell’insegnamento della lingua sarda, in particolar modo.

2)Lo scorso 26 settembre si è celebrata la X Giornata Europea delle Lingue. In tempi di globalizzazione e di omologazione imperante, l’Unione Europea dimostra così di essere particolarmente sensibile alle tematiche inerenti la tutela e la valorizzazione del patrimonio linguistico e culturale degli Stati membri, riservando particolare attenzione alle così dette “lingue minoritarie”. Rispetto ad altre parti d’Europa, dove sono presenti minoranze linguistiche (Catalogna, Occitania etc…)com’è, secondo lei, la situazione sarda?

La situazione sarda rappresenta, a parer mio, un paradosso inspiegabile e a tratti doloroso per il ritardo accumulato, sia a livello italiano che a livello europeo. La Regione Sardegna, pur condividendo con altre Regioni uno statuto speciale, non ha mai attuato politiche operative di insegnamento della lingua sarda, sul lungo termine. E questo in totale contraddizione con quanto promulgato a livello europeo (il progetto EVLANG, oppure la Charte européenne …del 1992!). Ora, è bene ricordare che con i suoi circa 1.300.000 parlanti, la lingua sarda è la prima tra le lingue “minoritarie” parlate sul territorio italiano…

Depau spiegava (nel 2010) che questa assenza di politiche linguistiche in Sardegna è dovuta, almeno in parte, alla mancanza di indagini conoscitive sull’uso reale del sardo e sulle azioni da intraprendere nelle scuole per la valorizzazione del sardo, se non le ricerche ISTAT e IRRE più recenti.

Questa “freddolisità” è anacronistica (viviamo in un epoca in cui siamo “condannati” ad essere bilingui) e, credo con Depau, che il non aver inserito l’insegnamento della lingua nei programmi scolastici ufficiali, l’aver demandato la “promozione” del sardo al finanziamento di progetti proposti dalle scuole, su una programmazione triennale(!) ha tolto ogni prospettiva a lungo termine, devalorizzando difatti la lingua stessa. Intendo dire: se le “micro-­alternanze” nella Valle d’Aosta sono state attuate con un discreto successo in termini di risultati, se il Trentino-­Alto Adige promuove un insegnamento bilingue (o plurilingue), perchè la Sardegna fa queste non-­scelte? Credo che serva più coraggio politico e maggiore implicazione nella definizione di programmi scolastici che tengano sì conto della specificità di ogni ordine scolastico, ma che si facciano carico in toto (anche sulla scia di quanto abbiamo detto in risposta alla prima domanda) della promozione del sardo.

Peraltro, i dati che emergono dalle due ricerche citate confermano che il pubblico intervistato è ben disposto, nella sua maggioranza, nei confronti di un insegnamento della lingua sarda a scuola. Chiedo venia per il gergo socioloinguistico: ma mancano ancora in Sardegna del tutto attività di “status planning” e di “acquisition planning”.

Rispetto al caso del catalano, c’è da rimarcare che, in Sardegna, non vi è ancora nessuna pianificazione linguistica operativa, allorquando non vi è nessun impedimento normativo che possa giustificare tale -­ colpevole-­ ritardo. Forse, il “bilinguismo endogeno con “dilalia” di Berruto si spiega anche così…

3)La conferenza sulla lingua sarda, svoltasi a Fonni, lo scorso anno, ha messo in luce la peculiarità culturale e linguistica della nostra isola e ha focalizzato l’ attenzione sulla cosìddetta “trasmissione generazionale” elaborando strategie idonee ad incentivarla. Famiglia, scuola e mass-­media, sono gli ambiti, individuati dalla conferenza, per veicolare e diffondere il più possibile il sardo tra le nuove generazioni: su quale ambito scommette di più per un’efficace trasmissione intergenerazionale, non solo del sardo ma anche delle altre lingue?

Gli ambiti evidenziati dalla conferenza si sovrappongono, in parte, con i dati emersi dalla ricerca IRRE : famiglia, luoghi di socializzazione e scuola sono considerati, dagli intervistati, gli ambiti privilegiati di uso delle lingue locali. E tra questi (come a confermare quanto dicono Delpy, Lucchini, e tanti altri), il contesto familiare spicca e appare come il più importante per la salvaguardia del sardo. I risultati di questa inchiesta mi confortano nell’idea che alla famiglia debba essere deputato il ruolo fondamentale di trasmissione della lingua-­cultura, supportata in questa da adeguate politiche linguistiche tale per cui la scuola , l’educazione in senso lato, diventa luogo per eccellenza del plurilinguismo. La famiglia deve sentire che il suo ruolo viene riconosciuto dalla scuola, viene valorizzato da politiche linguistiche mirate e ad ampio spettro, nonchè a lungo termine. Non avrei nulla da aggiungere sul ruolo dei mass-­media. Ma riallacciandomi alle operazioni di “acquisition planning” volte a aumentare o consolidare il prestigio di una lingua, direi che occorre guardare con più attenzione all’aumento della percezione, delle rappresentazioni che il parlante ha della propria lingua, così come molteplicare produzione e riproduzione della lingua. E in questo, credo che la produzione letteraria debba fare la sua parte. A scanso di equivoci, non intendo banalizzare nè asservire la letteratura, ma ampliare e/o dare maggiore risalto (tramite i mass-­media.?.. ma non soltanto locali, le case editrice) a quanto fanno, scrivono gli autori sardi. Fois e Todde incarnano, a parer mio, due modi diversi di promuovere, di garantire la transgenerazionalità della lingua-­cultura sarda: aldilà delle ambientazioni, dei luoghi, dei personnaggi che ognuno di questi scrittori predilige, mi colpisce il loro uso della lingua sarda.

Mista, dichiaratamente alternata (con sapienza) da Fois, mista ma sotterranea per Todde. Non creiamo delle piccole “enclave” per una letteratura “folcloristica” (con tutto rispetto per il folclore, sia chiaro), ma creiamo una rete di editoria che non sia di “nicchia”, apriamo una finestra sulla diversità delle culture.

4)Francese, italiano e sardo hanno evidenti analogie con le altre lingue romanze (spagnolo, catalano, occitano etc…), sono quindi rintracciabili costanti, principi e aspetti condivisi. Quanto è importante la comparazione nella riflessione linguistica?

Questa domanda è molto interessante e d’attualità. La filologia comparata cercava (invano) principii comuni a tutte le lingue (per famiglie o ceppi linguistici). Tale pproccio portava, paradossalmente, a mettere in risalto più differenze che non analogie. Gli approcci contrastivi si sono poi nutriti di queste differenze.

Fusco dichiarava-­ cito a memoria-­: ” L’italien et le français sont deux langues cousines, c’est bien ce qui nous emmerde…”. Le analogie sono viste, in questa ottica, come un ostacolo all’apprendimento: i famigerati “falsi amici” (termine che aborro!).

Di tutt’altro tenore è un approccio abbastanza recente e molto proficuo nell’apprendimento/insegnamento delle L2 o straniere: quello dell’intercomprensione tra lingue romanze. Per intercomprensione, s’intende l’apprendimento di lingue con l’ausilio di strategie che consentano la trasferibilità di conoscenze e abilità già acquisite2 da una lingua all’altra. Sfrutta pertanto appieno il bagaglio acquisito nella L2, e la trasferibilità in lingue affini. Come scrive Marie-­Christine Jamet, “sfruttare le somiglianze non significa ‘tradurre’ (…) ma si afferra il significato, anche attraverso sequenze strane nella proprio lingue, ma capibili”. Affeziono particolarmente questo concetto, perchè è democratico, rispettoso delle differenze, della diversità, pur mettendo in risalto le analogie. Rimette al primo piano ciò che per noi è una ovvietà che, purtroppo (proprio perchè fin troppo ovvio, è stata accantonata e persa di vista), vale a dire: non vi è nessuna gerarchia tra una cultura e un’altra, tra una lingua e un’altra. Interessanti sviluppi didattici di tale approccio si ritrovano in alcune pubblicazioni ma confluiscono anche nel progetto europeo Galatea (Socrates) o sulla piattaforma Galanet. Mi sembra che tutti questi nuovi stimoli vadano sempre più nella direzione di una valorizzazione del plurilinguismo “attivo”, partecipato e reale. Le politiche linguistiche, in particolar del sardo, dovrebbero guardare, a parer mio, con grande attenzione a questi nuovi strumenti, per evitare ogni chiusura locale e per incentivare, promuovere una modernità della lingua sarda, vincendo, forse, in questo modo le reticenze, le resistenze che ancora esistono, sulla pertinenza dell’insegnamento delle lingua sarda a scuola. Non vi sarebbe nulla di anacronistico, secondo me, ad insegnare determinate discipline in sardo, in tale ottica, perchè ne sarebbe arricchito dal confronto con altri sistemi linguistici.

5)Parlare più lingue, sin da piccoli, rappresenta indubbiamente una ricchezza formidabile: ci parli, anche in base alla sua esperienza professionale, dei vantaggi e delle opportunità offerte dal plurilinguismo.

In quanto figlia di immigrati sardi in Belgio, credo di aver vissuto, anche in modo inconsapevole, esperienze di plurilinguismo. Ho mitizzato il sardo perchè collegato a persone care, momenti di intimità, racconti, affetti, ma ne ho una conoscenza passiva (mio malgrado…). Ricordo con emozione scambi “asimmetrici” sardo -­ italiano (che per me era, ed è tuttora, L23!) con mia nonna o con mio nonno;; stavamo, senza saperlo, mettendo in pratica una “intercomprensione” ante litteram. Il plurilinguismo per me è un mosaico: è una costruzione lenta, consapevole o inconsapevole, di un essere di cultura.

Può diventare scomodo, poco attraente quando le lingue-­culture che lo compongono sono messe in posizione di conflitto, di gerarchia. Ciò che cerco di trasmettere sempre ai miei studenti è che devono riflettere sul loro bagaglio linguistico, senza omettere nulla: dialetti, lingue, contatti sporadici o prolungati con lingue, culture altre. L’uomo solo non esiste: eppure, ricordo ancora uno studente -­ pavese-­ che mi diceva che non aveva altre lingue, nel suo bagaglio linguistico, al di fuori dall’italiano… 4Probabilmente, questo tipo di affermazione (per niente isolata, purtroppo) è figlia dell’operazione di livellamento linguistico-­culturale di cui si è resa complice la scuola (non solo in Italia). La lingua italiana stessa viene insegnata come un oggetto esterno al parlante(stesso discorso vale per la lingua francese e, immagino, di tantissime altre lingue): le descrizioni rormative e dogmatiche che gli vengono offerte/imposte fornisce all’”utente”, di riflesso, una visione uniformata del mondo. Ecco, credo che il plurilinguismo ci debba salvare, debba salvaguardare l’individualità, la diversità. Ed è per questo motivo che apprendere/acquisire nuove lingue costa fatica, tanta, perchè ci costringe a rimettere in discussione, sempre, le nostre convinzioni, a cercare sempre di creare un nuovo pezzo del mosaico e incastrarlo (almeno tentarci) in armonia con gli altri pezzi già posizionati…. Ma quali migliori “pretesti” per leggere, ascoltare, scrivere, parlare in francese, sardo, italiano, inglese, tedesco, arabo, albanese…. Se mi è concesso, aggiungerei che la sfida del plurilinguismo e del pluri-­multiculturalismo sta proprio nell’accettazione di un uso democratico e democratizzato dello strumento linguistico: l’essere di cultura che siamo ha il diritto di costruirsi una cultura propria, indipendentemente dall’origine geografica. Chiedo venia se torno a un esempio personale, ma nulla potrà mai scalfire la mia consapevolezza che, seppur di genitori sardi, il pezzo più grosso del mio mosaico è costituito dalla lingua e cultura del Belgio, corredato da un altro pezzo, di uguale importanza ma con sfaccettature diverse, della lingua e della cultura sarda. E altre ancora… Ritengo che questa sia la battaglia da vincere ora, per noi e per tutte le generazioni future, naturalmente portate alla mobilità, ai flussi migratori. Accettazione e apertura della e con la diversità. 

Note

1 Gli ambiti studiati sono i flussi migratori della popolazione italiana nel Belgio francofono, nella lingua 2.

2 Mi piace ricordare qui l’importanza dello sviluppo di procedure atte a consentire attività metalinguistiche,fondamentali per l’apprendimento/acquisizione di altri sistemi linguistici (vedi Cummins; Porquier; Giacalone Ramat, e altri…)

3 La dicitura L1, L2, L3, …. potrebbe lasciar intendere una “gerarchizzazione” di queste, ma è quella comunemente adottata in ambito glottodidattico, e a questa ci riferiamo.

4 Appare evidente, in questo caso come in tanti altri, quanto siamo dipendenti di rappresentazioni sulla nostra lingua.

Featured image, lingue del mondo per principali famiglie, fonte Wikipedia.

Nella seconda foto Ferdinand de Saussure (1857-1913), linguista svizzero.


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