PoEtica intervista La Poesia E’ Reale, Poetry Band

Creato il 05 febbraio 2012 da Vivianascarinci

La Poesia E’ Reale, Libreria Libra PoEtica Sabato 11 Febbraio ore 19,00

via San Michele, 63 Morlupo RM

La Poesia nasce nell’antichità come canto. Noi crediamo, quindi, che la poesia ancora oggi abbia bisogno di una voce, perché la poesia prima di tutto è suono, una voce potente e che non può sonnecchiare nei cassetti dei timidi, che non sia semplicemente un rumore di fondo che si limita a ronzare dando un fastidio lieve… se deve dare fastidio è meglio che sia un vero pugno nello stomaco (concettualmente). In un periodo storico in cui in Italia la Poesia non è più la più importante forma di comunicazione è giusto che i poeti facciano uno sforzo in più, tornino nelle piazze, portino la parola e la ricerca della parola tra la gente, si facciano, se necessario, venditori “porta a porta”. Gabriele Peritore

Un’intervista di Viviana Scarinci a Cony Ray, Gabriele Peritore e Marco Orlandi

1.La Poesia E’ Reale si può definire un sodalizio di tre poeti Cony Ray, Gabriele Peritore e Marco Orlandi. Quando è nata l’idea di dar vita a questo progetto?

Cony Ray: Il progetto è nato nel Maggio 2010. A seguito di una cena con Marco Orlandi e di una mia conversazione telefonica a tarda notte con Gabriele Peritore, e nei giorni successivi nel susseguirsi di e-mails fra di noi abbiamo messo a fuoco le linee guida del nostro progetto. L’idea di formare una Poetry Band composta da tre poeti che attraverso l’esibizione “live” delle loro liriche con un approccio nuovo nella declamazione delle stesse, proponesse una performance poetica con l’impatto e la dinamica di un concerto musicale, in forma di ConcertoPoesia : una sorta di partitura per tre voci e tre poeti senza supporto musicale, poiché la musica è nelle parole e nei differenti timbri vocali dei tre poeti, con l’obiettivo fondamentale di coinvolgere e interagire con il pubblico.

2.Qual è il rapporto tra le vostre poetiche?

Gabriele Peritore: E’ nell’affrontare da diverse angolazioni determinate tematiche come nei differenti stili di scrittura che va ricercato il rapporto tra le nostre poetiche.
Per esempio nella scelta delle liriche che danno vita alla scaletta del ConcertoPoesia, tratte dalle nostre ultime pubblicazioni, abbiamo cercato di creare un rapporto e farle convivere tra di loro nella ricerca di un comune denominatore, o come amo definire “analogie elettive”, che sta nel denunciare tra i versi il disagio sociale e l’inadeguatezza esistenziale.

3.Qual è, se c’è, il diverso valore che intercorre tra la poesia scritta e quella messa in campo da una performance?

Gabriele Peritore: La Poesia nasce nell’antichità come canto. Noi crediamo, quindi, che la poesia ancora oggi abbia bisogno di una voce, perché la poesia prima di tutto è suono, una voce potente e che non può sonnecchiare nei cassetti dei timidi, che non sia semplicemente un rumore di fondo che si limita a ronzare dando un fastidio lieve… se deve dare fastidio è meglio che sia un vero pugno nello stomaco (concettualmente). In un periodo storico in cui in Italia la Poesia non è più la più importante forma di comunicazione è giusto che i poeti facciano uno sforzo in più, tornino nelle piazze, portino la parola e la ricerca della parola tra la gente, si facciano, se necessario, venditori “porta a porta”.
Ad esempio all’interno della nostra performance ognuno dei tre poeti, lavorando sulla tonalità e l’impostazione della propria voce, interpreta non solo i propri versi ma interviene e interagisce nella declamazione anche sui versi degli altri o addirittura su un solo verso o parola di un altro poeta, dando vita ad un gioco di voci incrociate, a dei refrain, a dei cori, fino ad arrivare a degli assoli.

4.La vostra partecipazione al documentario POETI del 2009 del regista Toni D’Angelo segna una tappa importante del vostro percorso, volete parlarcene?

Marco Orlandi: Partecipare al documentario POETI è stata per tutti noi un momento importante sia dal punto di vista umano che artistico. Ciò è stato possibile grazie alla stima che ci ha degnato l’amico e poeta Biagio Propato, tra i protagonisti principali del docu/film, e alla sensibilità e coraggio del regista Toni D’Angelo. Incontrarci in questo contesto ci ha permesso, in seguito, di accendere la scintilla per il nostro progetto. Il documentario POETI ha concorso nel 2009, per la sezione “Controcampo Italiano” alla 66° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica – Biennale di Venezia. Il tentativo del regista è stato quello di scovare, nell’assoluta libertà e casualità, le voci emergenti nel panorama poetico contemporaneo. A 30 anni dal 1° Festival Mondiale di Poesia che si è tenuto nel 1979 a Castelporziano, una sorta di Woodstock della poesia, siamo stati onorati, attraverso la nostra partecipazione, con le nostre idee e i nostri versi, di contribuire ad accendere nuovamente l’interesse verso questa forma d’arte e di comunicazione che nel nostro Paese sopravvive ai margini. Una sorta di Cenerentola della cultura.

5. In che termini si articola il vostro sostegno a EMERGENCY nell’ambito della vostra performance?

Marco Orlandi: La Poesia E’ Reale, fin dal suo nascere, ha desiderato fortemente di mettere la poesia al servizio e a favore di una causa nobile. Tra le varie opportunità, poiché siamo sensibili alle cause sociali, abbiamo deciso quella di sostenere EMERGENCY. In occasione di ogni ConcertoPoesia, La Poesia E’ Reale sostiene ufficialmente l’attività di EMERGENCY attraverso la vendita, ad un prezzo “speciale”, delle ultime pubblicazioni dei tre poeti promotori e protagonisti del progetto, devolvendo parte dell’incasso all’Organizzazione Ong Onlus.

6. Che importanza ha nell’ambito stretto della vostra poetica l’impegno per il sociale?

Cony Ray: E’ dai tempi di Pasolini che la Poesia non ha una voce impegnata socialmente. Forse non è un caso che il progetto de La Poesia E’ Reale abbia avuto la sua genesi in Via Pier Paolo Pasolini, a Fiano Romano. La poesia, attraverso i versi fissati nelle pagine di un libro come declamati e interpretati in una performance poetica, è un mezzo sublime, di notevole straordinarietà quando dà voce a quanti non hanno voce. A quanti sono relegati ai margini dalla cosiddetta società “civile” per la loro condizione umana ed esistenziale. La poesia è anche un mezzo attraverso il quale si può catalizzare l’attenzione di un lettore, come di uno spettatore, dinanzi a quei temi che spesso e ancora nel nostro Tempo sono oggetto di riflessione, di notizie di cronaca e di denuncia sociale ma che rischiano a volte, per mezzo dei mass media, di non incontrare la giusta e dovuta attenzione agli occhi e orecchie dell’opinione pubblica. Ad esempio, come se la notizia e le immagini di un fatto grave e di ingiustizia sociale nel suo essere reiterato nell’eccessiva informazione o nell’assoluta indifferenza da parte dei mass media si annullasse e perdesse un po’ della sua drammaticità.

7. Quali sono le tematiche ricorrenti nella vostre poetiche?

Marco Orlandi: Difficile parlare di se stessi, e difficile farlo con due parole. Direi che al centro della mia poesia ci sia il bisogno dell’apertura, dell’andare “oltre”. Attraverso le possibilità che il linguaggio poetico offre di esprimere (per quanto gli è possibile) l’inesprimibile; creando atmosfere, sensazioni, sentimenti che l’esperienza comune difficilmente – o per lo meno con minor raffinatezza, minori sfumature – potrebbe cogliere (e di sfumature, nella società appiattita, monocorde in cui viviamo, c’è molto bisogno direi). La poesia può muovere nello spazio-tempo dell’immaginario le lettere e le parole, le unità minime di significato e dei suoni, le cose rappresentate. Le profondità che ci fa cogliere, vivere, respirare, sono il frutto di questo suo agire magico.
Fondamentali per me, a livello di contenuto, sono il rapporto (fisico, organico – prima ancora che dialogico – ) con la natura (Leopardi è un profeta!), e la forza dei ricordi che mi àncora al passato, che esalto e cerco. I ricordi – le persone scomparse, le nostre esperienze individuali – sono qualcosa che ci fa sentire vivi, con un risvolto negativo: i ricordi portano alla nostalgia, e riconducono alla vita che finisce. E alla vita d’oggi manca l’“oltre”; manca proprio quell’elemento “morte”, che ciascuno di noi vive come tabù, facendo finta di vivere in un eterno presente (per dirla con Marc Augé), immerso nella noia degli oggetti e dei sentimenti di consumo della società di massa. Considero le mie poesie come pugni, mani vitali, imprecanti: un sussulto di reazione (scatenato soprattutto dalle immagini create ed evocate), un invocazione di ripresa dagli aspetti negativi della vita postmoderna; per uscire da quel tunnel senza luce in cui ci siamo cacciati, andare oltre la realtà desertificata (la waste land, per dirla con Eliot) in cui ci siamo inconsapevolmente ritrovati, durante il nostro cammino di umani.

La poesia di Cony Ray è magistrale, secondo me, nella modalità comunicativa che utilizza, con un effetto di amplificazione del coinvolgimento emozionale: Cony Ray lascia parlare le persone, riproduce frammenti di vita comune (in questo si vede chiaramente l’impronta della poesia angloamericana, da Whitman, Lee Master alla beat generation); la parola poetica indossa “maschere” di figure marginali o emarginate della società (di una prostituta, ad esempio, ma anche quella dello stesso poeta), si cala in situazioni di vita sociale ed esistenziale outsider, rivivendole empaticamente per gridare la verità dei sentimenti umani, la purezza. Da ritrovare proprio lì dove la morale di molti non andrebbe, o poco andrebbe a cercare (Pasolini docet). L’approccio poetico di Cony Ray, ancorato alla realtà asciutta, emoziona, in virtù di una modalità di sguardo asciutto al reale che è pari a quello (dichiaratamente nella sua opera Interno 4, da considerare per l’autore come un “film da leggere”) indiscreto di una videocam. Se la civiltà contemporanea è civiltà dell’immagine (e il cinema la sua arte per antonomasia), la poesia di Cony Ray dall’“immagine” (collettivamente intesa soprattutto come “apparire”) prende le mosse, per riaccorciare le distanze che lo separano (che ci separano) dall’ “essere”.

La poesia di Peritore sembra un viaggio interminabile, senza partenza né meta (e diversamente non potrebbe essere, dato il luogo-non luogo di cui si parla) attraverso il caos primigenio. Gli esseri viventi e le cose, come anche gli oggetti antropizzati (“pullman”: cito un suo verso), sono messi in movimento dalla parola poetica. Si direbbe che con Peritore la poesia parli di sé, faccia sentire la sua presenza al mondo che la vuole emarginare, smuovendolo e scotendolo da dentro: mi fa venire in mente l’immagine di un fantasma (nel nostro caso la poesia) che si introduce in un oggetto inanimato (alias, nel nostro caso il mondo piatto attuale) e possedendolo gli dà vita. L’imprevedibilità dei ritmi e delle parole contribuisce a sortire l’effetto. In questo senso la forma, nella poesia di Peritore (se ciò è vero in poesia in genere lo è a maggior ragione nella sua) è essa stessa contenuto. La poesia, che è figlia dell’ancestralità, dell’arcano, con Peritore entra come un Dioniso nella nostra immagine standardizzata e monocorde della realtà per riportare la nostra vita alla sua vera normalità e anormalità. Una poesia che sgomenta, impaurisce, ma anche scuote a liberarci dagli impacci, non disdegnando – come deve essere nella vera vita (o “vera vite”, parafrasando una sua opera)- l’atteggiamento ironico e il sorriso saggio sul Fatto della vita. Questa speciale modalità nell’approccio poetico è congeniale a Peritore, al bisogno da lui sentito, vitale – come a lui piace ripetere spesso durante le nostre conversazioni (e in questo siamo pienamente in affinità con lui, perché La Poesia E’ Reale nasce con tale intento) – di “tornare tra la gente”, di riportare la parola poetica nella comunicazione popolare. “Con un intento divulgativo e ‘volgarizzatore’, non nel senso di crogiolarsi nel linguaggio volgare, ma nel senso dantesco, o belliano, semmai, di ‘tornare nel volgo’”.

Centrale è nella nostra poesia, sottolineare, al di là delle differenze individuali di stile e impostazione (ma il bello del resto, è proprio trovare le consonanze nelle dissonanze, armonizzare le differenze, che poi, nei poeti e gli artisti in genere, non sono differenze, direi, ma sfumature) il ruolo del poeta nella società attuale. Una realtà contraddistinta dall’inaridimento della comunicazione interpersonale e della relazionalità.
C’è un tratto di stile, che comunque ci accomuna: i nostri versi sono spesso oggetto di innalzamento dei toni, di “urlo poetico” necessario. Ci sentiamo di sposare in pieno le parole del cantautore-poeta Léo Ferré: “La disperazione è una forma superiore di critica. Per ora noi la chiameremo felicità”.


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