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Politica e classe dirigente: riflessione di un elettore amareggiato

Creato il 07 febbraio 2013 da Postpopuli @PostPopuli

di Alessio Sorrentino

L’avvicinarsi delle elezioni politiche coinvolge anche i meno interessati nel confronto partitico che, a colpi di soliti intenti, infamate eleganti e calciatori, adopera i protagonisti per accaparrarsi quanti più voti possibile, da moltiplicare per 5 come gli euro di rimborso per voto.

Quando siamo poco più che ragazzini, sui libri di storia la politica compare come atto di passione, intrigo ma soprattutto intelletto. Da Napoleone a Gandhi, passando per Benso e Lincoln, studiamo grandissime personalità che dimostrano diversi tipi di politica che, al di là delle ragioni storiche per cui si trovano ad agire, si intride di intelletto e possanza nel voler cambiare le cose. Vedendo la realtà d’oggi dinamica e complessa come non mai, è triste percepire la propria classe dirigente svuotata di un qualsiasi peso carismatico, ma piuttosto associarla a moralità da basso impero. In un mondo che dà molta più libertà di conoscere e studiare rispetto al passato, si dovrebbe considerare i propri rappresentanti come uomini di intelletto, capaci di pensare ad alto livello. Quantomeno per legittimare la loro posizione privilegiata nel determinare le sorti di un paese e milioni di abitanti, non certo perché debbano pensare al posto nostro.

POLITICA E CLASSE DIRIGENTE: RIFLESSIONE DI UN ELETTORE AMAREGGIATO
L’attuale legge elettorale, sembra sia stata fatta ad hoc per smontare ogni speranza di questo tipo: il meccanismo perverso di incentivi instaurato per i parlamentari, esclude a priori le eccellenze a pro dei “furbetti del quartierino”. Prima dell’avvento del Porcellum, il parlamentare eletto su base territoriale godeva di un certo peso specifico in proporzione ai voti che portava al partito tramite la sua elezione. Questo spingeva il candidato a svolgere azioni in concreto sul proprio territorio, anche fosse solo a fine di campagna elettorale. Inoltre, nelle decisioni interne, la disposizione della forza intrinseca determinata dal voto dei propri elettori, gli permetteva di rappresentarli realmente. Oggi invece è il partito a scegliere i propri candidati, togliendo a questi ogni ragione di considerazione, poiché privi di un consenso popolare. Al di là delle recenti “parlamentarie” o le sbandierate “liste pulite”, illusioni per cercare di recuperare credibilità con operazioni rivelatesi inconsistenti, la legge ci presenta di fatto una situazione per cui ogni schieramento può scegliere i propri soldatini di latta certamente non spinti dal basso, al massimo paracadutati dall’alto. L’impossibilità di dare un valore alle azioni di un parlamentare, toglie ogni attrattiva al fiore delle nostre menti di entrare in politica. Chi ha lavorato una vita per diventare il migliore nel proprio ambito, non ha incentivo ad andare in parlamento per contare come uno zero. Se parliamo del meglio, sicuramente la politica non è un diletto o una principale fonte di guadagno, ma piuttosto una risposta al dovere civico di parteciparvi per quanto ci permettono il nostro tempo e le nostre possibilità.

A prescindere da ciò che è successo dopo la caduta del governo tecnico e dalle sue azioni, è innegabile come i suoi componenti fossero tutte personalità estranee alla politica propriamente detta, ma grandi esperti con alta credibilità negli ambiti da cui essi provenivano. E tutti mai avrebbero pensato di entrare in politica, se non subito con un ruolo di responsabilità. Ed è giusto! La diffusa fuga dei cervelli dall’Italia è già sufficiente come azione di masochismo verso l’estro delle nostre capacità. Non possiamo pretendere che in campo politico la naturale scala che deve partire per tutti dal noviziato, sia sostituita da un’autarchia immobile, da cui si emerge grazie a compromessi sottobanco o raccomandazioni. In poche parole un sistema mafioso nel quale si crogiola chi ha il guadagno ed i privilegi alla base del proprio “pensiero politico”, che non fa fatica a mutare o scomparire per garantire la riconferma. Addirittura, ricordandosi della libertà di pensiero che la Costituzione concede ai veri politici per mantenerli indipendenti, certi soldatini si sono evoluti in veri e propri mercenari di melma, come il poliedrico (e ricandidato)  Onorevole (?) Scilipoti ci insegna.

Di tutto questo viene da chiedersi se la fonte sia l’incompetenza di chi è ed è stato in Parlamento, o piuttosto di almeno pochi che la testa la sanno usare bene, ma senza saper trovare un’ispirazione diversa da quella egocentrica. In fondo è un sistema comunque complesso da allestire.

Scegliere tra uno stupido o un ladro non è affatto facile. Di sicuro mortificante.


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