Pozioni curative e “buona morte”

Creato il 06 novembre 2015 da Alessioscalas

In un’isola magica e misteriosa come la Sardegna l’eco di tradizioni sussurrate da secoli vive e si fa udire ancora oggi, soprattutto in quei centri lontani dalle coste, in cui l’isolamento rallenta la scomparsa di antiche abitudini e credenze.

Come in alcuni paesi interni dell’Ogliastra, o della Gallura di nord-est o della selvaggia ed ermetica Barbagia, teatro della non troppo lontana epoca del banditismo sardo.
Ed ecco, allora, forse un po’ desueti, ma per nulla morti (e counque vivi nella memoria), riti abbinati all’utilizzo di erbe officinali per guarire da malattie fisiche o da disturbi psichici; ecco pratiche propiziatorie che potevano essere eseguite soltanto in concomitanza delle feste religiose. Se il malato presentava sintomi tali da non lasciare speranza di vita, entrava in scena la figura deputata a procurare la dolce morte, la femmina accabbadora, letteralmente “colei che finiva”, chiamata dai familiari per porre fine all’agonia del proprio caro con un preciso e sapiente colpo alla tempia. Riti propiziatori che si differenziano di paese in paese, preparazione di erbe dai poteri miracolosi, frasi precise ripetute quasi in una nenia magica. La buona salute e la buona morte, il tutto fino a non molto tempo fa.
Gli ultimi interventi documentati della femmina accabbadora, per esempio, avvennero nel 1929 a Luras, paese che si estende su un poggio granitico del massiccio del Limbara, e a Orgosolo addirittura nel 1952. Al Museo etnografico Galluras (tel. 079.64.72.81, 368.33.76.321; info@galluras.it) nel centro di Luras è possibile osservare lo strumento di morte utilizzato dall’accabbadora: lu mazzolu, un martello ricavato da un unico pezzo di olivastro, lungo 40 centimetri e largo 20, con un manico che permetteva una presa sicura. È stato rinvenuto nel 1981 nascosto in un muretto a secco a pochi passi da un vecchio stazzo che, forse una volta era la casa di una signora in nero.

Le campagne circostanti sono coltivate a vigneti, da cui si produce il celebre vino bianco vermentino.
Orgosolo riassume bene le peculiarità della Barbagia: si distende su un ripido pendio esposto a nord, poco distante dagli immensi territori solitari a nord del Gennargentu.
Caratteristici e celeberrimi, fra le strade del centro storico, i famosi murales: sono i dipinti sulle case a partire dal 1968. I dintorni di Orgosolo sono poi di notevole interesse panoramico-naturalistico. Da non perdere è la salita a Monte Novo San Giovanni, torrione calcareo nel Supramonte: dalla cima si ammira la natura selvaggia e incontaminata di questi luoghi, dove non si coglie nessun segno dell’uomo per chilometri.
L’itinerario passa ora per Gairo, nel cuore dell’Ogliastra. Ebbene, da una rupe nei pressi del paese venivano buttati giù gli anziani sempre più vicini al trapasso.
La leggenda parla della rupe babaieca, dove i vecchi venivano accompagnati dai figli che dovevano spingerli giù. L’imboccatura del sentiero che portava al precipizio si sarebbe trovata nei pressi del ponte sul Rio Pardu, vicino al paese. Qualche chilometro di tornanti più in basso c’è il paese fantasma di Gairo Vecchio, abbandonato dai suoi abitanti nel 1956 dopo che una tremenda alluvione aveva fatto temere per lo scivolamento dell’abitato a valle.
Il nuovo paese fu costruito poco più su.
È inquietante, e al contempo affascinante, passeggiare a piedi e curiosare fra le viuzze dell’ormai “paese fantasma” di Gairo Vecchio, dove alcuni edifici rimasti in piedi vengono usati come stalle o porcilaie.

Ma l’Ogliastra è anche la regina quanto ai rimedi della medicina popolare, ricavati dalle erbe e usati dai guaritori. Costoro erano figure importanti che conoscevano le proprietà curative degli elementi naturali del territorio, capaci inoltre di ricorrere a metodi di guarigione magico-religiosi.
Colpisce la ricchezza e la varietà di infusi, decotti, impiastri e cataplasmi, ma anche suffumigi, applicazioni dirette delle erbe, impacchi e sciroppi. Qualche esempio? Per far passare la febbre si sfrega dell’aglio con olio sulla pianta dei piedi. Le malattie intestinali conoscono come cura il timo: dalle foglie bollite si ottiene un decotto molto amaro che serve a stimolare l’appetito e a regolare i disturbi intestinali. Le bacche bollite o crude del ginepro, invece, hanno buona sorte per attenuare il mal di stomaco. La menta bollita con il vino serve per un decotto da utilizzare per gargarismi o sciacqui che combattono il mal di denti. La cicoria era usata come depurante dell’organismo,  ma si riteneva che il suo liquido, dopo una lunga bollitura, facesse abortire. Si racconta che le foglie lunghe dell’asfodelo fossero usate dalle fattucchiere per confezionare le bamboline per le fatture. Il sambuco, poi, molto diffuso nella zona doveva essere raccolto a Pasqua o a San Giovanni per migliorarne le virtù guaritrici: dai fiori un decotto contro il raffreddore; aggiungendo le foglie, contro la bronchite; un decotto del solo fusto, come lassativo.

Edoardo Pisano (tratto da Magica Sardegna 05 2007)


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