Presente

Creato il 12 ottobre 2012 da Povna @povna

Il tempo corre velocissimo. E la ‘povna, tra festeggiamenti, scuola, e altro, quasi quasi non arrivava in tempo al venerdì del libro. Ce la fa, invece, con un testo che a metà tra il consiglio e lo s-consiglio. E che vorrebbe proporre, in ogni caso, almeno una qualche forma di riflessione.

Se un solo giusto, a detta del Vecchio Testamento, sarebbe bastato a salvare la città di Sodoma, Andrea Bajani non basta a realizzare il miracolo, e a strappare a questo breve libretto l’etichetta di buona idea incompiuta.
Il progetto, in sé, era semplice: sotto la cura di Giorgio Vasta (deus-ex-machina: sarà per questo che i suoi pezzi sono lunghi il doppio degli altri?) tre altri scrittori e lui medesimo si impegnano a stendere un diario del “presente” (di qui il titolo), scandendo l’anno 2011 in quattro quarti, che ciascuno si impegna a coprire a cadenza mensile. I giocatori coinvolti sono quattro: Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori e Giorgio Vasta. L’ordine pare alfabetico: Bajani apre su gennaio e Vasta chiude su dicembre. Nel mezzo, l’anno della primavera araba, di Fukushima, della Libia, dei referendum, dei sindaci (grandi assenti dalla narrazione di tutti e quattro), della caduta di Berlusconi; e poi ancora: l’alluvione di Genova, la Leopolda, gli scontri di Roma, Ruby. Ognuno, con la sua voce, intreccia lo sguardo personale a quello dell’attualità scottante, mescolando impressioni, intermittenze del cuore, réportage individuali a osservazioni sociali e sociologiche, che si fanno (è il caso dell’unico che davvero prende il tempo, Bajani) politiche proprio là dove non si pongono, ossessivo (è il caso invece di Michela Murgia, con tante intenzioni belle che si infrangono su un muro di buonismo) il problema di come militare.
Alla fine, la scrittura di Vasta resta ombelicale, e stanca; la Murgia non riesce a uscire dai confini di Sardegna (anche se, ci spiega, non è criptoleghismo), Nori ricama, e fa rimpiangere la mancanza di una lettura pubblica. Bajani, unico, si mette in gioco. Ed è lucido, bravissimo e struggente, come sempre. Ma non basta. Perché, sarà forse che il 2011 è ancora così prossimo da far sentire al lettore, qualunque cosa se ne sia trattenuto, una sensazione di personalissima mancanza; sarà che le quattro voci, poco si armonizzano (quella della Murgia in particolare stride con una tonalità fuori dal coro); sarà che la formula del diario è interpretata da ciascuno in maniera differente. Ma la sensazione è quella di un ibrido che, al termine della lettura, continua a essere tale.
Tuttavia, anche se è un paradosso, è un libro che vale la pena di leggere lo stesso (per esempio: se si può prendere in prestito). Perché costringersi, seguendo il filo rosso di un racconto letterario idiosincratico, a ripercorrere (e dunque per una volta ricordare) questo tempo attuale che così velocemente dalla memoria fugge resta un esercizio comunque zoppo, ma salutare.


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