Magazine Diario personale

Primo maggio: il brivido del ponte

Da Maddalena_pr

Primo maggio: il brivido del ponte

Sono già le due del pomeriggio.

Sulla tavola i resti della quiche con la quale il marito è riuscito a risollevare le sorti del mio appetito incerto. I bambini sono seduti diligentemente e hanno spazzolato gli hot dog di chi la quiche la snobba con palato grossolano. Dopo dieci giorni di movimenti orizzontali di trascinamento per casa (questa o quella alpina che fosse) risale un ardente (e ardito) desiderio di fare. Fare, sì, quella cosa che va’ che bravo a fermarti, pensare, meditare, stare in pace e amen. Io sto ferma da mo’ e adesso devo, tassativamente, FARE.

Ma cosa?

– Leolandia.
Mathias scaglia la pietra delle cazzate. Ché Leolandia, già di suo proibitiva, non merita mezza giornata destinata a diventare un terzo ora che siamo pronti, e un quindicesimo ora che siamo arrivati. Per poi tornare indietro che di esperienze ne abbiamo fatte solo due: il viaggio d’andata e quello di ritorno.

Il MUBA attizza le giovincelle, Sarah per via delle attività creative, Isabelle per la sola ragione dell’assonanza che gli vale il nome Booba. Patrick rifiuta cotanta manualità, io di stare ancora al chiuso.

Il Safari l’abbiamo già visto, un altro safari è troppo lontano. Il mare non ci arrivi. La montagna l’abbiamo già provata. Un parco avventura fattibile risveglia il maschio, ma Isabelle s’accende come la spia rossa di un monito: di tre figli ce n’è sempre una che quello che hai scelto la taglia fuori. In ogni caso al telefono non rispondono, la pagina FB è morta.

Mi viene in mente di quel parco di tulipani… non dovevamo andarci, eh? Sì dai.
– Comunque è chiuso – conferma Mathias.

Mi appaga nel profondo questa ritrovata consapevolezza di come la festa del lavoro venga applicata alla lettera.

Digito “percorso sportivo per bambini” come diversivo, quello che esce è questo:

Primo maggio: il brivido del ponte

Digito “cosa faccio oggi”, prossima allo scazzo fulminante.

Perché non è che nei festivi bisogna fare. È che dopo una vacanza-flop come la nostra hai bisogno di quel minimo di dignità, di tornare in ufficio a busto eretto, darti un tono, del tipo: – Sì, noi abbiamo fatto rafting, caccia agli elefanti, un giro nel Salento, una visita a Praga. Costruito un aliante con materiale di riciclo, una casa sull’albero e una bicicletta a motore e poi, com’è che si chiama? Ah sì, fatto orienteering nella Selva Nera coi figli, sono arrivati tutti e tre primi. Sì, tutti e tre.

E alzatina di sopracciglio, colpetto d’anca.

Anche se un ufficio non ce l’hai.

Mi son fatta due uova strapazzate di queste foto e slide sui social di chi nel ponte ha fatto il giro del mondo in 80 ore.
Così insisto: Parco Nord, Sempione, Idroscalo. I giri che facevo da bambina. Domeniche qualunque, pulite, semplici, il triciclo rosso sotto al culo. L’età che amavo i cavalli e sognavo di averne uno e pascolarlo nel cortile di casa.

Un giretto per la sagra dell’asparago.

C’è anche lo Street Fud Festival al Parco di Monza (http://www.mentelocale.it/monza-brianza/eventi/77683-street-fud-festival-al-parco-di-monza.htm), scritto così, rapido, tipo sputo: fud!

Un via vai per le stradine di campagna, Gaggiano, Cusago, Guido-e-vago… verso qualche cascina dove finalmente mostrare ai fanciulli cosa sia una capra, che le mucche hanno davvero mammelle così grandi da non poter mai più chiamare tette quelle di chicchessia, che le loro merde sono formato famiglia e che la differenza di belato tra ovini è che le pecore sono baritone. Sembra esotico ma in verità abitando a pochi minuti da una fattoria queste realtà sono già parte consolidata del bagaglio esperienziale della prole.

E mentre ci ammazziamo per ritrovare quel nobile portamento, per un lifting antisfiga che mi restituisca un decoroso décolleté, sono ormai già le tre.

Le quattro.

Le…


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