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Prodi, l’Europa e quel segreto di Pulcinella

Creato il 10 novembre 2019 da Capiredavverolacrisi @Capiredavvero

“Ce lo chiede l’Europa”. Un mantra, un tormentone purtroppo evergreen, che da anni ci rimbomba nelle orecchie per dodici mesi l’anno, ripetuto e diffuso ad alti decibel dalle casse di risonanza di una certa politica e di una certa informazione mainstream. Un mantra, un tormentone e anche una scusa usata da chi, nell’ultimo decennio, voleva mettere le mani avanti e trovare una giustificazione (possibilmente credibile) per motivare decisioni e provvedimenti poco popolari, scaricandosi di dosso la responsabilità di certe scelte.

In troppi casi, però, l’Europa impone le sue politiche ai Paesi membri, Italia in primis: “Cara Italia, non puoi investire, non puoi fare deficit perché hai troppo debito pubblico”, giusto per fare un esempio. Non è infatti un mistero che la caduta del governo gialloverde sia stata accolta con gli applausi e un bel sospiro di sollievo da parte degli alti papaveri dell’Ue, spaventati dalla crescita della Lega di Matteo Salvini. E non è un mistero neanche il fatto che la formazione del sempre più zoppicante esecutivo giallorosso, frutto dell’inciucio Movimento 5 Stelle-Partito Democratico, sia stata agevolata con il sorriso sulle labbra da Angela Merkel, Emmanuel Macron e Unione stessa, in quanto “governo amico dell’Europa”. A differenza di quei “cattivoni” sovranisti (leghisti) che l’Europa vorrebbero cambiarla.

Bene, e allora chi, meglio di Romano Prodi, rappresenta in Italia il prototipo del politico europeista in tutto e per tutto? Nessuno, neanche Paolo Gentiloni, attuale Commissario all’Economia, tenuto al guinzaglio dal falco lettone Valdis Dombrovskis. Perché il Professore dal 1999 al 2004 è stato l’undicesimo presidente dell’Unione Europea e perché è stato l’uomo che ha preso per mano il Belpaese, trascinandolo nell’euro. Prodi è stato l’uomo-pedina obbediente di cui l’Ue si è servita per anni, che ha tradotto in pratica le richieste in arrivo da Bruxelles e da Strasburgo per conto di certe banche e di una certa finanza.

Lo ha candidamente ammesso lui stesso, in occasione di una recente ospitata televisiva da Lucia Annunziata: “Le privatizzazioni? Erano obblighi europei. Scusi, a me che ero stato a costruire l’Iri (Istituto per la Ricostruzione Industriale, ndr), a risanarla, a metterla a posto, mi è stato dato il compito da Carlo Azelio Ciampi di privatizzare. Ed era un compito obbligatorio per tutti i nostri riferimenti europei…”.
Già, proprio così. Ed ecco svelato il segreto di Pulcinella. Non pago della confessione, il Professore ha aggiunto: “Dunque, si immagini – colloquiando con la giornalista-conduttrice – se io fossi contento di disfare le cose che avevo costruito. Ma bisognava farlo per rispondere alle regole generale di un mercato nel quale eravamo. Un compito non gradevole, ma andava fatto”.

E il compito, infatti, fu servilmente fatto, svendendo un patrimonio pubblico che valeva molto di più. In quegli anni, infatti, tanti furono gli asset pubblici smembrati e (s)venduti a una pletora di investitori della finanza internazionale. E allora l’Iri fu “smontato pezzo per pezzo”, giusto per citare una storia frase del fondatore dell’Ulivo e Italgel, giusto per citare uno dei casi più clamorosi fu comprato dalla Nestlè per un prezzo di circa 100 miliardi inferiore al suo reale valore (sui 750 miliardi delle vecchie lire).

Perché i prezzi furono così bassi? Perché era nei disegni di qualcuno il fatto di trasformare l’Italia da settima potenza economica mondiale a un gigantesco supermercato (per non dire discount) a forma di Stivale, appetibile per i ricchi speculatori della finanza mondialista, in modo da renderla vulnerabile, manovrabile e ricattabile. E le attuali cronache politiche non raccontano certo una realtà tanto diversa.

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