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Professione Antropologo. Il caso del Capitano Cook e le trappole del politicamente corretto

Da Davide

“Mito” è un vocabolo affascinante e potente, ma non occorre un genio per capire che diventa offensivo se è usato come sinonimo di “bugia”, specialmente quando è accompagnato da aggettivi come “imperialista” e “eurocentrico”.
How “Natives” Think. About Captain Cook, For Example, di Marshall Sahlins, venne scritto per rintuzzare l’accusa di essere l’avatar antropologico del personaggio Kurz in Cuore di Tenebra di Joseph Conrad (quello interpretato da Marlon Brando nella versione cinematografica di Francis Ford Coppola, Apocalypse Now). Quest’accusa feroce fu scagliata contro Sahlins, un papa dell’antropologia progressista, dallo studioso dello Sri Lanka Gananath Obeyesekere e scatenò una delle controversie più virulente degli anni 1990. In breve, Obeyesekere, che non aveva mai svolto lavoro su campo in Oceania né scritto su quest’area di ricerca in precedenza, si rifiutava di credere che gli intelligenti e razionali hawaiani potessero aver scambiato il capitano della marina inglese ed esploratore James Cook per il loro grande dio Lono.
Tuttavia il libro di Obeyesekere, The Apotheosis of Captain Cook: European Mythmaking in the Pacific (1992), invece di essere trattato come l’opera di un accademico furbetto che attaccava un grande vecchio di solida fama per farsi facile pubblicità, venne favorito da una serie di circostanze che Sahlins non aveva all’inizio previsto.
Infatti, anche se a quei tempi le teorie decostruzioniste erano assai di moda, Sahlins credeva che
Obeyesekere avesse messo insieme “un caso storico così fragile”, come ricorda nella Prefazione , “che era certo che sarebbe stato fatto a pezzi dalle recensioni accademiche … avevo torto” (p. ix). I recensori politicamente corretti, poco familiari con le fonti d’archivio, furono anche influenzati dal clima politico prodotto dalle celebrazioni e contro celebrazioni Colombiane in quello stesso anno. Era l’anno in cui veniva dato come certo il ‘genocidio’ dei nativi americani, in cui Hitler era definito ‘un delinquente giovanile a paragone di Cristoforo Colombo’ dai militanti dell’American Indian Movement e attivisti in cerca di pubblicità disturbavano le parate del Columbus Day, facendo inferocire gli italo-americani. Gemellata con la teoria del ‘genocidio’ (per la verità espressa per la prima volta da accademici francesi terzomondisti come Jacquin che ci costruirono sopra una ben remunerata carriera) c’era la teoria dei nonni indigeni ubriaconi imbrogliati a firmare cessioni di terre da funzionari bianchi disonesti, un tripudio del vittimismo, che però aveva la nefasta conseguenza di rendere i nativi americani dei fantocci passivi e di ridurre cinque secoli di politici e pensatori nativi a un mucchio di idioti alcolizzati.
Era la ‘cultura del piagnisteo’ trionfante, come la chiama Robert Hughes (1992, in italiano Adelphi 2003), con corredo di corruzione, verbosità, censura da politically correct, spettacolarizzazione della cultura e aria fritta e con l’istruzione e l’arte e la politica soppiantate ormai dalla televisione, dalle sensazioni superficiali e da improbabili terapie. “L’idea che la cultura europea sia in sé e per sé oppressiva, – scrive Hughes -, è un inganno che può attecchire soltanto sul terreno del fanatismo e dell’ignoranza”. Hughes rileva come “l’ambiente accademico ha preso gusto alle etichette che sostituiscono alla riflessione e alla capacità di giudizio un facile moralismo. Anziché spronare gli allievi a proporsi obiettivi alti, gli insegnanti dedicano le proprie energie a far sì che i meno capaci non si sentano inadeguati“. Ma “quando gli stati d’animo sono i principali referenti di un’argomentazione, attaccare una tesi diventa automaticamente un insulto a chi la sostiene, o addirittura un attentato ai suoi ‘diritti’ o supposti tali”. Secondo Hughes “questa soggettivizzazione del discorso” costituisce “il background entropico della nostra cultura del piagnisteo”.
Così Sahlins scoprì a sue spese che la retorica politica dell’Apotheosis faceva tanto più appello al sentimentalismo politicamente corretto quanto più era difettosa e scorretta la sua argomentazione scientifica (pag. 2). Nell’introduzione Sahlins osserva causticamente: “Avevo dimenticato l’avvertimento di Borges che ‘non esiste uomo che, al di fuori della sua specializzazione, non sia un credulone” (pag.2) e quindi si decise a rispondere con How “Natives” Think.
How “Natives” Think è un tour de force antropologico in cui Sahlins procede a una revisione meticolosa di tutti i dettagli virtualmente noti del viaggio di Cook alle Hawaii, dove l’esploratore morì. Sahlins analizza le fonti scritte del XVIII e XIX secolo e le interpretazioni di queste fonti e fornisce una miniera di nuovi dettagli e punti di vista. Attraverso tutto il libro, scritto con grande bravura ed enormemente informativo, Sahlins confuta punto per punto quella che chiama ‘antropologia pidgin’, ‘antropologia pop’, ‘nativismo pop’ o ‘finta cultura hawaiana’ di Obeyesekere e in effetti le sue definizioni sono molto appropriate, anche se polemiche, visto che Obeyesekere aveva selettivamente ignorato o deformato documentazione primaria come pure parti degli studi precedenti dello stesso Sahlins, secondo una tecnica tanto disonesta quanto efficace e molto in uso non solo nella polemica accademica, ma anche nel linciaggio mediatico degli avversari. Così per prima cosa Sahlins esamina come lo scrittore dello Sri Lanka inquadra le sue argomentazioni e i dati che le sostengono che fanno a pugni con parti chiave del materiale documentario. In secondo luogo, si concentra sulle ‘”questioni di maggior importanza di razionalità comparata” (pag. 14), che le fonti riguardanti l’apoteosi del capitano Cook alle Hawaii fanno sorgere.
I primi due capitoli di How “Natives” Think esplorano l’involontaria carriera di Cook come una forma del dio dell’anno Lono. Sahlins sottolinea che gli hawaiani che uccisero il Capitano Cook lo identificarono come una manifestazione di Lono e il casuale coinvolgimento di Cook nelle cerimonie Makahiki portò alla sua morte a Kealakekua Bay nel febbraio 1779. Cook era già noto come Lono anche prima del suo arrivo, al re delle Hawaii e al suo seguito accampati a Maui, dove le navi britanniche giunsero alla fine di novembre 1778. L’esploratore era stato a Kana’i alla fine di gennaio 1778, cioè nella precedente stagione Makahiki, dal punto di vista hawaiano. Le navi erano state viste fare il periplo delle Hawaii, seguendo la via cerimoniale di Lono e anche se un po’ in ritardo nella stagione rituale, vennero salutati con un benvenuto memorabile. Cook venne manipolato nelle cerimonie, come lo erano alcune immagini di Lono durante il ciclo cerimoniale dedicato al dio. Il capitano inglese fu percepito dagli hawaiani come un’immagine, un corpo, un aspetto visibile di Lono, anche se parziale e nuova. Quando i riti terminavano, l’immagine cruciforme Makahiki era distrutta; quando Cook tornò una seconda volta fu distrutto anche lui in modo simile, poiché era iniziato il tempo del dio Kū’. E’ particolarmente chiarificatrice l’insistenza di Sahlins sulla dimensione politica del Makahiki, confermata dalle reazioni dei guerrieri: il trasferimento del comando che vedeva il re nel ruolo del guerriero (aspetto Kū) che cattura i poteri riproduttivi del dio della fertilità (aspetto Lono, pag. 81). Sembra che i britannici si fossero involontariamente invischiati nella rivalità tra il partito dei preti di Lono e il partito del re, quest’ultimo devoto al dio della guerra Kū. Sahlins sostiene le motivazioni politiche e cerimoniali degli hawaiani, già esplorate in Islands of History (1985), in modo estremamente convincente, usando un’immensa messe documentaria e una forte argomentazione antropologica. Di conseguenza, nel capitolo 3, Sahlins dimostra un tipico esempio di eterogenesi dei fini. Infatti, ritenendo gli europei, direttamente o indirettamente, responsabili per quel che dicono gli hawaiani, “Obeysekere elimina sistematicamente gli hawaiani dalla loro stessa storia” (pag. 116). Il risultato di Obeysekere è paradossale, secondo Sahlins, perché esprime la sua “solidarietà ai popoli indigeni dotandoli dei massimi valori borghesi occidentali”, mentre gli accademici occidentali ripeterebbero a pappagallo le credenze irrazionali dei loro antenati. Così, il suo anti-etnocentrismo si trasforma in un etnocentrismo inverso e simmetrico (pag. 9-10). Il capitolo 4 conclude rivelando concetti di razionalità hawaiana e discute ben documentati casi di trattamento degli europei come esseri spirituali nel Pacifico, fino agli “ultimi avatar degli antenati locali, gli antropologi” (pag. 177).
Curiosamente, nel 1992 Maria Lepowski presentava un articolo in cui raccontava di come si fosse trovata in una scomoda situazione presso i Vanatinai, quella di essere scambiata per un essere soprannaturale, e osservava: “Così Cook come dio/antenato spirito/partner di scambio mi sembra assolutamente plausibile”. La Lepowski non era il primo antropologo a subire un’apoteosi verso la fine del XX secolo: infatti Don Kulick (1992) in Nuova Guinea fu osservato per circa un mese dai nativi che poi lo informarono solennemente che era uno spettro. E’ una coincidenza simbolica che, nello stesso anno, il 1992, in cui Obeyesekere pubblicava quello che Sahlins definisce “un vero manuale di errori sofistici e storiografici” (pag. 191), allo scopo di dimostrare che la deificazione di Cook era solo un mito imperialista europeo, almeno due antropologi presentavano dei resoconti di come essi avessero assistito alla propria apoteosi come esseri spirituali.
Questa potrebbe essere ritenuta l’estrema conferma dell’analisi di Sahlins, ma sfortunatamente le cose non sono così semplici. Come afferma Borofsky (1997), infatti, l’ironia o forse la tragedia è che Obeyesekere è stato macinato dentro il tritacarne della ‘vendetta’ di Sahlins, e infatti è scomparso dall’orizzonte accademico internazionale, ma Sahlins è stato tirato dentro il tritacarne della correttezza politica hawaiana. Si ripete in un certo modo il controsenso dei nonni ubriaconi del politici e accademici nativi americani. Gli accademici hawaiani, infatti, simpatizzano con lo stile di scrittura violentemente polemico di Obeyesekere, anche se molti ne riconoscono le gravi lacune scientifiche. Perciò, anche se Sahlins afferma nell’introduzione che ha posto le rettifiche a Obeyesekere in relazione periferica al testo, cioè nelle note e nelle appendici (che costituiscono un terzo del libro), Obeyesekere è presente anche nel testo. Ciò è vagamente irritante, perché il libro sta in piedi per conto suo. Infatti, la coerenza del libro sta soprattutto nel particolare stile di Sahlins, una ricco tessuto di resoconti storici e discussioni dei concetti e degli argomenti in questione e in particolare di un problema particolarmente sensibile: se un antropologo può dare voce all’Altro oppure no.

La frustrazione di Sahlins è molto condivisibile: facendo affidamento sulla sua immensa professionalità, ha mostrato però quanto era vulnerabile quando è stato confrontato da un arrivista accademico politicamente astuto. Come se non bastasse, un certo numero di antropologi postmoderni continuano a insistere che Sahlins è insensibile alle ambiguità dell’interpretazione, anche se questa accusa è ingiusta, come afferma Borofsky (1997). Anche il titolo del suo libro How “Natives” Think non è stato capito, dato che mettendo tra virgolette “Natives” , nativi, Sahlins si riferisce, ironicamente, alle pratiche e alle idee dei nativi europei e, in ultima analisi, a se stesso. Un’ironia troppo raffinata per gli ayatollah del politicamente corretto.

Bibliografia

BOROFSKY, ROBERT. 1997. CA Forum in Anthropology: Cook, Lono, Obeyesekere, and Sahlins. Current Anthropology 38:255-282.
KULICK, DON. 1992. Language shift and cultural reproduction. Socialization, self, and syncretism in a Papua New Guinean village. Cambridge: Cambridge University Press.
LEPOWSKY, MARIA. 1992. “Islanders, Ancestors and Europeans on the Coral Sea Frontier”. Paper presented at the 91st annual meeting of the American Anthropological Association. San Francisco. 2-6 December 1992.
OBEYESEKERE, GANANATH. 1992. The Apotheosis of Captain Cook: European mythmaking in the Pacific. Princeton: Princeton University Press.
SAHLINS, MARSHALL. 1985. Islands of History. Chicago: The University of Chicago Press.
SAHLINS, MARSHALL. 1995. How “Natives” Think. About Captain Cook, For Example.Chicago: The University of Chicago Press.


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