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Pro/vocazioni. Dieci domande a scrittori e poeti italiani. # 16 FRANCO BUFFONI

Creato il 24 novembre 2010 da Fabry2010

Pro/vocazioni. Dieci domande a scrittori e poeti italiani. # 16 FRANCO BUFFONI

Sei uno scrittore. Chi te lo fa fare?
Me lo fa fare la voglia di non fare le altre cose. Resta la scrittura.

Amori e odi letterari. Per favore alla voce odi non citare solo gente defunta.
Gli amori li coltivo: da quelli più antichi – Lucrezio, Marsilio da Padova, Lorenzo Valla, Leopardi, Keats, Auden, Sereni – a quelli più recenti: “La ragazza col turbante” (il racconto) di Morazzoni, le prime 60 pagine del Seminario di Busi, il racconto “I palloni del sig. Kurtz” di Mari, e molto recentemente le prime 50 pp di Riportando tutto a casa del mio amico Nicola La Gioia. Sulle antipatie defunte – da Virgilio a Dante a Manzoni a T.S. Eliot (pur ammirandone l’estrema bravura) a Luzi (che possiede comunque il miglior enjambement del Novecento italiano: supera Montale) – ho già scritto molto. I viventi che non mi piacciono? Li apro e richiudo subito. Che bisogno avrei di odiare?

Quanto pensi di valere? Per favore rispondi non in scala da 1 a 10 ma con un discorso articolato.
Non mi sono mai fatto molte illusioni sulle mie capacità: sono della scuola “dei miei soli mezzi” della lettera di Sereni a Char. Però sono anche un anceschiano prima maniera: credo fermamente nei concetti di “poetica” e di “progetto”. So di avere davvero qualcosa da dire. Lavoro molto sul frammento. La mia scrittura in versi consiste di frammenti poetici che continuo a produrre. Come un flusso di lava più o meno forte, ma costante. Poi i frammenti si compongono divenendo le tessere di un mosaico, e io stesso stento a capacitarmi della precisione con cui esse finiscono col combaciare. Col tempo mi sono convinto che il collante misterioso – la forza unificante – che mi permette di inanellare i frammenti (o gli intermezzi, come li definiva Schumann) e quindi di scrivere dei libri in poesia – è la mia “poetica”. Come diceva Pasolini del film montato e finito: solo allora quella storia diventa morale. Solo quando i frammenti naturalmente si compongono mi rendo conto dell’estrema pertinenza per me della definizione anceschiana di poetica (“la riflessione che gli artisti e i poeti compiono sul loro fare, indicandone i sistemi tecnici, le norme operative, le moralità e gli ideali”) e dell’importanza del concetto anceschiano di “progetto”.
Il punto fondamentale è di stabilire quando il progetto diventa opera, così da indurmi a unificare con sicurezza i frammenti. Credo di avere raggiunto un sostanziale equilibrio con Il profilo del Rosa, uscito nello Specchio nel 2000. Ormai mi capita di scrivere due (o persino più) libri contemporaneamente. Di seguire cioè due o più “progetti” in differenti fasi di elaborazione. Mentre Il profilo del Rosa era già delineato, nel 1995 mi accadde di rinvenire casualmente una cassetta di metallo coi documenti di guerra di mio padre. Passai l’estate del 1996 a tradurre quelle paginette leggerissime scritte in stenografia senza sapere che cosa ne avrei tratto; sapevo solo che ne ero attratto, che avevo voglia di leggere quelle sue pagine. Oggi posso dire che, negli stessi anni in cui Il profilo del Rosa diventava libro (e dunque diventava “morale”), andava formandosi il progetto di Guerra (uscito poi nello Specchio nel 2005).
Il punto concettuale credo sia di stabilire qual è il mio grado di consapevolezza del “tutto” mentre compongo i frammenti/intermezzi. La risposta che riesco a darmi è che tale grado è andato crescendo con il passare dei decenni. Dalla sequenza, dalla disposizione, dai criteri di ordinamento seguiti nell’inanellare i singoli testi – si dice – è possibile per lo studioso comprendere molto del “messaggio” (personalmente preferisco parlare di “progetto”) di un poeta: occorre dipanare la matassa macrotestuale per capire veramente un libro di poesia. Il processo che cerco di descrivere si differenzia semplicemente perché comincia prima. In sostanza il passaggio significativo testo – macrotesto rimane, ma ve n’è uno precedente – intermezzo/i-testo (o frammenti-testo) – che mi appare ugualmente o persino più significativo.
I miei libri in prosa sono invece dei romanzi-saggi in forma principalmente dialogica. Nascono come storie e acquisiscono consistenza saggistica in corso d’opera: così è stato per l’autobiografico Più luce, padre, uscito da Sossella nel 2006. Oppure dei saggi-romanzi – come Zamel, uscito da Marcos y Marcos nel 2009 – che nacque come un libro di saggistica sulla storia dell’omosessualità nel mondo occidentale, e divenne romanzo per via di un cruento fatto di cronaca che mi toccò da vicino in Tunisia. E finì col far da cornice narrativa alla consistenza saggistica del lavoro.

Cosa pensi dell’amore? (Rispondi a parole tue)
Eros e agape, tutto assieme? Difficile rispondere. Sono stato veramente innamorato solo tre volte nella mia vita. E, francamente, da quei profondi innamoramenti non sono derivate le mie “storie” più felici. Ma preferisco completare la risposta su questo punto nell’ultima domanda: poi capirete
perché. Sull’altro versante: nove anni fa ho subito un intervento chirurgico molto invasivo. L’assicurazione mi ha rifuso dopo sei mesi i 30 mila euro anticipati per essere operato immediatamente. Ho adottato a distanza dieci bambini: una delle gioie più grandi della mia vita, che tuttora continua.

Dulcissima

Quando non ci saranno più le mie chiamate
Tra le sette e le otto
E se ritardo un labbro che leggermente trema.

Quando non sarai più una vecchia sola
E io al ritorno non dovrò più correre
Per te giù in farmacia
Prazene e Lexotan
Con la ricetta ripetibile
Il Karvezide con la ricetta nuova
E già che ci sei un Benagol
E la Borocillina.

Quando non dovrò più tenerti
Bassa la pressione
Quanto tempo che avrò
Per scrivere di te.

Pensi che Dio, che tu ci creda o no, è ancora “materiale letterario”?
Non ci credo e per me non è materiale letterario. Mi interessa molto, invece, una seria riflessione su forme di spiritualità affrancate da credenze irrazionali e misteriche, quali incarnazioni e resurrezioni. Credo infatti sia dannoso indurre un bambino a basare la propria etica su una nascita “divina” e sulla “resurrezione” di un uomo. (Ovviamente uso il termine “etica” in un’accezione ampia e generica: le neuroscienze, al riguardo, avrebbero oggi molto da insegnare). Perché glielo si insegna da piccolo, costruendogli un’etica su due eventi che deve accettare in modo dogmatico. Mandandolo incontro a due pericoli: accettare anche altre ingiunzioni di tipo dogmatico, oppure diventare cinico, amorale, sprovvisto di un’etica.
 Infatti, quando – crescendo – gli frana, alla luce della ragione, l’impianto etico basato sui dogmi, è ben difficile che l’ex giovane sia in grado di configurarsi in un’altra etica radicata e profonda. Anche da questo – secondo me – viene molto del cinismo, dell’opportunismo, della schizofrenia, delle ipocrisie, delle piccole e grandi astuzie che caratterizzano gli italiani.
 Invece del catechismo e dell’ora di religione cattolica sono favorevole all’insegnamento di un’etica basata sul rispetto della ragione e della natura, sullo studio armonico delle scienze, dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente grande, della biologia e dell’astrofisica. Se penso a quanti giovani si lasciano attrarre da satanismo e messe nere… Non vorrei offendere il sentimento di nessuno, ma la radice culturale misterica, irrazionale è mutuata da quelle “bianche”. E pure il lessico.
 Occorre sostenere una educazione sanamente laica, nel rispetto
della natura – intesa come la physis dei greci, l’essenza da cui tutto si genera e a cui tutto ritorna – e del metodo della scienza: della prova e della verifica. Un’educazione seria e rigorosa. Più seria e rigorosa di quella che impone l’irrazionale con nascite divine e resurrezioni. Un’educazione in cui, fin dall’inizio, si concepisca la vita con la morte, in inscindibile unità. Un’educazione alla natura e al relativo: quella che Keats definisce la negative capability: l’educazione al dubbio e alla verifica, alla mancanza di assoluti. Liberandoci una buona volta da quella gabbia organizzativa e dogmatica calata da Paolo in poi sul pensiero greco e su certi comportamenti etici normati dalla cultura ebraica.
 Altrimenti continuerà a lievitare fino a fagocitarci questo mostro di consumismo e padre Pio, di miracoli e volgarità, di ingiunzioni dogmatiche e banalità a cui abbiamo lasciato campo libero.
 Nelle scuole italiane la resurrezione e il principio di gravitazione universale vengono trasmessi come se fossero verità analoghe, dalle stesse cattedre. Perché manca un vero convincimento laico, una vera forza culturale volta a rifondare gli insegnamenti: per l’appunto, un’etica condivisa.
 Così si tenta la restaurazione più bieca del vecchio: sostenendo che l’insegnamento dell’evoluzionismo è degradante, e immettendo nei ruoli delle scuole di stato non degli insegnanti di storia delle religioni e delle civiltà culturali, bensì gli insegnanti di religione
cattolica scelti dai vescovi, e dando loro anche la possibilità – su semplice richiesta – di “passare” ad insegnare storia e filosofia.
 Quanti dimostrano tanto disprezzo per una concezione laica e illuministica della vita e dell’educazione, in cuor loro, consapevolmente o inconsapevolmente, non credono che l’uomo possa essere seriamente educato, ma solo manipolato.

Sei invidioso?
Assolutamente no. Anche perché sono convinto di aver ricevuto e di star ricevendo molto sia dalla vita sia dalla letteratura.

Preferisci una notte d’amore stupenda con il partner ideale o una maxirecensione di D’Orrico?
Nuit d’amour: ça va sans dire.

Cosa pensi del Nobel della Letteratura a Bob Dylan? Sei favorevole o contrario?
Fernanda Pivano glielo avrebbe dato. Io lo darei a Zanzotto.

Da un punto di vista estetico ti sembra giusto che lo Strega l’abbia vinto Pennacchi e non l’Avallone?
Guardo oltre, scusate.

Progetti per il futuro?
Sono in bozze col nuovo libro in prosa Laico alfabeto in salsa gay piccante, in uscita in ottobre per Transeuropa. Un libro che ‒ non pago del lungo titolo: ma è un endecasillabo con ictus di prima, quarta e ottava ‒ avrà anche un sottotitolo: L’ordine del creato e le creature disordinate.
Contemporaneamente, per giugno 2011 – assieme al curatore Massimo Gezzi ‒ sto allestendo
l’Oscar con tutte le poesie. Il libro includerà anche la nuova raccolta: Il compasso spalancato. Per questo ho proposto come titolo Il compasso spalancato. Poesie 1975-2010. La nuova raccolta è una sorta di canzoniere d’amore a cui tengo molto. E qui mi ricollego alla vostra domanda sull’amore, e mi congedo lasciandovi la nota in prosa che chiude il libro (e l’Oscar):

“Nel 1969, quando la conobbi, Jucci aveva ventotto anni, era laureata in tedesco, insegnava e faceva ricerca, in particolare si occupava di etnologia e antropologia. Di sette anni più giovane, io mi trovavo nella fase dell’ebbrezza per l’acquisito affrancamento dalla mia cattolicissima famiglia. Il nostro legame durò fino al 1980, quando Jucci morì di cancro, dopo alcuni mesi infami costellati di interventi chirurgici. Per dieci anni condividemmo libri e avventure, vacanze e scoperte: con lei studiai le lingue e le letterature, con lei divenni poeta e traduttore. Con lei scoprii il mio territorio – quello che fa da sfondo al Profilo del Rosa – dalle Alpi al lago Maggiore. Sul nostro amore l’ombra costante, assoluta, della mia omosessualità, che in quegli anni si concretizzava in numerosi, fugaci e solo fisici rapporti. Si era ancora nella fase della ricerca della “cause”, ci si chiedeva come si diventi omosessuali… Ci sono quindi come due scalini, alti e scoscesi verso il disastro in questo libro. Il primo che consegue all’innamoramento – reciproco – nella quotidiana tenuta di un rapporto messo costantemente alla prova dai miei “tradimenti”. Che tuttavia consolidavano, pur nella sofferenza, il legame affettivo, perché dall’esterno nulla mi giungeva di minimamente somigliante all’amore. (Né
sarebbe mai potuto giungere – capisco bene oggi – dato l’alto tasso di omofobia che avevo
interiorizzato negli anni della crescita). Il secondo terribile scalino consegue alla diagnosi della malattia di Jucci e segna l’ultimo anno della sua vita, rafforzando il nostro amore. Alcuni testi poetici apparsi nelle mie precedenti raccolte sono dedicati a Jucci: in I tre desideri (1984) una poesia porta il suo nome già nel titolo. Ma con il passare del tempo è maturata in me l’esigenza di raccontare organicamente la nostra storia in poesia. Dopo trent’anni questo libro glielo dovevo. E forse un poco lo dovevo anche a me stesso.”

Franco Buffoni (Gallarate 1948) vive a Roma. Ha pubblicato le raccolte di poesia Suora carmelitana (Guanda 1997), Songs of Spring (Marcos y Marcos 1999), Il profilo del Rosa (Mondadori 2000), Theios (Interlinea 2001), Del Maestro in bottega (Empiria 2002), Guerra (Mondadori 2005), Noi e loro (Donzelli 2008), Roma (Guanda 2009). Per Marcos y Marcos dirige il semestrale “Testo a fronte”. Per Mondadori ha tradotto Poeti romantici inglesi (2005). È autore dei romanzi di Più luce, padre. Dialogo su Dio, la guerra e l’omosessualità (Sossella, 2006), Reperto 74 (Zona 2008) e Zamel (Marcos y Marcos 2009).



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