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Può un autore indipendente crescere davvero?

Da Marcofre

Può un autore indipendente crescere davvero?

savona vista dal priamar

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di Marco Freccero. Pubblicato il 23 marzo 2020.

Credo che uno dei punti di forza del far parte di una casa editrice, e di essere quindi “inserito” nel giusto circuito, sia che un autore è spinto, indotto e convinto a osare. A mettersi alla prova, proprio perché attorno a lui c’è un ambiente che spinge al confronto, e a imbarcarsi in sfide (letterarie) che altrimenti lui non coglierebbe mai. O che rischierebbe di perdere.

Certo: c’è casa editrice e casa editrice. Quindi non è una regola che vale sempre. Ma se è seria, è evidente che chi scrive si trova immerso in un’atmosfera che potrebbe anche dare una direzione forte e migliore alla sua scrittura.

E l’autore indipendente?

Dancing in the dark

Piccola digressione.

Negli anni Ottanta Bruce Springsteen è chiuso nello studio di incisione per portare a termine uno dei suoi album più celebri: “Born in the U.S.A.”. Il lavoro come al solito (con lui), procede tra tantissime sessioni di registrazione. Lui è famoso per incidere decine e decine di canzoni (circa 80 per il doppio album “The river”; con “Born in the USA” dovremmo essere a una cifra un po’ inferiore), e da questa massa alla fine sceglie quelle che finiranno sul disco. La scelta spesso lascia fuori autentici gioielli (come “This hard land”; “Murder Incorporeted”; “Cinthya”), per fare spazio a brani dimenticabili come “Cover me”.

Può un autore indipendente crescere davvero?

copertina album born in the usa

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A un certo punto Jon Landau, il produttore, gli chiede però un pezzo ulteriore. A suo dire manca ancora qualcosa a quel disco.

Qualche anno prima Springsteen aveva pubblicato “Nebraska” solo per voce e armonica (per me il migliore album dell’ex ragazzo del New Jersey). Quindi adesso era necessario presentarsi con qualcosa che si imponesse. Il Boss stava per tornare, e doveva essere un ritorno di cui tutti parlassero.

Bruce gli risponde con qualcosa come: “Be’, scrivilo tu se ti riesce”, e se ne va a casa.

Dopo qualche giorno si ripresenta con la demo di “Dancing in the dark”. È il brano che ci vuole, si tratta esattamente di quello che Landau aveva chiesto. Qualcosa che facesse decollare il disco e lo spingesse a vette mai prima raggiunte.

In seguito, il video sarà realizzato dal regista Brian De Palma.

Capito che cosa intendo?

Il simpatico autore indipendente

Veniamo al simpatico autore indipendente. Egli difende a spada tratta, come è giusto, il suo essere indipendente. Si tratta di una scelta che ha diversi punti di forza, e non starò qui a elencarli perché altrimenti l’articolo si allungherebbe troppo.

Ma di certo non vive all’interno di un sistema editoriale che può metterlo in contatto con persone e stimoli interessanti. Non possiamo in nessun caso mettere sullo stesso piano la struttura di una casa editrice (sana, non a pagamento); e appunto l’essere un autore indipendente. Il paragone non regge.

Certo, possiamo affermare che ormai l’editoria nel nostro Paese è ridotta maluccio; che è finita da un bel pezzo l’epoca in cui lo scrittore era scelto dall’editore, e poi accompagnato nel suo percorso di crescita attraverso gli anni. Quindi si poteva seguire la sua evoluzione nel tempo. E questa avveniva non solo perché c’era del talento; ma perché “viveva” in un ambiente adatto.

Sì, come le piante che fioriscono se inserite nell’ambiente migliore.

Forse l’autore indipendente se la canta e se la suona? Forse alla fine la sua condizione così “libera” ha il difetto di esserlo troppa? Di non imporgli scadenze, compromessi o imposizioni che nel breve periodo sono visti come forzature; ma che nel lungo invece lo rendono un autore migliore?

Lo so, lo so. L’autore indipendente si circonda di lettori beta; di un editor; di un grafico. Certo, possono essere utili, ma i lettori beta chi sono? Con tutto l’affetto che si deve a costoro, non sono inseriti nel meccanismo editoriale. Si tratta spesso di lettori forti, ma nient’altro. Non hanno alcuna esperienza nel campo editoriale, nella maggior parte dei casi.

L’editor? Forse può essere utile; per il romanzo che l’autore sta scrivendo in quel momento. Ma comunque sia, parliamo di una condizione decisamente particolare (vale a dire: quella dell’autore indipendente). Che spesso induce a vivere in un ambiente ben distante dalla casa editrice e dalle opportunità che comunque offre.

Non si frequentano convegni, fiere, non si entra in contatto con altri autori di grande livello. E questo ha di certo delle conseguenze.

Si dirà: è una visione vecchia. Ormai ci sono tanti di quegli stimoli nella nostra società, grazie alla Rete per esempio, che…

Ecco, appunto: ce ne sono troppi. Una casa editrice è anche riparo, oltre che luogo di condivisione e crescita. Possiamo raccontarci che le case editrici sono morte o che si apprestano a morire. Intanto sono esse che organizzano fiere, che smuovono l’asfittica vita culturale italiana, traducono e portano in Italia autori che altrimenti ignoreremmo bellamente. E nessun autore indipendente, per quanto orgoglioso della sua scelta, riuscirà mai a fare quello che esse portano avanti.

Il rischio dell’autore indipendente

Oppure: lo stimolo potrebbe arrivare anche dai lettori; dall’editor. È una possibilità, così come è possibile che la casa editrice si accontenti di un autore che puntualmente presenta ogni due anni un libro che vende e a lui non chiede mai altro.

Ma lo stimolo non può certo essere qualcosa come: “Perché non scrivi un libro di fantascienza?”. Oppure: “Che ne dici di un horror?”. Semmai io sto cercando di spiegare che un autore vive (anche) di riflessione e meditazione. Ed essere un autore indipendente potrebbe alla lunga indurlo a concentrarsi non sulla propria crescita; ma sulla crescita delle vendite. Ecco il vero rischio dell’autore indipendente.


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