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“Pupe verdi”

Creato il 19 febbraio 2020 da Francosenia

“Pupe verdi”

Claudio Magris torna con un libro che parla di mare, di donne, di navi e di letteratura. Un gioiello di scrittura e inventiva che è solo apparentemente una storia degli oggetti.
Le polene – le statue che decoravano la prua delle navi – in queste pagine emergono dal mito per diventare figure reali, che popolano una galleria di indimenticabili ritratti femminili: sono sirene, dee, donne comuni o veggenti come Cassandra, seduttrici, madri, sono donne perverse, terribili, visionarie. Attraverso le loro forme sensuali, davanti agli occhi del lettore si svolge una storia colta e stravagante, documentata e luminosa: un racconto illustrato di eroine, avventurieri, cimiteri di navi, che riemergono immortali dagli abissi della memoria. Il mare, reale o fantasioso che sia, diventa occasione per riflettere sulla vita, sulle sue zone di luce e ombra, sull'infanzia e la sua spericolatezza, sulla necessità di un approdo e sul potere della letteratura – da Karen Blixen e Nathaniel Hawthorne a Juan Octavio Prenz e Giuseppe Sgarbi – capace di condurci in ogni tempo, verso un altrove irraggiungibile.

(dal risvolto di copertina di: Claudio Magris, "Polene. Occhi del mare". La nave di Teseo.)

Le signore della tempesta
- di Cristina Taglietti -

Un ariete ritagliato nel legno di una quercia sacra che fa udire la sua voce agli Argonauti mentre vanno alla ricerca del vello d’oro. È da qui che parte il viaggio di Claudio Magris per questa rassegna di polene, cioè quelle statue che decoravano le prue delle navi, figure apotropaiche per stornare i malefici del mare, per guardare qualcosa che ai marinai era precluso. Un percorso che, partendo da quando le figure di prua erano soprattutto occhio e sguardo, attraversa il mito, la letteratura, la geografia e l’arte mescolando suggestioni marinare reali e leggendarie.
Un ricercato volume illustrato, dal titolo Polene. Occhi del mare, in libreria da giovedì 5 dicembre per La nave di Teseo, prolunga quella benefica ossessione dello scrittore triestino per il viaggio, inteso come uno sporgersi verso le indefinite lontananze che si protendono oltre la linea dell’orizzonte. Se, come scrive in un passo de L’infinito viaggiare, «il mare è assoluto, intenso fino al punto di diventare talora doloroso», se soltanto lì «ci si spoglia di tutto ciò che è banale, accidentale, relativo», le polene diventano il simbolo di uno sguardo che cerca di afferrare l’essenza della vita. «Sul mare immortale — scrive Conrad — si conquista il perdono delle proprie anime peccatrici».
La polena della prima, mitica nave Argo è dunque il punto di partenza. Tutte le altre vengono dopo, dall’Afrodite che adorna la nave sulla quale Paride rapisce Elena alla testa di antilope sulla prora dell’imbarcazione di Tutankhamon, ai draghi e serpenti di mare dei battelli vichinghi. Ma perché sulla prua si innalzi «una donna dalle vesti ariose mosse dal vento — scrive Magris — è necessario che gli uomini, anche gli onesti scultori di legno che lavorano per i naviganti, si siano innalzati al sublime, al sentimento di soccombere dinanzi all’infinito, senza riuscire ad afferrare ciò che travolge i limiti del pensiero e dell’immaginazione, ma riconoscendo e accettando di soccombere a viso sereno, quasi riposato». Il mare d’altronde è per Magris il sublime per eccellenza, «grande e semplice, solitario, insondabile nella tranquillità e indomabile nella tempesta, ricco di tragedie e catastrofi, di seduzione e di odiosa perdizione». Sono soprattutto le polene conservate nel Museo Valhalla delle isole Scilly, a 45 chilometri di distanza dalla punta sud-occidentale della Cornovaglia, il loro cimitero che «compendia tragedie e incanti», a guardare in alto, atterrite e insieme intrepide, come se la vista dell’inevitabile desse loro una decisa tranquillità.
Lo scrittore segue le tracce di una ricognizione storica, attraversa le sale dei grandi musei marittimi del mondo, andando oltre una classificazione letterale ed escludendo da questo rapporto con il sublime le raffigurazioni maschili, derubricate a meri «manichini, fantocci da carri di carnevale, decorazione da caserma». Come il Leonida del mercantile Thermopylae, esposto al Museo del Cutty Sark a Greenwich. Il Cutty Sark, clipper inglese che navigò sulla rotta delle Indie per il commercio del tè e della lana, compiendo «prodigi di leggerezza, velocità ed eleganza su tutti i mari», presenta una serie di figure di prua allineate alle pareti della sua stiva, tra cui spicca anche quella della strega Nannie. Ci sono collezionisti (come Ugo Mursia, editore e traduttore di Conrad, innamorato del mare e di tutto ciò che ha a che vedere con esso, la cui raccolta è attualmente al Museo della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci a Milano), cimiteri di barche, scopritori, scrittori. Magris declina tutte le categorie, umane e non, di chi con queste figure ha intrattenuto rapporti di interesse o ne ha fatto fonti di ispirazione. Attorno a esse ruotano leggende di amore e morte, come quelle sull’Atalanta, conservata nel Museo navale di La Spezia, ripescata nell’Atlantico dalla cannoniera Veloce nel 1870 che, si narra, con la sua bellezza fece impazzire il custode del museo, finito impiccato proprio di fronte a lei, il falegname incaricato di restaurarla, anche lui morto suicida, il soldato innamorato che la rapì e poi venne trovato cadavere nella sua stanza.
Legata al binomio di amore e morte è anche la polena di Peter e Rosa, uno dei Racconti d’inverno di Karen Blixen, storia di una figura di prua fatta scolpire da un capitano con le fattezze della moglie molto amata che se ne ingelosisce al punto da togliere le preziose gemme usate per gli occhi sostituendole con due vetri. Si accorgerà che lei stessa, privata degli occhi, sta diventando cieca, mentre la nave si va a sfracellare contro una rupe, affondando con tutto l’equipaggio. Tema presente anche in una lirica di Juan Octavio Prenz, lo scrittore croato-argentino scomparso a Trieste il 14 novembre scorso che alle polene ha dedicato parte della raccolta Figure di prua (La nave di Teseo 2019). La smania di possesso è una perversione d’amore che anche lo stesso Magris affronta in un racconto, Il Conde (comparso per la prima volta il 23 dicembre 1990 sul «Corriere»), dove il protagonista-narratore, un barcaiolo che sulle coste portoghesi nei pressi di Oporto recupera i cadaveri degli annegati, «salva» una polena e si batte per lei «con una decisione che non ha saputo avere quando si è trattato della sua vita vera, delle persone che amava e del suo destino».

- Cristina Taglietti - Pubblicato sul Corriere del 2/12/2019 -

“Pupe verdi”

Fascino e lutti dell’ambigua «pupa verde»
  - di Claudio Magris -

Le figure di prua hanno raramente ispirato grandi pagine. È come se gli scrittori, anche possenti — Karen Blixen, Günter Grass — fossero rimasti soggiogati dal tema in sé, più forte della loro fantasia, e l'avessero citato e lievemente variato, piuttosto che ricrearlo e inventarlo. Della seduzione ambigua e infera della polena dicono già quasi tutto le numerose e affascinanti leggende, gli aneddoti, le storie tramandate. Quando Günter Grass, nel "Tamburo di latta", racconta la storia grottesca e luttuosa di Niobe, la polena verde che semina rovina, riprende - senza rielaborarli con la sua radicale creatività - i topoi della tradizione: la sventura che colpisce, nei secoli, tutti coloro che mettono le mani sulla polena maledetta, il processo alla ragazza fiamminga che lo scultore aveva preso a modello e la sua condanna al rogo, le mani mozzate allo scultore stesso, le misteriose catastrofi, i suicidi e i delitti legati alla malefica «pupa verde».
Ma la storia della perversa fascinazione, distruttiva e autodistruttiva, di Herbert per Niobe, sino alla sua mostruosa morte, non aggiunge nulla a quella del custode Vegezi o del tenente Kurtz che si sono realmente suicidati per Atalanta, la bellissima polena conservata al Museo di La Spezia. Si potrebbe dire che, mentre nel geniale romanzo gli episodi - storici o personali, reali o leggendari - vengono ricreati nella smodata musica del tambuto di Oskar, la storia di Niobe rimane quasi a sé, un capitolo isolato e staccato, non metabolizzato nel verticoso romanzo, anche se certo non mancano unghiate di potenza espressiva, come la scena in cui i raggi del sole pomeridiano colpiscono e incendiano l'ambra dell'occhio sinistro della polena.

- Claudio Magris -


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