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Quando l'arte diventa il corpo delle donne

Creato il 08 marzo 2019 da Michelap

Come la letteratura anche l'arte ha le sue misconosciute, donne che posseggono una menzione, qualche trafiletto sulla propria professione, o donne, più fortunate, che detengono qualche paragrafo in più, e ad altre, malaugurate, non rimane che l'oscurità.
Ma dalla notte dei tempi le donne hanno lasciato tracce della loro vita sul proprio corpo, paure, silenzi, contraddizioni, pensieri nascosti e stretti sotto strati di tessuti. Le artiste, pazze e ribelli per la società, ne hanno mostrato i loro dolori ed impulsi, che sono gli stessi, ieri come sempre.

Quando l'arte diventa il corpo delle donne

"Donna davanti alla toilette", B. Morisot


Ci è voluto gran parte del Novecento per riconoscere alle pittrici impressioniste il loro giusto valore e la loro posizione preminente all'interno del gruppo, eppure ancora oggi un quadro di Monet o Renoir viene stimato molto di più rispetto ad un Morisot o a un Cassatt, e il motivo non è dipeso dal maggior talento dei primi ma alla solita e ricorrente discriminazione di genere.
A Berthe Morisot (1841-1895), fra le prime artiste ad essere incluse nel gruppo, il suo stile è sempre stato assimilato con quello del padre dell'Impressionismo, come se una donna non potesse identificarsi con un proprio: in realtà la sua arte così nebulosa e intangibile, come quando sogniamo, rappresenta l'unicità del suo lavoro.
"Donna davanti alla Toilette" (1875-1880) rientra pienamente fra queste visioni.
In una camera da letto una giovane donna si sta sistemando i capelli davanti allo specchio. Il suo abito di raso è alla moda e una spallina è scesa mostrando la bianchezza delle sue spalle ma il suo volto non è rivelato. Intorno alla sua bella figura si notano alcuni oggetti, una rosa, una finestra e forse una parte del letto alla sua destra ma nulla è abbastanza nitido; le pennellate veloci, le sfumature ricorrenti di rosa, bianco e blu danno l'effetto di un turbinio incantato e la luce, i colori e la leggerezza sono i veri protagonisti.
Potrebbe apparire un dipinto dalla tematica consueta e banale, affrontata numerose volte da Degas, Renoir o Manet, ma se in loro si denotano sottili connotazioni erotiche nella composizione, nella Morisot non esiste né curiosità né malizia. In un fugace momento, l'artista ha espresso quella femminilità silenziosa chiusa in un attimo privato, lontano dall'universo maschile.
Suzanne Valandon (1865-1938) fu tra le modelle più amate dai pittori impressionisti francesi, forse anche la più amata, grazie al suo fascino particolare e uno sguardo moderno e imperscrutabile, ma pochi, allora come oggi, hanno considerato adeguatamente il suo lavoro di artista.
Suzanne Valandon ha per così dire subito una fine ancora più anonima rispetto alle colleghe Morisot o Cassatt, e ingiustamente visto che la sua ricerca artistica si è spinta in territori poco consoni ad una donna dell'epoca, per tematiche e stili. Legata al gruppo di Renoir e Degas, l'artista con tempo aveva abbracciato il post-impressionismo.
"La Bambola Abbandonata"  realizzata nel 1921 rappresenta una delle sue opere più coraggiose ed originali e che meglio rientrano nel suo pensiero di donna e di artista insieme.

Quando l'arte diventa il corpo delle donne

"La Bambola Abbandonata", S. Valandon

 Nel dipinto appare una parte di una camera disadorna, un letto su cui sono sedute due figure femminili, una più matura che tenta di asciugare il corpo di una graziosa fanciulla, nuda, forse la figlia, dopo il bagno. La ragazza si mostra indifferente alle cure della madre mentre è completamente assorbita dalla sua immagine riflessa in un piccolo specchio chiuso nella sua mano sinistra. Sul pavimento si nota il particolare di una bambola, chiaramente dimenticata.
Il dipinto potrebbe ritrarre una scena di vita domestica, come quelle intraprese dalla Cassatt ma non è così. La sua forte simbologia, celata in alcuni dettagli, raffigura l'intimo e delicato passaggio dall'infanzia all'adolescenza.
Il nudo era un genere  per lo più riservato al mondo maschile, che presentava le donne, dee o reali che fossero, come oggetti sessuali o comunque cariche di tensione erotica. La Valandon porta invece questo genere a suo vantaggio, incarnando nelle nudità della ragazza, l'approssimarsi della pubertà e della sua scoperta.
La bambola abbandonata dabbasso simboleggia il distacco ormai effettivo dai giochi, dall'infanzia, e il nastro rosa sul capo richiama quello della ragazza, ultimo rimasuglio d'innocenza: presto, come la madre, abbandonerà anche quello.
Lo specchio interpreta la fascinazione di questo improvviso cambiamento: la giovane guardando rapita la propria immagine scopre un mondo al quale prima non era interessata, la propria identità, il suo io, la  femminilità; tutta la luce è riversata sul suo campo. La madre, dietro, non può che rimanere estranea a questo silenzioso mistero che si sta compiendo.
"La donna d'oro" come venne chiamata da D'Annunzio e in seguito dai suoi contemporanei, Tamara de Lempicka (1898-1980) divenne emblema di quella nuova visione della donna libera ed emancipata che si stava diffondendo nella società e nelle cultura della seconda metà del XX secolo: intraprendente, svincolata dal giogo maschile e non più oggetto sessuale dello stesso. I suoi dipinti hanno attraversato varie volte la questione femminile (la posizione sociale, il sesso, il rapporto con l'uomo e la modernità), laddove la situazione era ancora stagnate.

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"Andromeda", T. de Lempicka


Con "Andromeda" del 1929 l'artista rimanda al mito greco della bella principessa etiope incatenata ad uno scoglio e pronta per essere uccisa da un mostro e infine salvata da Perseo; qui però la giovane donna in catene sembra non la vittima sacrificale di un mostro ma dello scenario accanto: una città cubo-futuristica che grava alle sue spalle.
La donna è ritratta nuda, carnosa, gli occhi languidi, la sua prorompente femminilità imprigionata, come la sua incapacità di esprimersi in un contesto sfavorevole, tra conflitti interni ed esterni.
"Sono stata io a volerlo. Mi fa sorridere il moralismo della gente, non lo tirano fuori per il nudo in sé, ormai ovunque, ma per quello non perfetto. È l'imperfezione a scandalizzare, come fosse una colpa. Il mio è stato un gesto provocatorio, e anche di profondo dolore: in manicomio ci spogliavano come fossimo cose. Mi sento nuda ancora adesso". Alda Merini

Quando l'arte diventa il corpo delle donne

"Le Alienate", E. M. Boglino


Elisa Maria Boglino (1905-2002) è stata una delle tante pittrici inghiottite dall'oblio di un tempo maschilista e mai recuperata da un mondo che non ha cambiato tempo. Danese di nascita, italiana d'adozione, la Boglino divenne una pittrice molto conosciuta e apprezzata nel panorama artistico della prima metà nel Novecento italiano, arrivando a partecipare nel 1930 alla Biennale di Venezia. Di lei oggi si sa troppo poco eppure guardando questo dipinto, che fu a detta di molti il suo capolavoro, "Le Alienate" (1933), sono rimasta così affascinata da volere comunque includerlo in questa sequenza.
Su di un alto edificio appaiono un gruppo di figure femminili, senza vesti, contro un muro di mattoni rossi ma più che donne, esse sembrano più un groviglio di corpi deformi e contorti. Alcune di queste portano le loro mani sui volti, altre sulla bocca, mentre altre ancora bisbigliano tra loro; i loro visi emaciati sono più delle caricature. Dal titolo capiamo che queste non sono prigioniere o schiave ma donne la cui mente è stata fuorviata dalla follia.
Siamo nel pieno del fascismo, dove il modello femminile promosso dallo Stato era quello di una donna sana, capace di generare figli e sottomessa al volere e al diritto di una società patriarcale. La Boglino, con audacia, ritrae invece quelle che per la dittatura erano le reiette, le escluse: le "pazze".
Mediante i colori scuri, le linee disarmoniche e mostrando senza vergogna anche la bruttezza e l'oscenità dei loro gesti, la pittrice aggiunge una cupa drammaticità a queste infelici, la cui unica colpa potrebbe rientrare nel non essere state all'altezza di un sistema.
Frida Kahlo (1907-1954) è l'artista donna più conosciuta del nostro tempo. La sua immagine è diventata un'icona di coraggio e di indipendenza, per la sua vita singolare e controcorrente e per l'aver raffigurato nei quadri una sofferenza, un dolore propri dell'universo femminile.
"La Colonna Rotta" (1944) è tra le migliori interpretazioni di questa visione, dove si riversa un sentimento forte e penetrante, di tormento fisico e psicologico e di empatia.
In un paesaggio, forse marino, si staglia la figura eretta ma dolorosa della stessa pittrice, ritrattasi come una martire. La parte inferiore del suo busto nudo è coperto da un lenzuolo bianco (che ricorda quello delle Deposizioni di Gesù Cristo), gran parte della sue pelle, fino al viso, presenta dei chiodi di varie dimensioni piantati come spilli. L'interno del suo petto è squarciato malamente da una colonna ionica, spezzata in più punti, che la divide in due e che funge per lei come una colonna vertebrale. Dai suoi occhi cadono lacrime mentre le sue sopracciglia unite sembrano dare forma ad uccello ed insieme simboleggiano l'estremo patimento sopportato.

Quando l'arte diventa il corpo delle donne

"La Colonna Rotta", F. Kahlo


"Non sono malata. Sono rotta. Ma sono felice, fintanto che potrò dipingere". Frida Kahlo
L'ambiente arido e scosceso aumenta l'isolamento del personaggio e il busto che sorregge la parte alta del suo corpo allude alle restrizioni fisiche subite dopo l'intervento chirurgico alla colonna vertebrale ma pur nella sofferenza e nel dolore che ne recepiamo, la Kahlo ci guarda mostrandoci la sua dignità e la sua femminilità che nonostante le avversità del momento sono ancora intatte e presenti: il suo sguardo provato ma fermo mette a nudo la sua anima che richiama quella di tante altre donne.
M.P.

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