Magazine Diario personale

Quarantina0zero1uno – Forse le formiche

Da Icalamari @frperinelli
Quarantina0zero1uno – Forse le formiche

Time pieces – Allan Kaprow

– Mi dispiace se ti siedi qui?

La ragazza represse male un sorriso.

– No. Non ti dispiace.

Lui, che non aveva distolto lo sguardo dal suo, colse il segnale di via e sorrise a mezza bocca a sua volta.

Sedettero all’unisono, con lo stesso movimento affettato che li fece leggermente rimbalzare sulla panchina in legno. Qualche frammento di vernice scrostata scese piroettando sopra l’erba ma nessuno dei due se ne accorse. Forse le formiche.

Lo attraversò il dubbio che tutto stesse accadendo esattamente come lo aveva immaginato, o che il fatto di ritrovarsi nel parco seduto accanto alla ragazza avesse prodotto a ritroso il falso ricordo di un immenso desiderio. Scelse di non saperlo.

Intanto il sole sfioccava rado attraverso il fogliame che li circondava. Intanto uno stormo di anatre si levava dal canneto starnazzando. Intanto, attorno a loro, solo il cane Molly si muoveva sregolato, tartufo sul terreno e coda sventolante. Reiventava il vecchio gioco di una preda da cacciare.

– Così tu vieni qui?

– Qui?

– Nel parco. A passeggiare.

– A volte. È un caso che tu mi abbia incontrata, sarei passata per la strada, come al solito. Ma oggi, – disse alzando e socchiudendo gli occhi, come per osservare meglio qualche dettaglio del cielo -, oggi mi sono detta: Beh, che male c’è ad allungare un po’? Con una giornata così.

– Una giornata così merita – fece lui, dondolando la testa in avanti.

– Merita, sì.

La ragazza si morse il labbro inferiore.

– Lo lasci sempre libero?

– Libera, è una femmina. Ed è molto educata.

Ma il cane era già lontano dai loro pensieri, così il perché stessero entrambi lì, impegnati a cercare parole, mentre si erano trovati proprio perché di parole ne avevano avuto abbastanza.

– Credo che farò domanda per un semestre all’estero. – disse improvvisamente lui.

– Oh. – Fu la risposta della ragazza.

Guardavano lontano, guardavano le punte delle loro scarpe. Guardavano le onde prodotte dal mare di fili d’erba che li attorniava. Lui si voltò e scoprì com’era fatto il suo profilo.

La ragazza aveva un orecchio roseo, e una tonalità calda di rosso si era diffusa sottopelle, tra il collo e la fronte. A lui sembrò che la sua bocca fosse sul punto di parlare. Invece si dischiuse appena e restò così, sospesa tra il respiro e l’assaggio.

Mosse con cautela il braccio e le accarezzò una guancia. La ragazza non seppe reagire in altro modo che assecondando il movimento imposto dalla mano, e arrivò a guardarlo dritto negli occhi.

– Non ci saremmo potuti avvicinare tanto.

– No. – Rispose lui, avvicinandosi ancora.

– Non avremmo potuto fare questo.

Nel dirlo, eliminò ogni distanza tra le sue labbra e quelle del ragazzo. Lui spostò il palmo dietro la nuca di lei e la spinse di più a sé.

Non molto lontano, un tagliaerba iniziò a rombare allo stesso ritmo delle pulsazioni di quei due.

Quel giorno fecero conoscenza anche le estremità dei loro nasi, sfregandosi, e sfregando ogni sporgenza e ansa dei loro volti; e le loro lingue, affondando e scavando nell’intimità reciproca; e le loro mani intrecciate; e quindi le mani con i fianchi; e quindi i fianchi tra di loro; finché arrivarono a emozionarsi, tremanti e molli, scoprendosi tanto a contatto, anche le loro gambe nervose.

Si affrettarono a cadere nell’erba alta, incuranti della lenta avanzata dei giardinieri e di quella impetuosa del cane Molly, venuto a depositare, accanto al loro respirare accelerato e fondo, una coda di lucertola.


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