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Quello che il renzismo non dice (155) – Dall’offensiva contro i pentastellati alle accuse a Juncker, fino alla “riscoperta” del Sud: tutto pur di coprire lo scandalo Banca Etruria.

Creato il 16 gennaio 2016 da Rosebudgiornalismo @RosebudGiornali
Image7.pngdi Rina Brundu. Molti lettori di questo blog ricorderanno la famosa mappa sulla libertà di Stampa pubblicata dalla Freedomhouse.org, una mappa che si risolve nell’essere soprattutto uno studio dettagliato e molto accorto sull’effettivo grado di libertà mediatica che concedono i diversi paesi del mondo. Nel 2015 l’Italia era al 73simo posto, come sempre l’unico grande paese occidentale mano nella mano con numerosi Stati canaglia, con delle vere e proprie dittature. C’era un tempo della mia gioventù in cui, ingenuamente, ritenevo che tale classifica non raccontasse una verità: di fatto mi pareva che il nostro fosse un Paese sostanzialmente libero. Vent’anni di vita fuori dai confini e dodici mesi di renzismo sono comunque stati sufficienti a farmi capire che sbagliavo. Di tanto.

Se c’é qualcosa per cui nel futuro prossimo si dovrà ringraziare questo periodo particolarmente brutto della nostra storia moderna sarà infatti l’averci fatto comprendere molto bene come funziona il complesso meccanismo della “disinformazione” di casta in Italia; l’averci mostrato in maniera abbastanza chiara i perniciosissimi intrecci di potere, laddove cane da guardia (i media) e sorvegliato (l’Esecutivo), abbaiano all’unisono e insieme mirano la luna. Di fatto il problema è così forte, evidente, pregnante, importante che sovente si scade nel grottesco. Fino a poche settimane fa, per esempio, pubblicavo tanti screenshots dei poster lenzuolo che il Corsera fontaniano dedica a Renzi con la premura dell’innamorato ardito, ma adesso non lo faccio più: per quanto sentita, alla fine annoia anche la nostra stessa indignazione intellettuale che finisce finanche col perdersi così come si perdono i petali di un fiore delicato nel brodo grasso del pasto del maiale.

Tuttavia è davvero difficile restare in silenzio davanti al tristo spettacolo di questi giorni, davanti ad un predare tanto svergognato sui diritti democratici di un popolo culturalmente assente per motivazioni multiple, laddove per coprire uno “scandalo” gravissimo, che in una qualsiasi nazione veramente democratica avrebbe portato alla cacciata di un intero Esecutivo, siamo comunque costretti a testimoniarne di tutti i colori. Quindi abbiamo dovuto assistere all’indecorosa sceneggiata di una Italia umiliata in Europa e ridotta al ruolo di bulletto di periferia che abbaia senza mordere contro Tizio e Caio; abbiamo dovuto assistere all’attacco lancia in resta contro i Cinque Stelle all’insegna del biblico motto muoia Sansone con tutti i nostri indagati; abbiamo infine dovuto registrare l’ultima offesa a quel nostro Sud finora ignorato, dimenticato, obliato e adesso usato come piedistallo da cui tentare l’impossibile risalita dal profondo tunnel sotterraneo scavato.

Then again… nel tragico panorama pseudo-democratico che ci circonda, dobbiamo riconoscere che sono stati davvero molto bravi sia i ragazzi dei Cinque Stelle che si sono già rimboccati le maniche per rimediare “all’incidente Quarto” (ottimo da questo punto di vista Alessandro Di Battista a Piazzapulita due giorni fa), ma anche i redattori de “Il Fatto Quotidiano” che non mollano la questione “Banca Etruria” nonostante il tanfo prodotto e che continua ad aumentare ogni giorno che passa (nda interessante anche la questione della provenienza dei rolex renziani e le domande poste dal giornale in questo senso). Un quotidiano, Il Fatto, che, mea culpa, avevo grandemente sottovalutato in passato, parendomi che il suo unico interesse fosse quello di fare il cane da guardia al berlusconismo. Travaglio ha invece dimostrato che il suo giornale sa diventare il cane da guardia di qualsiasi Esecutivo: questo non è un dettaglio minimale, piuttosto è quell’in-più che ratifica il suo status di organo di informazione italiano credibile… e lo distingue dagli altri ormai ridotti al rango di siti-po*no per educande vittoriane.


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