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Quello che il renzismo non dice (42) – “Ecco la mia sinistra: sta con i più deboli” Un’analisi della lettera di Matteo Renzi a Repubblica, o del manifesto ideale e del fantasma retorico che si aggira per l’Italia: è quello di Robin Hood.

Creato il 22 novembre 2014 da Rosebudgiornalismo @RosebudGiornali
 Fairbanks_Robin_Hood_standing_by_wall_w_sworddi Rina Brundu. Dopo l’infelice uscita di Maurizio Landini “Renzi non ha il consenso delle persone oneste”, Matteo Renzi scrive a Repubblica. Scrive perché, dice, sarebbe stato chiamato in causa “personalmente” dal quotidiano quando – via editoriale – gli è stato chiesto qual è l’idea di “sinistra” che rivendica. Ci tiene il premier a sottolineare che la sua idea di “sinistra” è quella della riforma del lavoro, è quella degli undici milioni di voti alle ultime elezioni, quella del PD che sa “da che parte stare”. Ghandianamente ribadisce che quella parte è “la parte dei più deboli” e della “speranza”, del trovare “soluzioni concrete ed efficaci a problemi”, mentre la sfida del PD sarebbe ormai una sfida plurale “un progetto condiviso da milioni di persone”, come solo ci si può aspettare in un Partito dove “hanno tutti cittadinanza alla pari”.

Il miglior modo, “il modo più utile per difendere i diritti dei lavoratori” sarebbe quello di estenderli a tutti, continua lapalissiano il Presidente del Consiglio. Ricorda poi le recenti visite nelle aziende, le strette di mano, l’apertura al confronto. Non ci sarebbe insomma una riforma “più di sinistra” del Jobs Act; d’altro canto, Renzi precisa che il “PD ha chiara la differenza tra maggioranza e opposizione” e ripete che l’intesa con Berlusconi è necessaria perché “le regole del gioco si prova a cambiarle assieme”. Si tratterebbe però solo di un’amara pillola da buttare giù prima di “tornare a dividersi su tutto il resto” (quale “resto”??). Lamenta, Renzi, che gli viene “rimproverato anche di scherzare coi gufi e con i soloni.  Penso che un po’ di ironia, Direttore, possa aiutare tutti a mettere a fuoco meglio le nostre posizioni, non per banalizzarle, ma per metterle in prospettiva”. La sinistra renzista sarebbe quindi storia dei valori di “Berlinguer e Mandela, Dossetti e Langer, La Pira e Kennedy, Calamandrei e Gandhi”, in un’ Italia “cambiata”(???). Perché cambiare sarebbe necessario per “avere orgoglio di essere non solo di sinistra, ma italiani” e si può farlo (cambiare) solo in due modi: “Farlo noi da sinistra. O farlo fare ai mercati, da fuori”. Il tutto nell’estrema convinzione renziana che sarebbe finito, e finalmente alle spalle, “il tempo delle parole, giuste o sbagliate, slegate dai fatti”.

Una lettera straordinaria per certi versi, una lettera che volendo potrebbe diventare – di fatto lo è già – il manifesto del renzismo più rampante. Colpisce – nella stessa – l’epidermicità del discorso, la reiterata-ripetizione del “credo” oramai imparato a memoria, l’asetticità e la mancanza di logica del ragionamento, la mancanza di analisi e di profondità, la visione-unica. Colpisce la retorica facile e il tentativo di cooptazione-intellettuale delle grandi filosofie umanitarie moderne (vedi il riferimento a Ghandi, a Mandela), che nelle intenzioni dovrebbero sostenere il nuovo corso del Partito. Colpisce la semantica fredda, il “distacco”, anche quando solamente scritturale (o forse proprio per questo), dal mondo dei “deboli” che, a detta di chi scrive, la nuova linea politica intenderebbe invece proteggere. Colpisce la naïveté in chiusura, in virtù della quale sarebbe finito “il tempo delle parole”; difficile crederci se si considera che raramente un Esecutivo moderno ha affogato un Paese nel mare magnum retorico così come è stato capace di fare questo governo in meno di un anno. Preoccupa, invece, il ragionamento meramente tecnico-politico e, ripeto, le sue mancanze a livello di connessione logica, specialmente rispetto alla possibile, effettiva tenuta di una simile strategia politica nel long term.

Quest’ultima considerazione è a mio avviso molto importante perché che io creda (come di fatto credo), nell’illusione di un neo-capitalismo-corretto è un conto, ma che questo credo appartenga – sotto prospettiva operativa – anche al capo di un Esecutivo che dovrebbe essere appunto moderno e “pratico”, è tutta un’altra storia. L’avvento del capitalismo-corretto e alla Robin Hood, ovvero di un mondo dove il ricco si deruba da solo per consegnare il bottino ai poveri, è una mera illusione. Una pericolosa illusione, soprattutto per gli “ultimi” che di fatto rimangono senza rappresentanza. Una illusione che per potersi sostenere anche solo filosoficamente presume un superamento del machiavellismo: con tutto il rispetto per il nostro premier, non sarà il renzismo (e la scrittura epidermica della lettera in questione lo dimostra più di ogni altro mio dire!), a mettere nello scantinato la grande capacità di ragionamento logico di Niccolò Machiavelli, né la sua grande coscienza e visione politica.

Non entro poi nel messaggio di fondo che sembrerebbe voler portare questa missiva e cioè “Giudicatemi dai comportamenti…”, perché scadrei in quell’ironia che Renzi sostiene essere una sua caratteristica prima. Purtroppo, è proprio per i suoi comportamenti che viene difficile concedere la fiducia che il premier chiede, mentre per i discorsi costruiti e cattura-consenso nazionalpopolare c’è sempre tempo… Come a dire che se finalmente cominciassimo a vedere una qualche sua fotografia dove – alla maniera di un homme-du-monde pentito anni 80 – Renzi non sta direttamente guardando verso l’obiettivo, sarebbe già un primo, consolante, passo in avanti…. Per intanto un fantasma si aggira per l’Italia, è quello del Robin Hood dei tempi.

Featured image,  Douglas Fairbanks as Robin Hood; the sword he is depicted with was common in the oldest ballads

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