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Questa cosa che lo scrivere è un lavoro

Creato il 30 aprile 2018 da Mcnab75
Questa cosa che lo scrivere è un lavoro

Questa cosa che lo scrivere è un lavoro dà fastidio.
Non è una sensazione recente. Diciamo che la percepisco da diversi anni, ed è un fenomeno che rimane immutabile (quantomeno in Italia, altrove non so) nel tempo.
Come avrete notato su questo blog non si fanno più discorsi polemici o teorici sulla scrittura. Può piacere o meno, ma è la nuova policy del blog. Preferisco dedicarmi ad altro, e alla fine questa filosofia ha salvato Plutonia Experiment da una possibile chiusura.
Però, visto che siamo in prossimità del Primo Maggio, Festa del Lavoro, vale forse la pena spendere due parole su questa vecchia questione.

Scrivere è un lavoro, dicevamo.
Io lo considero come un dato di fatto, come una verità dogmatica.
Scrivere è faticoso. Non dico che è come stare in fonderia, ma non è nemmeno questo grande divertimento, a livello fisico. Ci si distrugge gli occhi e il cervello, a scrivere a certi ritmi. E senza ritmi non si conclude nulla. Il che non è tollerabile, se la scrittura è una fonte di reddito a cui una persona non può rinunciare.
Scrivere cannibalizza molto tempo, a orari improbabili del giorno e della notte. Non ci sono feste, non ci sono ferie (men che meno pagate), non ci sono scuse sufficientemente buone per interrompere troppo a lungo la fase di scrittura.
Scrivere rischia di azzerare la vita sociale.

Tutto ciò non significa, ovviamente, che scrivere non possa essere divertente.
Per me lo è stato e continua a esserlo. Scrivere è una fonte di divertimento e anche una passione. Senza questi due fattori avrei forse smesso da tempo.
Eppure proprio la parola passione genera molte incomprensioni.

Con questo termine si giustifica il fatto che scrivere, in quanto diverte e intrattiene (lo scrittore quanto il lettore), possa o debba essere un'attività no-profit.
In questi anni ne ho sentite di ogni, per giustificare chi non vuole pagare gli scrittori.

Questa cosa che lo scrivere è un lavoro

Mi hanno detto che - cosa vuoi farci? - il settore è messo male e soldi non ce ne sono. Ma se si lotta tutti insieme - gratuitamente - per la causa si può costruire qualcosa di buono. Sì, ma buono per chi?
Mi hanno detto che vendendo i miei ebook, al posto di regalarli, sono un nemico della libera diffusione della cultura (giuro che me l'hanno detto esattamente in questi termini).
Mi hanno detto che nessuno mi ha chiesto di scrivere, e quindi non posso certo pretendere di essere pagato.
Mi hanno detto, ma questo punto meriterebbe un approfondimento a parte, che essendo un autore indipendente non ho il "bollino di qualità", e quindi sicuramente ciò che scrivo non merita una valutazione economica.
Mi hanno anche detto che visto che scrivere frutta pochi soldi, al posto di lamentarmi dovrei dedicarmi ad attività più fruttuose. Chissà, magari è anche vero.

Per fortuna ci sono poi quei lettori che hanno da tempo capito che scrivere è un lavoro, e che vendere un libro o un ebook per pochi euro mi consente di continuare a produrre ciò che a qualcuno di voi piace leggere.
Trovo paradossale che questo concetto sia stato assimilato assai meglio dai lettori che da taluni colleghi, che seguitano a invitarmi a partecipare ad antologie o a webzine senza nemmeno fingere di offrire un compenso che non sia la visibilità. Lecito provarci, un po' meno lanciare delle fatwe se uno poi rifiuta questi inviti.
Ma forse questa cosa del farsi pagare va a danneggiare il sistema editoriale, soprattutto quello piccolo, in cui intere testate (soprattutto digitali) sopravvivono pubblicando decine di scrittori non pagati, o a cui vengono retribuite delle royalties da fame. Per questo chi non ci sta viene considerato un nemico, ancor più che uno della concorrenza.

Per fortuna c'è stato anche chi si è distinto, comportandosi anche in maniera ampiamente professionale, come per esempio la rivista digitale Altrisogni. Mosche bianche, che vale la pena citare, anche a costo di far torto ad altri.

La speranza è che col tempo maturi una sempre maggiore consapevolezza, soprattutto tra addetti ai lavori (lavori, appunto, mica "addetti alla passione").
Questo discorso vale anche per altri campi: musica, grafica, fotografia etc. Credo che molti di voi che avete letto questo post, pur non essendo scrittori, abbiate provato uno spiacevole senso di familiarità.
Beh, auguriamoci tutti che diventi una sensazione sempre più rara, fino a dimenticarcela del tutto.

Questa cosa che lo scrivere è un lavoro

Articolo di Alex Girola: https://twitter.com/AlexGirola
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