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Qui e ora.

Da Fmrt

Qui e Ora, hic et nunc, ancora una volta per chi vuol ricordare qualcosa in più. Buffa come cosa. Buffa, perché punta l'attenzione su di una incapacità generata dal futurismo in poi: l'incapacità del confrontarci nel e col non qui e non ora. Già. Il futurismo della locomotiva che corre veloce e non è dove dovrebbe essere. E viene dipinta come un ammasso veloce di tanti tempi che si rincorrono, così si perde nello spazio la forma e diventa decostruita. 
Di cosa parlo? Non qui e non ora è qualcosa che sarà...ma "sarà", non è dato saperlo, ancora o forse mai. Essere in futuro non è ancora e, quindi, per quel che ne sappiamo, potrebbe anche non essere. Incertezza. Noi sappiamo solo dell'esistenza di quel che è. E ne possiamo davvero sapere? O la percepiamo solamente? Però, attendiamo quel che sarà. Occorre una scelta coraggiosa: credere fermamente che sarà. Altrimenti, non credere. Sfidare il qui e adesso e vedere più di qualcosa dove altri nemmeno provano a guardare.
Ecco il bandolo della matassa, siamo arrivati: attendere. L'attesa.
Che è una bella parola. Attendere. Attesa. Mi fa venire in mente subito, il tendere. Allungarsi. Distendersi. Teso. Da una parte verso un’altra. Non fermo. Non statico. Non già e non ancora, ma durante. Ecco quindi che l’attendere è un senso che non ci appartiene. Il senso del tempo. Il senso del non essere qui e non essere ora e non essere nemmeno lì e dopo. Essere, durante. Siamo in tensione. Come quando aspettiamo una ragazza. Non siamo soli e non siamo nemmeno in sua compagnia. Non siamo soli perché non ci sentiamo soli, perché la stiamo aspettando, appunto. Ci siamo già proiettati verso di lei. Tendiamo verso di lei. E al tempo stesso non siamo nemmeno in sua compagnia perché non-è-ancora-qui. Qui e ora.
Siamo in tensione. Come quando stiamo crescendo, ogni giorno, e siamo tra un noi che è stato e un noi che ancora non conosciamo, un noi che probabilmente sarà ma che potrebbe anche non essere mai. Non è certo saperlo. Eppure, cui ogni giorno, tendiamo. E perché? Perché no restiamo qui dove siamo? Perché, non tutti, ma qualcuno avverte questo particolare impulso al movimento? Verso dove? Tirato da cosa? Nessuno di noi lo sa. Avvertiamo questa tensione ma non vediamo da cosa siamo tirati. Da noi stessi? Da altri? E ci muoviamo. E mettiamo il piede in bilico, e facciamo un passo. Poi un altro. E ancora uno. 
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Ma essere in tensione è anche essere tirati, da qualcosa. Da una parte e dall’altra. Da un ideale. Da un pensiero. Da qualcosa che si attacca o a cui noi ci attacchiamo con caparbietà e fortemente. E più forte tira, più noi ne veniamo tirati. E più tiriamo noi, più ci allunghiamo. E più opponiamo resistenza, maggiormente siamo tesi. Ecco forse perché spesso chi è impegnato nel fare qualcosa con grande ardore, avverte un vuoto attorno a sé, perché si viene tirati e la tensione non lascia spazio ad altro. Ed ecco forse perché studiare, impegnarsi, dedicare il proprio tempo a qualcosa, esprimere tensione, cambia la vita di chi studia, si impegna e dedica il proprio tempo a qualcosa. Perché tendendo, ci allarghiamo e la nostra vita con noi si stende, e si allarga. Non è detto che poi si allarghi verso una direzione che ci piace, ma si allarga. Non è detto che la tensione ci porterà verso dove vogliamo, ma intanto tendiamo. E nel tendere scopriamo che la nostra vita non è così statica come, a volte, siamo costretti a considerare. 
Siamo in tensione. Come quel breve istante che passa tra l’attesa di un bacio e il bacio stesso. Un momento breve e intenso, carico di passione e ardimento, di aspettativa e desiderio, impreciso e a volte impacciato ma antinomicamente deciso e diretto, fremente. Stiamo per baciare e ne saggiamo già il sapore pur non avendolo ancora sulle labbra. Ecco come mi piacerebbe vivere la mia vita.

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