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“Qui sine peccato est vestrum primus lapidem mittat”. Perché il PD può dare “lezioni” di democrazia

Creato il 28 marzo 2014 da Catreporter79

Esiste e trova particolare utilizzo, a destra come al centro, il “cult” dell’impossibilità, da parte del PD, di sostare ed esprimersi nel panorama democratico e liberale in ragione dei trascorsi storici del Partito Comunista Italiano, ritenuto (a torto) suo precursore politico. Il ritornello “adesso vogliono insegnarti che cosa sia la democrazia quando fino a ieri erano stalinisti”, benché, senza tema di smentita, acuminato e suggestivo, si formula e sviluppa intorno ad una semplificazione grossolana, che non tiene conto né del principio della contestualizzazione (tra i cardini dell’analisi storiografica ) né dell’evidenza della compromissione, in misura differente e variabile, di quasi tutti i partiti nazionali con le logiche meno limpide della politica e della sua gestione. Stragi di stato, insabbiamenti, corruzione, appoggi a questo od a quel “capotazza” sudamericano oppure a questo o quel nucleo terroristico, rendono impossibile ed impensabile per chiunque (eccezion fatta per Radicali e Monarchici) la rivendicazione di una verginità pubblica e morale. Da non dimenticare, inoltre, come la generazione che ha scelto, condiviso e vissuto la contiguità con il Blocco Sovietico stia a poco a poco uscendo dal panorama politico per lasciare spazio a figure formatesi nella Margherita o dopo la Bolognina e l’ammainamento del vessillo dell’Ottobre dai pennoni del Cremlino. Significativo, a questo proposito, l’utilizzo della prima pagina de L’Unità contenete l’omaggio a Stalin il giorno dopo la sua morte. Soltanto tre anni dopo (1956), in occasione del XX Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, il mondo (anche quello comunista) sarebbe venuto a conoscenza dei crimini commessi dal leader sovietico, ma fino a quel momento, “Koba” rappresentava il simbolo della vittoriosa lotta al nazifascismo che tanto danno aveva provocato all’Europa ed al genere umano. Inoltre, quasi nessuno degli aderenti a quel PCI (1953) è ancora impegnato in politica (e in vita).



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