Magazine Diario personale

Quindici metri

Creato il 17 febbraio 2019 da Bellatrix74
Quindici metri

Questo non è uno scritto su Bruno Ganz. Ieri è successa una cosa. Voglio dirlo in un modo facile perchè è una cosa molto complicata. Cerco di fare chiarezza nella mia mente circa le esatte condizioni in cui gli eventi sono accaduti. Avevo aperto tutte le finestre e facevo le pulizie mentre fuori c'era una temperatura gradevole e tra i palazzi potevo scorgere il cielo azzurro della tarda mattinata. Abitiamo all'ottavo piano di un palazzo che è proprio di fronte ad un altro ottavo piano. Così come il settimo, il sesto e tutti gli altri sono davanti ai corrispettivi. La distanza tra le due fila di finestre che corrono parallele ai lati della strada non è più di quindici metri. Cristiano stava uscendo per portare Brusco alla toeletta. Sul fuoco sobboliva il ragù. Potevo sentirlo brontolare sotto al coperchio perchè, stranamente, non avevo acceso la radio. Sentivo anche il ronzio del frigo. Avevo messo i cuscini a prendere aria sul davanzale poi mi ero girata verso il letto per sistemare le lenzuola. Non mi aveva sorpreso sentire il trillo del telefono un minuto dopo aver distrattamente salutato Cristiano, che aveva chiuso la porta alle sue spalle. Lo fa sempre: mi chiama appena scende anche solo per dirmi che c'è qualcuno parcheggiato male accanto alla mia macchina. Ho risposto al telefono con ancora con le spalle voltate alla finestra. La sua voce era rotta, terrorizzata, cruda. Mi diceva di non guardare fuori, di non scendere, di sedermi. "Un uomo si è buttato dalla finestra. È qui. In terra. In strada. C'è il sangue. C'è un rivolo di sangue rosso che va dalla sua testa lungo la strada. Ha il pigiama." Sono caduta sulle ginocchia. Mi sono voltata. A quindici metri da me la finestra del palazzo di fronte, chiusa fino due minuti prima, era aperta. È un posto brutto. Questo mondo è un posto brutto. Ho urlato che era un posto brutto. In un posto brutto non ti puoi distrarre. Se solo avessi indugiato un minuto in più davanti al cielo azzurro, se non mi fossi voltata, io forse gli avrei potuto dire di non farlo. Non ho sentito nulla. Come ho potuto sentire il rumore del ragù dalla cucina e non sentire la disperazione così forte di quell'uomo? La finestra aperta, solo quella riuscivo a vedere. Volevo solo che Cristiano tornasse a casa, che si riprendesse pure il cane dalla toeletta, volevo solo che fossero lì vicini dove li potessi guardare senza distrarmi mai. Quanti anni aveva? Gli avevo chiesto quanti anni aveva, stupida io, che urlavo senza aver visto, invitando invece lui a guardare, non so perchè. Quaranta. Devo aver pensato che l'età mi avrebbe dato indizi sul perchè del gesto. In pochi secondi ho rivisto più volte la scena che era sfuggita al mio sguardo. Un uomo apre la finestra. Vede una donna che fa le pulizie in una casa così vicina alla sua, in una vita così lontana dalla sua, forse si accorge del cielo azzurro, salta nel vuoto e muore. Io ero più vicina a lui del suolo. Questa cosa, quel piccolo istante, quella lontananza così estrema tra noi, ha cambiato la nostra vita. Quando Cristiano ha aperto la porta aveva un viso diverso, come se non fosse più lui, come se io non fossi più io. Ci siamo seduti sul divano, con le finestre ancora aperte. C'era un silenzio irreale. Ci siamo tenuti le mani e, non so perchè, sono sicura che anche Cristiano in quel momento, ha guardato l'orologio. Poi solo una sirena, ma piano, quasi lontana come se fosse in un mondo diverso da questo. Più tardi nel pomeriggio siamo andati come ogni giorno al cantiere di quella che sarà la nostra casa. Uscendo ho visto l'uomo in terra, avvolto dalla coperta isotermica. Era come una scultura d'oro al centro delle nostre vite. Delle vite di chi passava per caso, dei signori della tabaccheria all'angolo, di chi voleva di fretta uscire con la macchina senza poterlo fare perchè la strada era stata delimitata dai nastri delle forze dell'ordine, del carabiniere che sorvegliava l'ingresso del palazzo. Ho guardato verso l'alto, la finestra ancora aperta. Non ho detto una cosa che normalmente non avrebbe importanza, ma ne ha. Avevo voluto sapere l'età dell'uomo, subito, come fosse l'informazione che avrebbe reso razionale quella cosa così difficile. Non mi serviva sapere se fosse italiano o no, lo sapevo già. Il palazzo avorio è abitato da cinesi. In quello celeste subito dopo la tabaccheria ci sono gli africani. Quello color corallo è abitato da indiani, pakistani e bengalesi. La finestra al settimo piano del palazzo color corallo stanotte è stata chiusa, ma la luce era accesa. A quaranta anni forse la disperazione riguarda la povertà, forse il lavoro, la solitudine o anche una perdita, una separazione. Non so. Ma per chi abita nel palazzo corallo, o celeste, o avorio, è più solitudine ancora, più povertà ancora, più perdita ancora. Soli più di quelli che sono da soli. Una scultura d'oro, sola come una cosa da cui stare lontano, importante e finalmente visibile a tutti. Invisibile fino a qualche ora prima tanto che la distanza tra me e lui, piccola, più piccola di quella tra lui e il suolo, gli deve essere sembrata incolmabile. Al cantiere me ne sono stata buona. Non ho sbraitato per avere il profilo led perfettamente allineato con la parete o gli spazi della cabina armadio equidistanti. Lo faccio, di solito. Vorrei che quel piccolo angolo di mondo, dove sono stata bambina un tempo, fosse un posto bello, e quindi voglio controllare che ogni cosa sia perfetta.
Ma è una bugia.
Questo è un posto brutto. Tutto questo posto, nel raggio di molti più di quindici metri, è un posto brutto. Ma quello che conta è che per qualcuno è ancora più brutto.
Oggi non sto bene, anche se sempre meglio di chi abita il palazzo corallo. La finestra è aperta, di nuovo. Mi trovo nell'equilibrio precario di chi non sa se sia meglio fuggire e mettersi in salvo o cercare di salvare tutti gli altri. Ma chi sa farlo poi? Ti distrai per un istante, ti volti e le tue spalle saranno girate per sempre.
Non possiamo restare umani, dovremmo diventare superumani. Che poi... "dovremmo". Io chi siamo questi "noi" non l'ho capito ancora.
Però sarebbe stato bello se questo fosse stato un post su Bruno Ganz, su un uomo che ha interpretato, anche nei miei sogni, un angelo che sceglie di gettarsi nel vuoto per diventare umano e scoprire l'amore. Sarebbe stato bello.


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