In una scenografica galleria virtuale si compie un viaggio particolare, andiamo con Paolo VI in Terra santa. Mentre a Roma i vescovi lavorano sul Concilio Vaticano II°, il pontefice fa una scelta eclatante.
È il gennaio del 1964 il successore di Pietro decide di tornare nei luoghi di Cristo. Una folla immensa accoglie il Papa che fatica ad avanzare. Sembra sommergerlo. È un viaggio di grande impatto politico e di immagine. Paolo VI è il primo papa a prendere un aereo. Sei mesi dopo la sua elezione effettua il suo primo pellegrinaggio internazionale. Nel 1964 è un event
Tutti mobilitati, stampa, tv e cinema. Ermanno Olmi firma un documentario proprio su quel viaggio in Terra santa. Il successore del primo apostolo, ritorna dopo venti secoli di storia, la dove Pietro è partito. Portatore del messaggio cristiano. ” Quello che noi, oggi, vediamo spesso, in Papa Francesco - dichiara Melloni – convinti che sia una grande novità, in realtà viene da lontano. In quella terra in cui i papi avevano fatto le crociate, la terra dei grandi conflitti. Il Papa pellegrino, per la prima volta fu Paolo VI e ci andò da cristiano”.
Doveva essere un pellegrinaggio spirituale alle fonti della fede cristiana, diventò un gesto di apertura ecumenica che lanciò un seme. Finalmente un Papa tornava sui luoghi dove aveva vissuto Gesù. Atterra in Giordania che in quel momento è la proprietaria della Gerusalemme vecchia. È lo stato che ha sotto il proprio controllo i luoghi santi.
È di fatto una rinuncia simbolica del conflitto tra le fedi e contraddice un po’ l’idea di Paolo VI, algido. ” Si attribuisce a lui tutto quello che si è generato tra il ’68 e il ’78 ma prima viene percepito come un uomo pieno di potenzialità e speranza, confermati da questi atteggiamenti”. Un papa che ha interrotto una pratica di secoli che sembrava chiudere il pontefice a Roma. Lascia il trono pontificio e incontra il patriarca di Costantinopoli, Athenagoras, venuto apposta a Gerusalemme.
E la Rai c’è. Riprende tutto. È il primo evento mediatico trasmesso. La televisione lo racconta.
Nasce la più complessa operazione tecnica e giornalistica mai realizzata della televisione. Per dare visibilmente conto ad un avvenimento che si produrrà a 2500km di distanza, in collegamento diretto, la Rai impegna 200 persone. Un’imponente sforzo produttivo. Aerei trasportano il materiale. Furgoni, pulman, automezzi, 14 telecamere, 5 camion con gruppi elettrrogeni, uno studio mobile, 7 km di nastro e 17.000 metri di pellicola. Si fraternizza. Si collauda la macchina televisiva. Si controllano le immagini e ci si collega in eurovisione. È la Rai degli anni ’60, quella bernabeiana che diventa il centro di racconto. Per la prima volta in tutto il mondo la tv è il polo di quella storia. È l’incontro tra due mondi, quello religioso e quello comunicativo e la Rai diviene il fulcro della narrazione cattolica e del dovere di fare informazione. Mentre la carta stampata si sente derubata della sua centralità. Un viaggio che viene fortemente influenzato dalla presenza della televisione, che riduce drasticamente la distanza tra papato e fedeli. Un’operazione strategica formidabile.
Ma si dovrà attendere Giovanni Paolo II – con la sua visita alla sinagoga di Roma nel 1986 e il nuovo viaggio a Gerusalemme nel 2000 - perché il dialogo tra cristiani ed ebrei prenda strade più feconde.