Rapporto Irena: “Solo 6% risorse del G20 per la ripresa post-Covid all’energia pulita”

Creato il 04 aprile 2022 da Francesco Sellari @FraSellari

Per Francesco La Camera non c’è spazio per nuove infrastrutture per i combustibili fossili. Ovvero, non è il caso di costruire nuovi rigassificatori, meglio puntare sulle navi da rigassificazione

Articolo originariamente pubblicato su Huffington Post

“Un sistema energetico centralizzato, basato sull’utilizzo dei combustibili fossili, ha un costo troppo alto. Ci sono delle evidenze che ce lo dicono: non solo la coerenza con i target climatici o l’efficienza economica, ma anche il problema della dipendenza e la possibilità di garantire le forniture”. La crisi energetica determinata dalla crisi in Ucraina è un ulteriore campanello d’allarme che ci deve spingere ad accelerare sulla transizione ecologica. Lo ha sottolineato Francesco La Camera, direttore generale di Irena, l’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili, nel corso di un briefing con la stampa per commentare i dati principali del World Energy Transitions Outlook.

Si tratta della pubblicazione di punta dell’agenzia con base ad Abu Dhabi alla quale aderiscono l’UE e 165 Paesi. “Siamo vicini al momento in cui non sarà più possibile contenere l’aumento della temperatura entro 1,5 gradi”, ha rimarcato La Camera. “Dobbiamo modificare drasticamente il modo in cui produciamo e consumiamo energia. Dobbiamo agire immediatamente utilizzando le tecnologie che già abbiamo a disposizione. È la nostra ultima opportunità”.

La crisi causata dal Covid 19 si è rivelata un’occasione mancata. Poco o nulla è stato fatto per accelerare la transizione. Solo il 6% di tutte le risorse messe in campo dai Paesi del G20 per la ripresa post pandemia è stato investito sull’energia verde. Briciole. Servirebbe, invece, uno sforzo fuori dal comune. Il report quantifica in 5.700 miliardi di dollari all’anno, da oggi e fino al 2030, gli investimenti necessari per realizzare una transizione energetica che ci tenga ancora aggrappati alla possibilità di limitare il riscaldamento globale secondo quanto stabilito dall’accordo di Parigi.

Una cifra che comprende 700 miliardi all’anno che andrebbero riallocati: dai combustibili fossili alle tecnologie per l’energia pulita. Parliamo in gran parte di risorse che arriveranno dai finanziatori privati e che potrebbero tradursi in 85 milioni di nuovi occupati in tutto il mondo. Un numero che andrebbe ad assorbire ampiamente i 12 milioni di posti di lavoro che si perderanno a causa della dismissione di molte attività legate ai combustibili fossili.

Nello scenario Irena, il 45% della riduzione delle emissioni al 2050 dovrà arrivare dall’efficienza energetica e dall’elettrificazione, in particolare negli usi finali di energia. I processi industriali e il riscaldamento domestico, infatti, si basano ancora pesantemente sul gas fossile. Allo stesso modo, nel settore dei trasporti è ancora il petrolio a farla da padrone. Invece la mobilità elettrica può essere uno dei fattori trainanti con previsioni di vendita di veicoli elettrici pari a 20 volte quelle attuali.

Per quanto riguarda la produzione energetica, il report punta su rinnovabili, idrogeno verde e biomasse sostenibili, ovvero con l’ausilio di tecnologie per la cattura e lo stoccaggio dell’anidride carbonica (CCS). Complessivamente, queste tre aree possono contribuire a una riduzione del 49% delle emissioni. Un restante 6% di riduzione delle emissioni dovrebbe arrivare dalla CCS applicata alla produzione da fossili. Parliamo, in totale, di un taglio delle emissioni di 36,9 giga tonnellate.

Per ottenere questi risultati, il tasso di diffusione complessivo delle rinnovabili – quindi in tutti i settori – deve aumentare: dal 14% attuale al 40% nel 2030. Per far ciò, dobbiamo triplicare la nuova potenza rinnovabile installata ogni anno. Allo stesso tempo, l’idrogeno verde (prodotto usando energia da rinnovabili) deve superare la fase embrionale per diventare un vero e proprio mercato. Nel 2021 sono stati installati elettrolizzatori per una capacità produttiva di solo 0,5 GW. I target climatici ci imporrebbero di arrivare a 350 GW.

“Negli ultimi anni abbiamo visto un calo drastico nei costi di produzione dell’idrogeno verde – ha specificato La Camera – Non vediamo un problema sul lato dell’offerta. Ci sono molti soggetti che vogliono entrare in questo mercato ma il mercato da solo non ci può aiutare a stare in linea con gli obiettivi climatici. Bisogna agire sulla domanda con politiche che incentivino le grandi industrie a convertirsi all’uso dell’idrogeno”.

Infine, La Camera ha ribadito che non c’è spazio per nuove infrastrutture per i combustibili fossili. Ovvero, non è il caso di costruire nuovi rigassificatori: “Sarebbe una scelta antieconomica con un possibile effetto lock-in”. Meglio puntare sulle navi da rigassificazione.