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Recensione a “Voci ai confini dell’anima” di Maria Tosti

Creato il 26 maggio 2016 da Soleeluna
La recensione

La recensione

La poesia è come un dosso di una strada, sai che se vuoi solo scorrere le frasi dopo un po’ di pagine perdi la motivazione a continuare, le parole che come una dolce musica volevi percepire come un colloquio con la tua anima si fermano; infatti devi resistere a uno sforzo iniziale, per poi assaporare, come la discesa, il fluido scorrere del tuo occhio connesso con la visione di immagini, di norma nascoste nella vita quotidiana.

Convengo che sia una premessa laboriosa in cui ho cercato di esprimere l’impatto con la raccolta-silloge “Voci ai confini dell’anima” della poetessa Maria Tosti, una poetessa completa sia nell’uso delle molteplici tecniche metriche che nei generi (sono presenti dei brevi versetti detti “haiku”, secondo la tradizione giapponese), qua e là sono disseminati degli aforismi e poesie di gioiosa ritmica che sono state adattate anche a livello musicale. Poesia quest’ultima in cui un lettore occasionale può facilmente immergersi e spesso anche cimentarsi, in quanto la cosiddetta rima baciata è un esercizio complesso se collegato a un preciso concetto, ma gioioso nella ricerca del lessico appropriato.

Mi ha colpito questa sua spazialità collegata alla natura, al cielo, al vento. Le nuvole con il loro movimento, la vastità del mare, l’immensità del cielo, quasi che queste entità avessero delle braccia per accoglierci.

La differenza fra l’essere poeta e un semplice passeggiante la sento in questa dimensione, non altra da noi. Gli elementi della natura non sono statici e muti oppure ricchi di suoni, spesso scambiati per fastidiosi rumori.

Il vento è un compagno, ci sfiora, ci accarezza, ci risveglia e i rami degli alberi che sono? Forse incroci, strade, appigli, ripartenze, dubbi!

L’autrice osserva il proprio io rispecchiato nel dinamico universo, coglie il tempo nella bellissima poesia “lo specchio”

Oggi il Tempo ha bussato alla mia porta

dopo un anno è tornato a farmi visita

per accertare cosa fosse mai cambiato.

Strano a dirsi, m’ha portato anche un regalo,

un antico specchio da toletta

non per contare le rughe od i capelli bianchi,

quelli in più rispetto all’anno scorso,

piuttosto per verificar con cura

se fossi diventata un po’ più saggia e se,

malgrado le traversìe dell’ultim’anno,

non avessi ancora perso il mio sorriso..(omissis)

Non l’immediatezza del volto con i suoi inevitabili segni ma il tempo nella sua dimensione di un saggezza del passato e di un futuro percepito e non subito.

Pur prevalendo le sensazioni dell’intimità e soprattutto nelle poesie degli anni passati i colori e le trepidazioni dell’autunno non manca una poesia-narrativa, definizione puramente arbitraria, con forte connotato sociale, dimostrando che il poeta coglie non solo l’aria ma anche la “nuda terra” con le sue grida di ingiustizia e dramma, racchiuse in “Il bambino che portava le pietre”

Mi hanno detto che c’era un lavoro per me.

Mi hanno dato una piccola carriola dicendomi di riempirla di

pietre e di portarla fin laggiù.

Ho sette anni e tutti i giorni porto le pietre.

Devo guadagnare qualche soldo per aiutare mia madre: lei

non ce la fa da sola, siamo poveri.

Mio padre è morto da due anni, così ora siamo rimasti in tre:

mia madre, la mia sorellina di cinque anni ed io.

Sono fortunato perché porto le pietre.

(Omissis).

Ho tralasciato le poesie in lingua spagnola, rancese, inglese, data la mia scarsa conoscenza di alcune di esse, ma ho percepito la musicalità francofona e l’ardore e la gioia espresse in quella spagnola.

Or mi accingo (chiedendo con tale parola all’autrice, con un accenno di sorriso, l’accoglienza dell’antico fraseggio!) a dimostrar mia tesi,

pizzicando un po’ di cielo e nuvole che

fuggono in orizzonti ignoti.

IL PERDONO DEL CIELO

 

Sole fugace

tra nuvole plumbee

s’intenerisce

tra i rami spogli

concede la grazia

in questo gelido giorno

sta lì ad osservare

la nostra pochezza.(Omissis)

Stefano Pierini


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