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Recensione: Addio fantasmi, di Nadia Terranova

Creato il 05 aprile 2020 da Mik_94
Recensione: Addio fantasmi, di Nadia Terranova | Addio fantasmi, di Nadia Terranova. Einaudi, € 17, pp. 202 |
Ci sono romanzi che parlano di te. Degli scatoloni che non hai  disfatto, dei tuoi dolori. Quei romanzi di cui è impossibile parlare senza mettersi personalmente in ballo. Per raccontarli, infatti, ci vorrebbe una seduta psicoanalitica e non una recensione – ci vorrebbe, per raccontarsi. Durante la lettura di uno dei titoli finalisti allo scorso Premio Strega mi è successo di commuovermi a scoppio ritardato. Di fare una cosa – ad esempio lavarmi i denti –, e di ritrovarmi a pensare a tutt’altro. Quando apri le porte alla malinconia, poi come la argini? Quando inviti i fantasmi a entrare, poi come li scacci?  Un pensiero tira l’altro, e improvvisamente ti ritrovi con le lacrime agli occhi.  Nadia Terranova parla di tre cose che mi toccano: l’infanzia in Sicilia, i traslochi, l’assenza. Con il rischio di far sanguinare croste che credevo rimarginate da un po’. Ma ero preparato all’evenienza, sono stato masochista: sentivo il bisogno di pensare alla mia famiglia a soqquadro, in questi giorni di quarantena, per sentirla di nuovo con me. È stato un dolore necessario.
«Io penso sempre alle cose che mi ricordo e pure a quelle di cui non ho memoria: ho spazio anche per loro». «E te ne vanti? Ti intossichi, non ti fa bene». «Non me ne sto vantando, dico come sono fatta». Ida, autrice radiofonica, ha il suo di dolore. Se lo tiene stretto, ci è affezionata. L’ha resa quella che è oggi. Affascinante, solipsistica, distante dagli altri. Sposata con Pietro, si sente prigioniera degli sbadigli e dei non detti della routine coniugale. Marito e moglie dormono di schiena, non hanno più voglia di sfiorarsi, ma soltanto lui conosce i suoi incubi e le sue sofferenze; i tentativi disperati di venire a capo dei segreti di famiglia. Senza figli, senza amici, Ida torna in Sicilia dopo un’esistenza a Roma che le ha cambiato naso, pelle, polmoni. La reclama lì sua madre: tocca mettere in vendita casa Laquidara, aggiustare il tetto pericolante per i futuri inquilini. Cosa vuole tenere Ida, di cosa vuole liberarsi? Quel posto non è cambiato di una virgola. Le cianfrusaglie non si buttano via, e ognuna di esse è legata a una speranza frustrata. Sembra lo scenario di un film horror.  Gli oggetti, come posseduti da un’entità soprannaturale, non vogliono essere spostati in quell’appartamento dalle pareti di burro. Su di loro veglia l’anima del capofamiglia, scomparso ormai da decenni. Un padre professore, fragile ma a suo modo dittatoriale, che ha reso le sue donne schiave del suo abbandono; in competizione davanti ai ricordi che sfuggono e ai sensi di colpa, al contrario, che incalzano da sempre. Al ritorno nel Continente, niente sarà più lo stesso.
Dicono che una madre dà tutto e non chiede niente; nessuno dice invece che chiede tutto e da ciò che non chiediamo di avere.  La Sicilia, lo so bene, è una terra di terremoti e miti greci. D’estate si soffre la mancanza d’acqua. La siccità ha colpito anche il cuore della protagonista, che compensa facendo sogni liquidi e pieni di onde; che nega il dolore per vent’anni, limitandosi a guardare le cose dall’esterno – in questo, mi ha ricordato la Lenù di Elena Ferrante – o inventando storie di finzione. Tra passeggiate nei luoghi dell’adolescenza e timide aperture al dolore degli altri – l’amica Sara, il muratore Nikos, la famiglia evangelista dell’appartamento di fronte –, Ida prende accordi per rimediare al dislivello (letterale e metaforico) con il tetto dei vicini e rimanda la riesumazione di una misteriosa scatola rossa, il cui contenuto potrebbe farla scoppiare a piangere o a ridere. Ho pensato a un’altra scatola, quella del paradosso del gatto di Schrodinger. All’interno, l’animale è vivo o morto? Ci sono due possibilità, tutte giuste, tutte sbagliate, e valgono anche per il destino di un genitore sparito nel nulla. Il padre si è rifatto una vita altrove, o se l’è tolta? Di tanto in tanto, eccolo comparire fra le pagine sottoforma di un Ulisse dalle vesti stracciate e incrostate di salsedine: un naufrago vittima di un’antica nostalgia.
Amiamo le nostre ossessioni, e non si ama ciò che ci rende felici, al contrario. Ci attacchiamo gli uni agli altri, e nessuno è fatto di sostanze nobili. Addio fantasmi è un romanzo pieno di contegno e discrezione, freddo all’apparenza. Mi ha preso per la gola ma non mi ha rubato il cuore, anzi. Ha lasciato in me sensazioni contrastanti, simili a quelle della Straniera di Claudia Durastanti. Ci sono pagine splendidamente scritte, molte affinità con il mio privato – troppe –, ma il risultato sarebbe stato migliore con qualche lungaggine in meno; magari nel formato del racconto. Nadia Terranova allinea cimeli da custodire e cose di cui liberarsi; aneddoti struggenti e altri superflui. Infine, un po’ forzatamente, ricerca la morale della storia. Un senso. Un messaggio di rinascita, veicolato in questo caso da comprimari dal valore puramente strumentale. Il suo romanzo mi è piaciuto a metà, eppure ha rimesso in moto meccanismi inconsci. Nelle sue imperfezioni, sa essere coerente fino all’ultimo: incompiuto, parla di un dolore incompiuto. E delle infiltrazioni di quest’ultimo, in una famiglia dal tetto scoperchiato. Ma è anche personale, liberatorio, catartico. Un romanzo di atmosfere sospese, libri polverosi e orologi fermi. Ho regolato anche il mio, rimasto all’ora legale, e attraverso Nadia ho lavorato a un necrologio singolare. Quello di chi non ha mai detto addio, per paura di scoprirsi solo senza il tormento dei propri fantasmi. Il mio voto: ★★★½ Il mio consiglio musicale: Elisa – Se piovesse il tuo nome

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