Recensione: Canto africano

Da Ayameazuma

Titolo: Canto africano
Autore: Federica Gazzani
Editore: Il Ciliegio
Pagine: 176
Prezzo: Euro 15
Genere: Narrativa

Vincitore della terza edizione del Premio Letterario “Il Camaleonte” alla Fiera del libro di Torino, secondo classificato all’ottava edizione del Concorso Letterario “Il Giunco” nel 2004.
Segnalazione di merito al Concorso “Autrice per l’estate 2009”.

QUARTA DI COPERTINA
Canto africano, con la sua struttura circolare – in cui l’inizio coincide con la fine – è quasi un diario di viaggio, da Milano al centro dell’Africa, attraverso un deserto del Sahara superato con mezzi di fortuna e fra mille contrattempi apparentemente distruttivi, in realtà portatori di incontri significativi.
Federica osserva, a volte si piega morbidamente, a volte si oppone e si ribella con rabbia. Ma anche quando è vittima di soprusi è sempre cosciente della sua profonda indipendenza e forte della sua inattaccabile libertà di donna. C’è una pedagogia anche nella violenza, quasi indifferente ed oggettiva, della tempesta di sabbia nel deserto che si compie nella sua ineluttabilità, fermando il tempo esterno per divenire un tempo interiore, di esplorazione di sé e di indagine sulle ragioni del vivere o del morire.
Il romanzo insegna che intelligenza è spirito di adattamento che non può superare, però, codici etici che appartengono a confini interiori e non sono solo il frutto d’imposizioni.

TRAMA:
Siamo alla fine degli anni settanta; Federica, ventiquattrenne del nord, incontra Danny, musicista camerunense, in un locale di Milano. Danny le propone di accompagnarlo in Africa e di diventare una componente della sua band musicale, una ballerina. Federica decide così di partire per il continente nero, con l’incoscienza e la leggerezza tipiche della sua età, senza certezze ma con tante aspettative.
Il viaggio si rivela però più complicato del previsto, Danny è un opportunista bugiardo che non mantiene le promesse fatte, e la vita di Federica inizia a complicarsi, lacerata tra la fame, l’amore per Sami, chitarrista anche lui camerunense incontrato durante il viaggio, e la voglia di tornare a casa.

STILE:
Il romanzo si legge velocemente e con piacere. Lo stile è ottimo: pulito, asciutto, lineare, senza sbavature e senza fronzoli. La scrittura di Federica si dimostra matura e molto commerciale; un lessico ampio ma non ricercato e un’ottima scelta dei termini chiave, al posto giusto e nel momento giusto, fanno sì che il lettore non si annoi mai, e venga anzi trasportato lungo le piste sahariane e dentro le caotiche città africane divenendone parte integrante. I dialoghi sono essenziali e realistici.

PERSONAGGI:
Ottimamente delineati appaiono quasi tridimensionali. L’autrice riesce a mettere sullo stesso piano protagonisti e comparse senza far torto a nessuno; Federica non si dilunga in prolisse quanto noiose descrizioni fisiche ma ci permette di entrare nella psicologia di ognuno di loro, quasi riuscendo a farceli vedere. Una scelta vincente in un romanzo che sfrutta molto i sensi del lettore.

GIUDIZIO:
Un libro che ho letto in poche ore e che mi è piaciuto molto.
Nonostante siano presenti molti degli elementi che non amo trovare in un romanzo (laceranti storie d’amore e d’abbandono in primis) è un testo che scorre via velocemente e che appassiona dalla prima all’ultima pagina.
L’essenza del romanzo è riassunta alla perfezione in uno dei primi passaggi, quando l’autrice racconta di essersi ripresentata in Italia, dopo sette mesi di viaggio, solo con un sacchetto di plastica con pochissimi effetti personali al suo interno, senza altri bagagli; a discapito delle perplessità iniziali, a fine lettura ti accorgi di quanto questa scelta sia azzeccata.
La povertà africana non viene mai raccontata in maniera passiva ma vissuta in prima persona. La fame e la mancanza di un posto dove lavarsi alla fine sembrano routine.
Federica descrive una realtà in cui emozioni, sensazioni e quotidianità sono amplificati in una sorta di Grande Fratello al contrario; anziché la costrizione di spazi chiusi e abitudini forzate, quello che spinge Federica a vivere ogni cosa al massimo è la paura di cadere nell’abisso, e per evitarlo si aggrappa con tutte le proprie forze all’amore, alla disperazione, alla gioia delle piccole cose.
Così una relazione nata da poche settimane con un turista italiano, unico appiglio della sua vecchia vita, diventa un ostacolo quasi insormontabile alla sua voglia di scoprire il vero amore con Sami, che rappresenta il nuovo, l’imprevisto, lo sconosciuto.
È un testo pieno, rotondo, saporito; a volte la rassegnazione con cui Federica affronta le avversità ti lascia perplessa, altre volte ti fa rabbia, ma in fondo riesci a sentirti molto più vicina a lei di quanto non immagini.
Unica pecca è che il romanzo si chiude con il rientro in patria di Federica, e perciò non racconta di come l’autrice abbia vissuto il suo personalissimo mal d’Africa; sarebbe stato bello conoscere i particolari del suo ritorno alla realtà, come ha vissuto l’incontro con la sua vecchia vita e i personaggi che la popolavano, ma purtroppo non ci è dato sapere.