[Recensione] Cate, io – Matteo Cellini

Creato il 02 febbraio 2014 da Queenseptienna @queenseptienna

Titolo: Cate, io
Autore: Matteo Cellini
Editore: Fazi editore
ISBN: 9788864115443
Num. Pagine: 216
Prezzo: 16,00€
Voto:

Trama:
Caterina è un’adolescente e vive in un paesino di provincia, Urbania. La sua vita si divide tra liceo e famiglia, come quella di una diciassettenne qualsiasi. Cate però non è come gli altri: è obesa, come tutti i suoi familiari. Una vita di discriminazioni le ha insegnato che il mondo è diviso in “persone” e “non-persone”, a seconda della taglia. Caterina è una “non-persona” che fa uno sforzo sovrumano ogni volta che esce di casa. Il coraggio che sfodera per camminare in pubblico la trasforma in una supereroina: “Cater-pillar”, “Super-Cate”, “Cate-ciccia”; una tutina stretta su un corpo enorme, ingombrante e ridicolo è il segno della sua diversità. Convinta che il mondo dei “normali” sia ostile per natura agli obesi, Cate usa tutta la sua intelligenza per anticipare e neutralizzare le cattiverie che gli altri sicuramente le rivolgeranno. Due persone tentano di forzare la solitudine di Caterina: la sua professoressa d’italiano, amica e complice nell’amore per la letteratura, e Anna, compagna di classe a cui Cate ha impietosamente rifilato il nomignolo “annoievole”. Ma c’è dell’altro a terrorizzare Caterina: l’imminente 17 dicembre, giorno del suo diciottesimo compleanno, simbolico giro di boa e passaggio dalla gabbia confortevole della famiglia a un’emancipazione bramata e insieme spaventosa.

Recensione:
Tentativo fallito di scrivere un romanzo che avesse come tematica preponderante il rifiuto da parte della società a causa di una delle malattie più gravi dell’oggi: l’obesità.
Caterina è una protagonista dal peso importante, così come tutta la sua famiglia extra-large, ed è una vittima autoimposta. Mi spiego: non fa vittimismo (e meno male, di protagonisti simili ne ho incontrati già troppi) ma attraverso le pagine ci racconta del suo distacco quasi totale dal mondo che la circonda, della sua solitudine, del fatto che nonostante la sua ciccia tutti la considerino tappezzeria, di come il suo unico appiglio è la sua intelligenza. Peccato che Caterina non ci dà alcuna spiegazione se non la sua mole per questo distacco.


Non ci sono stati episodi di bullismo nella sua classe, se qualche suo compagno l’ha presa in giro e ridicolizzata non ce ne informa, ci mette solo al corrente delle occhiate dei passanti, delle risatine, delle frasi smozzicate di quando va in giro portando appresso il suo corpo. Banalità insomma, motivazioni che potrebbe riferire anche una persona bruttina, o una che si veste alternativo, o che si tinge i capelli di colori particolari. Il romanzo in prima persona ci spiega che è stata la stessa Caterina a chiudersi in se stessa perché a un certo punto della sua vita afferma di essersi resa conto che non importano la sua personalità o il suo intelletto, ma solo il suo apparire, e pertanto nessuno la considera, nessuno la ascolta, nessuno la vede come un essere umano, ma solo come una cicciona. Afferma che l’obesità è qualcosa da cui né lei né la sua famiglia possono fuggire, è un dato di fatto che mai muterà, quindi alla soglia dei diciotto anni è rassegnata a vivere una vita scialba, in anonimato, mossa solo dai neuroni che la porteranno lontano da tutto, tranne che dal suo volume.
Ora, parliamoci chiaro. L’obesità è una malattia, e in quanto tale non esiste che “non si può fuggire”. Va seguita, va curata, e se l’intera famiglia ne soffre occorre trovare il modo di curarla insieme, dato che chi si porta sul groppone un quintale e passa spesso non arriva ai settant’anni, senza contare che sarebbe a dir poco carino cercare di non dare cattive abitudini al piccolo Oscar, già obeso pur frequentando le elementari.
Come avrete capito, il leit-motiv di questo romanzo è la passività.
Cate non pensa nemmeno una volta, dico neanche una, di mettersi a fare una dieta o fare sport per tentare di aggiustare non solo il suo fisico ma anche la sua mente, no, si barrica dietro la convinzione che lei e quelli come lei sono dei reclusi della vita, destinati a sposarsi tra loro perché nessuna persona normale li vorrebbe, e tutti quelli che mostrano interesse per loro sono ipocriti con un secondo fine, o al limite mossi da cristiana pietà.
Non c’è volontà di cambiamento, non c’è la proiezione di sé in un contesto migliorativo, c’è soltanto un pessimismo in cui la protagonista sguazza perché in questo modo si sente autorizzata a non darsi da fare per cambiare le cose.
Le side-story rientrano tutte sotto una nube di negatività – come l’unione per Cate automatica tra i suoi genitori, come il fatto che il fratello maggiore Gionata secondo lei è un reietto che non avrà mai nulla dalla vita, come il futuro già segnato da umiliazioni di Oscar, come la compagnia insistente di Anna e le attenzioni inspiegabili di Giacomo – e solo la professoressa di italiano sembra scalfire la sua rigidità e farla sentire una normale, almeno fino a quando anche lei non scopre le sue carte e dimostra di averla usata e nulla di più.
Poi la festa di compleanno la porta al limite della tensione, ci viene presentata una bulimia di cui non avevamo mai sentito parlare prima, e all’ospedale Caterina pare rendersi conto che il mondo non è brutto e cattivo come aveva sempre pensato.
Ah, ok.
Onestamente ho trovato questo libro poco reale. Pretestuoso, inutilmente retorico e inverosimile.
Caterina è un personaggio che si dimostra OOC – che sta per Out Of Characters. Per tre quarti del romanzo è affetta da una forte depressione che la porta a rifiutare tutto ciò che non è il suo cervello, non si fida di niente e nessuno, prova repulsione per il suo fisico e per riflesso anche per i suoi familiari simili a lei, ma preferisce stare nel suo limbo di rifiuto piuttosto che fare una qualsiasi cosa per migliorare la sua condizione.
All’arrivo della festa dei diciotto anni, quando si dovrà mostrare con un abito vistoso e sarà al centro dell’attenzione, il terrore dell’essere additata come un fenomeno da circo la assale e ingoia qualunque cosa, sperando di uccidersi. Non succede, finisce in ospedale e al passaggio dalla notte al giorno la depressione scompare. Così.
I compagni si rivelano degli amiconi – persino la più bella della classe non esita a passare il pomeriggio con lei – e improvvisamente Cate ha un’illuminazione che la convince a smetterla di essere reticente a ciò che la circonda.
Boh.
Si è passato da un estremo negativo a un estremo positivo, senza riserve, senza sfumature confuse, senza ripensamenti. La paura di essere derisa viene praticamente accantonata, alcune miracolose – e inopinabili – scoperte le fanno capire che l’amore può esistere anche tra obesi, che in realtà le persone possono anche essere buone e gentili, e vissero per sempre felici e contenti.
Non mi è piaciuto per niente come l’autore abbia parlato dell’obesità: del suo essere ineluttabile e inguaribile, dell’automatismo con cui attira l’isolamento e la ritrosia degli altri senza alcuna spiegazione logica, e del fatto che non viene nemmeno menzionato un qualsiasi modo per uscirne.
Non mi è piaciuto il voltagabbana alla romance dove la protagonista scopre che il sole può splendere anche sulle sue giornate, e che suo padre in realtà vuole bene anche a lei (tra l’altro la scena in cui lo scopre è pressoché identica a quella dove i telespettatori si accorgono alla fine della puntata che Homer Simpson ha tappezzato la sua postazione con foto di Maggie), e che l’amicizia di Anna è disinteressata e sincera, e che anche lei può essere apprezzata da un ragazzo magro.
Non mi è piaciuta la superficialità con cui sono stati trattati taluni argomenti e il glissare cavilloso su altri che invece non avrebbero dovuto essere tralasciati.
Non mi è piaciuto lo stile finto, artefatto, grondante di falsi virtuosismi senza significato, che è spaventosamente inopportuno dato che a raccontare in prima persona c’è una liceale di diciassette anni.
Il voto al limite della sufficienza è giustificato unicamente dalle intenzioni (io spero buone…) dell’autore di occuparsi di una tematica delicata come l’obesità adolescenziale.
Il romanzo di per sé gronda luoghi comuni, e dubito molto che un adolescente leggerebbe volentieri uno stile tanto arzigogolato e palesemente impostato verso il Premio Strega (la fiera della forma e la morte della sostanza), ma ho voluto dare a Matteo Cellini il beneficio del dubbio e credere che ci abbia almeno provato.
Nel complesso Cate, io è un’opera che non rispecchia per niente la realtà e anzi, per certi versi è anche diseducativo nella sua indolenza. Ma se i dettagli vengono presi poco per volta, individualmente, e li si analizzano si arriva a relazionarli con dettagli che potrebbero essere veritieri, e in cui forse qualcuno sarà in grado di identificarsi.
Un romanzo trascurabile.
Se volete leggere un bel libro emotivo e realistico sui disagi di una studentessa alle prese col proprio peso… questo non fa per voi.


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