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[Recensione] Dante, il romanzo della sua vita di Marco Santagata

Creato il 26 febbraio 2013 da Queenseptienna @queenseptienna

Dante. Il romanzo della sua vitaTitolo: Dante, il romanzo della sua vita
Autore: Marco Santagata
Editore: Mondadori
Collana: Le Scie
ISBN: 9788804620266
Numero pagine: 467
Prezzo: € 22,00
Genere: Storia
Voto: [Recensione] Dante, il romanzo della sua vita di Marco Santagata

 

Contenuto“La Commedia è un’opera di finzione, ma in età medievale non esistono altre opere di finzione che registrino in modo così sistematico, tempestivo e quasi puntiglioso fatti della storia, della cronaca politica, della vita intellettuale e sociale contemporanei. E, per di più, senza temere di addentrarsi in retroscena noti solo per sentito dire o in quello che oggi chiameremmo gossip politico e di costume. Per molti aspetti, assomiglia agli odierni instant-book.” Il libro di Marco Santagata costituisce, nello scenario della letteratura dantesca, una novità. Perché è, prima di tutto, l’appassionato racconto, il “romanzo” appunto, della tormentata e semisconosciuta esistenza di un uomo dall’io smisurato, che si sentì sempre “diverso e predestinato”, che in ogni amore e in ogni lutto, nella sconfitta politica e nell’esilio, e in particolare nel proprio talento, scorse “un segno del destino, l’ombra di una fatalità ineludibile, la traccia di una volontà superiore”. Ed è, insieme, il documentato ritratto di un Dante profondamente calato nella vita pubblica e culturale della sua città, Firenze, e nelle complesse dinamiche della storia italiana tra Due e Trecento. Grazie al sapiente intreccio di vicende storiche e private, Santagata raggiunge il duplice obiettivo di ricomporre il quadro più completo possibile del Dante padre di famiglia, filosofo, poeta, uomo di partito e di corte, e analizzare ogni sua opera alla luce del contesto storico e biografico.

Recensione: In questo volume non si parla soltanto o esclusivamente di Dante. La sua figura fa (se non soprattutto) da sfondo alla storia di Firenze, di Pisa, di Pistoia, ma anche di Bologna, di Verona, di Treviso, di Ravenna. L’autore ricostruisce un reticolo di antefatti per chi ha e avrà la pazienza di seguirne gli sviluppi. In mezzo ci capita Dante, fiorentino di nascita, poi esule per il resto dei suoi giorni. L’approccio storico è preponderante, in apparenza sembra lasciare poco spazio al poeta. È anche vero che senza la puntuale ricostruzione svolta in queste pagine, ben poco potremmo comprendere di Dante. Per certi versi la lettura può risultare pesante, a tratti ci si perde, ma non è un limite del volume, quanto del lettore. Dante viene tolto al monopolio dei critici letterari e restituito in altra forma, direi quasi più genuina, a caldo.

Il presente articolo vuole essere una rassegna degli spunti, delle riflessioni interessanti che ho raccolto pagina dopo pagina e dell’altre cose ch’i v’ho scorte.

Il  nome di Dante è già destino, predestinazione, participio presente del verbo dare. Ed egli infatti dà, elargisce. Vive a cavallo tra il Duecento e il Trecento. Nasce infatti a Firenze nel 1265 e muore esule a Ravenna il 14 settembre del 1321. Siamo nel Basso Medioevo, in un’età inquieta. La sua città natale, Firenze sta vivendo un periodo di grandi trasformazioni: si incrementano i commerci, con la circolazione monetaria si sviluppano il credito, le attività bancarie. Le mura delle città vengono allargate a causa dell’aumento demografico. Emerge a poco a poco la gente che viveva nei borghi, artigiani, commercianti, quelli che costituiranno la borghesia.

Firenze è luogo di passione politica, culturale, religiosa, di conseguenza è in guerra permanente, è testimone di golpe, rovesciamenti, giri di boa continui. Nel Duecento abbiamo avuto Alberto Magno, Tommaso d’Aquino, poi Meister Eckhart, certo non gente da poco.

Dante si trova spaesato, intimorito, ha nostalgia della Firenze sonnolenta di un tempo:

È convinto che la salvezza verrà solo ritornando indietro alla serena e domestica Firenze pre-mercantile, all’epoca in cui la cristianità poggiava sull’equilibrio tra due soli, Papato e Impero.

Ora invece è preda di lotte intestine per il governo della città tra Guelfi (l’aristocrazia del denaro, più incline al papato) e Ghibellini (l’aristocrazia d’estrazione feudale, incline all’impero), con alterni rovesciamenti della classe dirigente.

Sembra una contraddizione, ma Dante fino ai trent’anni sta in disparte, non assume alcun ruolo nella vita politica fiorentina. Solo alla morte del suo maestro Brunetto Latini si butterà nella mischia, partecipando alle lotte politiche e civili, rivestendo cariche pubbliche (sarà per esempio Priore a Firenze). Svilupperà la sua ambizione, fino ad aderire alle novità democratiche, dice l’autore, tradendo gli ideali di un tempo (la nobiltà d’animo, una forma di aristocrazia anche se non di sangue). Dante non apparteneva né all’aristocrazia di sangue , né a quella del denaro. Non esercitava un particolare mestiere, non era iscritto a nessuna corporazione, ma viveva della rendita di un paio di poderi.

Sembra molto difficile slegare il Dante-poeta dal Dante-uomo del suo tempo. La sua passione letteraria e culturale divenne un tutt’uno con quella politica e civile, tanto che la prima non può prescindere dalla seconda. Questo è il senso del libro di Santagata.

La presenza di Beatrice, nella biografia di Dante, a questo punto potrebbe rappresentare un pretesto, come di sicuro lo era Laura per Petrarca. La cosa non mi fa troppo piacere, ma pazienza. Quello tra Dante Alighieri e Beatrice Portinari è un rapporto romanzato, idealizzato, troppo letterario. Soprattutto quando Dante racconta di come, ancora di pochi mesi, improvvisamente fosse preso da una folgorazione nel momento della nascita di Beatrice. La morte di lei è stato un evento doloroso per l’uomo-Dante, ma soprattutto una grande occasione per il poeta, autore della Vita Nuova, un’opera originale che non appartiene a nessun genere, come del resto la Commedia.

Da non passare sotto silenzio è un’altra questione importante: cosa leggeva Dante nel suo tempo?

La letteratura era una passione che coltivava privatamente. Rilevante è stata la presenza di un maestro particolare, il notaio Brunetto Latini. Grazie a lui Dante comprende (e dobbiamo comprenderlo noi, più di lui) che la letteratura non è una stampella, ma elemento essenziale della vita civile di un popolo, al pari delle leggi e del diritto. Un notaio o un giurista con velleità letterarie non poteva allora, e non dovrebbe oggi, provocare sconcerto. La letteratura e le altre forme d’arte che si accompagnavano alla giurisprudenza (anch’essa di per sé un’arte: ars boni et aequi) appartenevano a un tutt’unoDal suo maestro Dante avrebbe imparato lezioni preziose: in che modo l’uom s’etterna e come vincere la morte attraverso la scrittura.

Come ricordato, a un certo punto Dante entra a far parte del gruppo dirigente: avrà incarichi nel Consiglio, sarà priore a Firenze. Sennonché verrà sopraffatto dalle traversie della storia e si ritroverà bandito dalla sua città, per sempre esule.

Da esiliato faticherà a continuare gli studi. Li riprenderà a Verona, frequentando la biblioteca capitolare, dove avrà modo di consultare i classici a lui poco noti. È a partire dall’esilio che Dante scoprirà il mondo circostante, le parlate venete (il padovano, il trevigiano, il veneziano). Passerà per Treviso, citandola nella Commedia (dove Sile e Cagnan s’accompagna...)

L’esilio e altre tristi vicissitudini restituiranno al tempo il Dante che conosciamo: se avesse avuto modo, di protezione in protezione, di saltare sempre sul carro dei vincitori e rimanersene a Firenze, nulla delle opere che studiamo da secoli sarebbe rimasto. Non tutto il male viene per nuocere, verrebbe quasi da dire. Sarà proprio l’esilio a dargli gli strumenti che gli consentiranno di porre mano alla Commedia, per non parlare del De vulgari eloquientia. Se a Verona conoscerà i classici, a Bologna perfezionerà gli studi in filosofia che si faranno sentire nel Convivio.

Con l’esilio l’uomo e il poeta si faranno le ossa: conosceranno sulla propria pelle fatiche e affanni, e impareranno una una lezione importante e, paradossalmente, attualissima:

Ha sperimentato come una società il cui obiettivo primario è l’utile economico non conosca altre regole che la concorrenza, e come un capitalismo che mira all’accumulo sia indifferente ai valori della cultura e dell’etica pubblica.

Insomma: Dante vive su di sé l’archetipo dell’homo viator: per ritrovare la strada (e soprattutto il suo significato), prima deve perderla. Questo è forse il senso dell’intera commedia. Anche il figliol prodigo, prima sulla retta via, ha dovuto abbandonarla per ritornare rinnovato e con qualche punto in più rispetto all’obbediente fratello maggiore. Per mettere piede in Paradiso occorre metter piede all’Inferno, luogo di sofferenza e di disperazione. Non so se è chiaro.

A un certo punto Dante guarda altrove perché deve guardare altrove. Dimentico della strada indicata dalle poesie che dedicava all’amore e a Beatrice, si perde in mezzo alle traversie della storia, tra i disordini politici. Subisce la condanna, l’esilio. Fugge da Firenze lasciando dietro la moglie e i figli piccoli, succube delle battaglie intestine tra le fazioni politiche e delle lotte di potere. Il 1300 sarà l’anno fatale dei suoi 35 anni, quello di Bonifacio VIII (il peggiore dei suoi nemici), del Giubileo (per far cassa con le indulgenze), del prestito non rimborsato e garantito dai parenti.

Alla fine del suo viaggio – prima l’Inferno, poi il Purgatorio – rivedrà in Paradiso Beatrice, che non mancherà di rivolgergli un severo rimprovero per essere stata tradita, dimenticata:

Fu’ io a lui men cara e men gradita.

Quando Dante scriveva i suoi primi componimenti poetici, era sulla via giusta: cantava l’amore, quello cortese, di sentimento nobile. Poi si perse ineluttabilmente: perché cantò altre cose, divenne un poeta impegnato, un poeta civile. Non poteva essere altrimenti, il percorso era obbligato. Esule dalla sua Firenze, il poeta non poteva vivere esiliato dalla passione politica perché ne avrebbe sofferto anche il suo essere poeta. Questo è un elemento importante da capire. Il fatto di aver perso la retta via è colpa necessaria, è l’inizio di un viaggio da affrontare. Senza quel viaggio non sarebbe andato da nessuna parte. Non avrebbe vissuto, se non nell’anonimato, nient’altro che un ‘esistenza senza merito, una tra un milione.


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