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Recensione di Il giovane favoloso di Mario Martone e Ippolita di Majo

Creato il 15 gennaio 2015 da Leggere A Colori @leggereacolori
Recensione di Il giovane favoloso di Mario Martone e Ippolita di Majo

Recensione di Il giovane favoloso di Mario Martone e Ippolita di MajoVoto:

Recensione di Il giovane favoloso di Mario Martone e Ippolita di MajoInformazioni sul libro

Titolo: Il giovane favoloso. Vita di Giacomo Leopardi di Ippolita di Majo, Mario Martone

Pubblicato da: Mondadori nel Ottobre 2014

Formato e pagine: Copertina rigida, Pagine 128

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Trama:

Il giovane favoloso è la sceneggiatura del film scritta per RAI CINEMA, in concorso al Leone D'oro di Venezia. Scritto da Mario Martone e Ippolita Di Majo, costituisce un incontro ravvicinato con quel Giovane Favoloso, come lo definì splendidamente Anna Maria Ortese nel "Pellegrinaggio alla tomba di Leopardi": "...Così ho pensato di andare verso la grotta, in fondo alla quale, in un paese di luce, dorme da cento anni il giovane favoloso.."

Recensione di Il giovane favoloso di Mario Martone e Ippolita di Majo

I dialoghi sono la trasposizione di contenuti tratti dagli scritti del poeta, in particolare dalle lettere che Giacomo scrisse ai familiari, agli amici più stretti, agli intellettuali legati all'editore Vieusseux e riportate fedelmente nelle ultime pagine del libro. Pensieri e parole sono anche tratti dalle Memorie di Ranieri, suo fraterno amico. Emerge un giovane che seppur malfermo e gracile, è anzitutto un ribelle, un insofferente, intollerante alle imposizioni, all'obbedienza, a un padre-padrone carceriere che lo vuole "grande filologo" a Recanati.

Dalla prima pagina de Il giovane favoloso entriamo in casa Leopardi, dove su una pedana, davanti ad un pubblico severo e attento, Monaldo, "uomo alto, slanciato, vestito di un abito nero settecentesco, con un'elegante parrucca all'antica", costringe i figli di sette, nove ed undici anni a dare un saggio del loro sapere alla presenza dello zio marchese Carlo Antici, fratello di Adelaide, madre del poeta. Il saggio consiste nel rispondere velocemente e correttamente a complicate domande di calcolo. Giacomo, pur conoscendo la risposta al quesito che gli viene esposto, tentenna, è intimidito e intimorito dal padre che lo guarda severo e lo sollecita a non deluderlo. Il rapporto di soggezione con il padre costituisce la prima grande infelicità di Giacomo che non gli perdona di obbligarlo a subire il sonno profondo in cui è immersa Recanati. Più avanti dirà "[...] io odio la vile prudenza che ci agghiaccia e ci lega e ci rende incapaci di ogni grande azione, ci riduce come animali che attendono tranquillamente alla conservazione di questa vita infelice senza alcun altro pensiero". E ancora "[...] odio Recanati. Potrei scrivere un trattato sull'Odio per la Patria. La mia Patria è l'Italia! ... Qui tutto è morte, tutto è insensataggine e stupidità. Qui un grande impegno non è apprezzato. Mi ritengono un ragazzo saccentuzzo, filosofo, eremita ... l'aria è umida, salmastra, crudele ai nervi...Unico divertimento è lo studio, quello che mi ammazza". E ancora in una lettera a Giordani che lo incita a raggiungere gli intellettuali a Firenze, "[...] Neanche adesso che mi vo sbattendo in questa gabbia come un orso, in questo paese di frati e in questa maledetta casa dove pagherebbero un tesoro perché mi facessi frate anch'io, mentre volere o non volere, mi fanno vivere da frate, fatevi certo che in brevissimo tempo scapperò e non fuggo di qua mendicando come la cosa finirà certissimamente...". Collegato strettamente al suo non sentirsi capito e amato dal padre e dalla madre Adelaide "silenziosa, fredda pallida in volto.." è il suo sentirsi infelice nel dover mendicare, come aveva temuto, per poter vivere il suo "smoderato desiderio di gloria". Da Firenze a Roma, da Roma a Napoli, da Napoli a Torre del Greco, Giacomo, figlio del conte Monaldo e di Adelaide dei marchesi Antici, durante i pochi anni di una vita stretta dalla sofferenza fisica, mendicherà un tetto sotto cui stendersi per trovare un sollievo alle ossa doloranti, del cibo per una sussistenza minima, un cambio di camicia e di abito, si umilierà scrivendo ai genitori e allo zio per avere un assegno di mantenimento che quando arriverà sarà striminzito. L'altra grande sofferenza a Giacomo la riserveranno tutti coloro che, a Firenze e soprattutto a Roma, saranno infastiditi dai suoi componimenti in cui "[...] la medesima eterna insopportabile malinconia, gli stessi argomenti, nessuna idea, nessun concetto nuovo..." come dice Colletta. E Tommaseo che rincara "[...] nel Novecento non ne resterà nemmeno la gobba...; un poeta opaco, sgobbone, appassito, mortificato e squallido , di fredda e arrogante mediocrità..." Scarsa comprensione da parte dei contemporanei, dunque: nel 1830, al concorso all'Accademia della Crusca, le Operette Morali ottennero un solo voto favorevole. Le canzoni patriottiche, civili avevano suscitato interesse e anche un moderato entusiasmo facilmente comprensibile in un periodo permeato da amor patrio e da libertà; ma il dolore, la malinconia, la solitudine, l'infelicità, l'amore negato, sono tematiche e sensibilità novecentesche colte e vissute non solo dagli intellettuali, ma da tutti quelli ai quali i versi del poeta daranno voce. Tanti, nel buio della notte, alzando gli occhi si sono chiesti insieme al pastore-Leopardi "... ed io che sono?" anticipando la modernità, come dice Mauro Corradini nell'articolo " La notte è poesia".

Il giovane favoloso è un bel libro, apprezzabile soprattutto da chi è avvezzo a leggere testi teatrali, proprio perché la sceneggiatura costituisce la messa in scena. Sparsi qua e là i versi che hanno nutrito e incantato gli adolescenti di molte generazioni che continuano a leggere Leopardi per sentirsi meno soli.

Lina D'Alessandro

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