Recensione: DIO ESISTE E VIVE A BRUXELLES. Surreal-divertente, ma mica quel capolavoro

Creato il 01 dicembre 2015 da Luigilocatelli

Dio esiste e vive a Bruxelles (Le Tout Nouveau Testament) di Jaco Van Dormael. Con Benoît Poelvoorde, Yolande Moreau, Catherine Deneuve. Al cinema da giovedì 26 novembre 2015. Presentato lo scorso maggio a Cannes alla Quinzaine des Réalisateurs.
Mica per niente il film è made in Belgio, uno sei paesi più surrealisti che ci siano. Film dove si immagina che Dio sia un signore di pessime abitudini e un pessimo padre di famiglia che vive lì, nella capitale del plat pays. Con figlia ribelle che se ne scappa via. Divertente, ma sopravvalutato. Voto tra il 6 e il 7
Quei mattocchi dei belgi. Il surrealismo dei vari Magritte e Delvaux continua rigoglioso al cinema con registi come Jaco Van Dormael. Il quale con questo Il nuovissimo Testamento (tale il titolo originale, essendo Dio esiste e vive a Bruxelles il sottotitolo) si colloca sulla scia dei Monty Python, con parecchie baroccaggini alla Terry Gilliam e Jean-Pierre Jeunet. Non proprio il mio cinema, ecco. Dunque: Dio esiste e abita a Bruxelles. E, aggiungo io, vive con una moglie che schiavizza e una figlia di nome Ea che prende a cinghiate (il figlio Gesù Cristo è presente in famiglia solo come statuina di gesso). Insomma, è un pessimo soggetto (lo interpreta Benoît Poelvoorde) che se ne sta chiuso nel suo ufficio a determinare con il computer fortune e disgrazie del mondo e degli umani. Succede che la rampolla con tendenza alla ribellione Ea penetri nell’ufficio, saboti il computer, inviando a tutti gli umani sul telefonino la data della loro morte decisa dal papà Dio. Poi scappa di casa, si ritrova per le strade di Bruxelles, diventa amica di un homeless, si mette in cerca di sei nuovi apostoli per scrivere con loro il Nuovissimo Testamento. Cosa che non ha un gran senso, ma fa niente, visto che ci si diverte e che alcune idee sono geniali, anzi Van Dormael ne spara a raffica, inesauribile. Però ahinoi accanto alla vena derisoria e satirica (delle volte smandrappata e perfino ossessiva, dell’ossessività tipica dei mangiapreti e di chi si proclama orgogliosamente senzadio) trapela anche quella del patetico, di un surrealismo purtroppo magico e poetico (il finale, per esempio). C’è anche Catherine Deneuve che tradisce il marito stronzo con un gorilla. Signori, di questo è capace Madame Deneuve. Ma ci pensate a un altro mito del cinema così coraggioso da fare l’amore con uno scimmione?