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Recensione: EVA di Benoît Jacquot. Anche Isabelle Huppert può sbagliare un film

Creato il 03 maggio 2018 da Luigilocatelli

Recensione: EVA di Benoît Jacquot. Anche Isabelle Huppert può sbagliare un filmRecensione: EVA di Benoît Jacquot. Anche Isabelle Huppert può sbagliare un filmEva, un film di Benoît Jacquot. Con Isabelle Huppert, Gaspard Ulliel, Julia Roy, Marc Barbé. Distribuito da Teodora. Al cinema da giovedì 3 maggio.
Recensione: EVA di Benoît Jacquot. Anche Isabelle Huppert può sbagliare un filmNuova cineversione di un noir con femme fatale di James Hadley Chase. Ma questo Eva non regge il confronto con il capolavoro che Joseph Losey trasse mezzo secolo fa dallo stesso romanzo. La storia di un giovanotto falso scrittore irretito da una prostituta di alta gamma stavolta precipita nell’ordinarietà, perdendo ogni aura. Con una Isabelle Huppert clamorosamente miscast. Una delle delusioni della Berlinale 2018. Voto 4 e mezzo
Recensione: EVA di Benoît Jacquot. Anche Isabelle Huppert può sbagliare un film
Ci aveva già provato cinquant’anni e più fa Joseph Losey a ricavare un film dal noir Eva di James Hadley Chase, e fu uno dei suoi capolavori dell’ambiguità. Bianco e nero assai elegante con una gigantesca Jeanne Moreau quale prostituta di alta gamma che porta alle perdizione uno scrittore (Stanley Baker, piuttosto miscast). Adesso ci ha riprovato temerariamente Benoît Jacquot, temerariamente perché il confronto con Losey è inevitabile. E si risolve, a visione avvenuta, in una sconfitta netta per il regista francese. Che pure negli ultimi anni e in vari festival ci aveva dato un pugno di film interessanti e uno bellissimo, À jamais (Venezia 2016, fuori concorso). Rispetto all’Eva anni Sessanta qui si precipita nell’ordinarietà, nella qualunquità. Sono brutti e anonimi gli ambienti – ma può una prostituta che si fa pagare carissimo e se la tira da grande dame del ramo – ricevere in una casa di tale ignobile gusto? Con un marito peraltro soi-disant art dealer. E anche quando le cene e le scopate si fanno in risto-hotel della massima serie non c’è mai il riscatto dal lusso volgare e esibizionista a uso di signori del Golfo e russi del cerchio magico kremliniano. Ma, duole dirlo per la devozione e il rispetto che le si deve, a essere sbagliata e fuori posto in questa operazione è Isabelle Huppert quale maliarda, femme fatale, dark lady. Lei, che è la più grande di tutte, ma che come nostra signora della perdizione e totem sessuale qui non è mai credibile. Quando poi è il fichissimo, pure troppo, Gaspard Ulliel a cadere nella sua rete, a perdere per lei la testa, l’onore, la dignità, la carriera, tutto, si entra, semplicemente, in una realtà parallela che non è la nostra. Un Ulliel oltretutto dotato, intendo il suo personaggio Bertrand, di fidanzata coetanea di bellezza smagliante. Pensare che questo Eva reloaded comincia benissimo, mostrando il miglior Jacquot regista, quello che sa raccontare, mettere adeguatamente in scena, sovraccaricare di mistero. Si parte difatti con una sequenza losca e morbosa al punto giusto, con Bertrand/Ulliel marchettaro nella casa parigina di un vecchio, stanco, disilluso scrittore inglese già di gran successo (“tanto tempo fa ho vinto il Booker Prize”). Il letterato collassa nella vasca da bagno prima di ogni contatto carnale e muore. Con Bertrand che potrebbe aiutarlo ma non lo fa e, a cliente morto, oltre a qualche oggettucolo di valore si porta via anche la stampata della commedia inedita del neodefunto. Titolo: Passwords. Naturalmente la spaccerà per sua, naturalmente sarà un successo clamoroso e Parigi, e poi via col tour in provincia. Ma si sa, il (quasi) delitto non paga, e dunque Bertrand dovrà risarcire al destino quanto gli è stato concesso. La sua maledizione sarà Eva, incontrata lassù sulle montagne, ad Annecy. E qui Il film deraglia, perché non si capisce come lui possa lasciarsi irretire da lei. Che lo usa, lo manipola, ne fa il proprio burattino, mentre l’ingenuo pensa di essere lui a controllare la partita.
Una di quelle storie dannate e bellissime, eterne, rimodellate sull’archetipo dell’Angelo azzurro. Ma, a parte la meravigliosa sequenza di apertura, tutto è fuori fuoco. Con Isabelle dei miracoli che stavolta il miracolo non lo fa, anche perché è la prima a non crederci, difatti disegna la sua Eva buttandola sull’autoironia. Autoironia che nuoce gravemente alla già incerta aura di maledettismo del personaggio. La cifra della non riuscita di questo film sta nel suo titolo-logo, in quell’Eva con la V gigante in rosso a rimandare visivamente e con rara volgarità al pube femminile. Joseph Losey non ci sarebbe mai cascato. Nota: Eva/Huppert ha per canzone feticcio Pensiero stupendo di Patty Pravo, in italiano (prova pure a cantarla).


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