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Recensione: "Interruption"

Creato il 01 maggio 2018 da Giuseppe Armellini
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Ancora dalla Grecia un altro film magnifico.

Anzi, stavolta mi spingo a parlare di capolavoro.
Uno spettacolo teatrale viene interrotto da degli uomini armati.
Da quel momento saranno loro, autodefinitisi il Coro, a dirigere lo spettacolo.
Una delle più grandi riflessioni su realtà e finzione che io abbia mai visto.

Un'opera cerebrale, concettuale, colta ma talmente tanto bella e grande da emozionarti

presenti spoiler grandi dopo ultima immagine, quella della ragazza di spalle

E' buio.

E' tutto sfocato.
Intravediamo una luce, poi un volto.
Piano piano quel volto, anzi, quei volti, vengono messi più a fuoco.
Arrivano ad un corpo nudo, il corpo di un vecchio che di lì a poco dovrà morire.
Comincia così Interruption, straordinario film greco (ancora loro, incredibile) che, per quanto mi riguarda, diventerà un vero e proprio punto di riferimento da adesso in poi.
Comincia con questo buio, con queste luci artificiali, con questo passaggio dal fuori fuoco al fuoco. E, attenzione, questi giochi di luce, questi virtuosismi visivi non ci abbandoneranno più, in un film che in ognuna delle sue componenti, anche quella delle luci, diventa metafora di tante cose.
Gli uomini di cui scrivevo poco sopra sono in realtà attori. Attori teatrali che, in un magnifico teatro di Atene, stanno mettendo in scena l'Orestea, tragedia greca di omicidi famigliari, mogli che uccidono mariti e figli che uccidono madri.
Clitennestra uccide Agamennone, suo marito, colpevole in passato di aver fatto uccidere loro figlia Ifigenia e di aver portato adesso dentro casa Cassandra, una bellissima schiava.
In realtà Clitennestra ha un amante, Egisto, con il quale aveva escogitato il piano.
La scenografia essenziale, il palco del teatro completamente spoglio se non per una specie di casa-cubo illuminata in cui gli attori stanno dentro a recitare.
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Ad un certo punto saltano le luci.

Vediamo le ombre degli attori guardarsi l'un l'altro (e le ombre saranno un'altra componente decisiva nel film). 
Sia noi che gli spettatori del teatro non sappiamo se quello che sta succedendo fa parte dello spettacolo.
Ad un certo punto dal fondo della platea arrivano degli uomini. E' bellissimo il piano sequenza che segue lui, il capo di quegli uomini, arrivare fin sopra il palco, davanti a un microfono.
Il giovane uomo parla agli spettatori.
"Siamo il Coro, d'ora in poi saremo noi la vostra guida per la serata"
Il Coro nel teatro greco è una specie di unico personaggio collettivo, un gruppo di attori che danza insieme, commenta con canti quello che avviene nella scena e a volte interagisce pure con gli attori.
Sì, ma in questo caso questo il Coro ha letteralmente preso in mano lo spettacolo, lo ha interrotto (vedi il titolo) e, d'ora in avanti, sarà lui a decidere le regole.
Tra l'altro, non dimentichiamolo, questi uomini sono armati.
Comincia così Interruption, opera enorme di cinema sperimentale di cui fatico ad intravedere tutta la grandezza.
Ancora una volta un soggetto strepitoso che arriva dalla Grecia, la patria mondiale delle idee cinematografiche da un decennio.
Interruption prende la più grande ricchezza della Grecia, quella del teatro, e da lì tira fuori un film incredibile, che porta a mille riflessioni e che diventa cinema-esperienza, che diventa cinema-esperimento.
Il corifeo (il capo del coro) è un giovane uomo molto magro, dal viso adunco e dagli occhi malati. Scende nella platea e inizia a dirigere il nuovo spettacolo.
Per prima cosa prende una decina di persone dal pubblico e le porta sul palco.
Le intervista, una ad una.
Durante le interviste vengono fuori parole chiave come "armi", "piangere", "mentire".
In solo un quarto d'ora Interruption ha creato un corto circuito incredibile in cui possiamo notare almeno 4 elementi diversi.
Ci sono gli spettatori saliti sul palco, persone ignare di quello che sta accadendo ma che ormai hanno preso il posto degli attori.
Ci sono i membri del Coro, questi terroristi arrivati ad interrompere lo spettacolo e a dirigere tutto.
Ci sono i veri attori dell'Orestea che se ne stanno nella casa-cubo impossibilitati ad uscire.
E poi ci sono gli spettatori del teatro, quelli che per tutto il film, con un'operazione grandiosa, possiamo assimilare a noi, spettatori del film. E vi assicuro che vedere questo film in sala lo esalta come pochi, perchè l'immedesimazione con gli spettatori del teatro è a dir poco incredibile.
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Di queste quattro tipologie di sicuro gli spettatori e le persone mandate sul palco  non sanno quello che sta accadendo.
Gli attori, invece, devono per forza saperlo, se questa interruzione fa parte dello spettacolo era senz'altro nel copione. Vediamo le loro ombre preoccuparsi, guardarsi, non sapere che fare. Ma niente ci vieta di pensare che non stiano recitando. 
Di sicuro gli unici che sanno quello che sta accadendo sono i membri del Coro.
Lo spettatore inizia a farsi delle domande.
E queste domande se le porrà per tutto il film.
Credo di non aver mai visto nel cinema recentissimo una tale rappresentazione del concetto di vero e falso, reale e non reale.
Se già il cinema, di per sè, è il regno della finzione qui vediamo tutto moltiplicato all'inverosimile.
Quello che stiamo vedendo è reale?
Tutto quello che sta accadendo fa parte dello spettacolo oppure no?
Non possiamo trovare conforto da nessuna parte perchè, in realtà, non possiamo fidarci di nessuno. Tutti possono essere attori, ovvero interpreti di falsità, le stesse persone comuni.
La situazione, comunque, si fa sempre più tesa.
Il corifeo decidere di portare l'Orestea ai giorni nostri chiedendo ai nuovi attori, quelli presi dal pubblico, di discutere se cambiarla o no, di decidere insomma se Oreste ai giorni nostri ucciderebbe sua madre Clitennestra.
Ne nasce un dialogo che porterà all'ennesima tematica presente nel film, ovvero la contrapposizione tra Mito e attualità, tra testo classico e pensiero contemporaneo.
Si può superare il Mito? si può modificare?
All'inizio sembra di sì ma poi, e lo stesso film nella sua struttura lo confermerà, vedremo che è impossibile modificare il Mito, il testo, che tutto, pur con mille variazioni deve comunque seguire il suo corso.

"Siamo venuti a vedere Oreste uccidere" fa una spettatrice.

Già, sono venuti per uno spettacolo, l'Orestea, e l'Orestea, in qualche modo si deve rappresentare, almeno nei suoi punti cardine.

L'attore scelto per fare Oreste spara quindi a Clitennestra. Lo sparo sembra vero, l'attrice crolla a terra.
Il corpo viene portato via ma non vediamo una goccia di sangue. Ancora, più che mai, il confine tra vero e falso si fa forte.
Intanto vediamo immagini del teatro completamente deserto, nella hall, nelle salette della security, ovunque. Là dentro non c'è nessuno tranne i "terroristi", gli attori di scena e gli spettatori. Dove sono finiti tutti?
Non ci sono corpi, non vediamo morti, solo un edificio gigantesco e completamente deserto.
La tensione sale.
Arriviamo all'intervallo.
I membri del Coro e gli attori improvvisati vengono fatti sedere ad un banchetto luculliano, nella hall, mentre i veri attori, invece, sono ancora imprigionati nel cubo sopra il palco.
Intorno a loro, intorno al banchetto, assurdo, ci sono in piedi a vedere il pasto tutti gli spettatori del teatro, a confermare che ormai tutto è spettacolo, anche la pausa, e questa interruzione di vera vita che ha preso il posto della rappresentazione è a sua volta rappresentazione.
Incredibile.
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E viene fuori ancora un'altra considerazione, quella del voyeurismo, quella del voler veder tutto, quella di star lì in ogni caso. E a me è venuto in mente il popolo di internet, quello delle fake news, quello che magari sta condividendo qualcosa di assolutamente falso ma più è forte la sensazione che sia falso più c'è voluttà, più c'è piacere, più c'è desiderio a non andarsene via, a "condividere".
Lo spettacolo riprende ma, altra sorpresa, la platea viene lasciata vuota e gli spettatori mandati in galleria.
Lassù, dietro la galleria, c'è anche la sala regia. E anche lì vediamo continuamente muoversi 3,4 ombre. Abbiamo quasi la certezza che siano compari degli uomini del Coro perchè sono loro a manovrare le luci del teatro a loro piacimento.
Mi fermo un attimo.
Perchè c'è da parlare anche del film, al di fuori della sua incredibile e straordinaria trama.
Interruption è opera prima (e non ci si crede) di un regista 32enne (e non ci si crede).
C'è talmente tanta cultura, classe, consapevolezza e misura nell'uso del mezzo in Zois (il regista) che, davvero, si resta a bocca aperta.
Gli attori sono perfetti, su tutti il ragazzo che interpreta il capo del Coro, una figura quasi spettrale ma al tempo stesso molto malinconica.
Per restare in tema direi  figura assolutamente tragica.
C'è un uso delle luci pazzesco e quell'inquadratura in campo e contro-campo di lui al microfono davvero bellissima. E, attenzione, anche questo campo e contro-campo da significante diventa anch'esso significato, perchè ci mostra due prospettive completamente diverse, quelle dello spettatore verso il palco e quelle di chi sta nel palco stesso e guarda in platea.
Illuminata una, completamente al buio l'altra, in una nuova metafora di verità e menzogna, buio e luce, realtà manifesta e realtà oscurata.
In ogni componente, di plot, di luci, di azioni e di ruoli abbiamo questa duplicità, questa impossibilità di vedersi formare un netto grigio tra i neri e i bianchi.

La tensione sale sempre di più, l'attore che interpreta Oreste se ne va via, completamente devastato per essere entrato troppo in parte e in preda a sensi di colpa per (non) aver ucciso (l'attrice che interpreta) Clitennestra.

In questo, Interruption mi ha ricordato moltissimo The Experiment, ovvero in questo gioco di ruolo che piano piano diventa sempre qualcosa di più grande e pericoloso, diversissimo dall'assunto iniziale.
Noi lo seguiamo uscire, attraverso l'enormità silente del teatro.
Vedremo una scena simile, sempre di accompagnamento in piano sequenza, quando uno spettatore se ne andrà al bagno.
Questo è l'unico momento (o comunque il più importante) in cui noi spettatori del film vediamo qualcosa che gli spettatori in sala non vedono. E nella figura di questo spettatore che placidamente se ne va al bagno mentre intorno a lui vede scene quasi da attacco terroristico, è in questa figura che comprendiamo quello che abbiamo pensato fino a quel momento, ossia che gli spettatori sono marionette che prendono per buono tutto, credono a tutto, diremmo spettatori (cinematografici) che annullano la sospensione della credulità.
Altra metafora, quella di un pubblico che puoi comandare e indirizzare a tuo piacimento, quello di un popolo bue che o per mancanza di raziocinio, o per voyeurismo, o per una sorta di ipnosi (e il buon cinema e il buon teatro a questo mirano) se ne sta là, inerme, a seguire lo spettacolo e a rispondere agli ordini.
Ma che meraviglia questa idea di aver portato la paura maggiore dei nostri anni, quella del terrorismo, in un contesto del genere, in cui ogni azione può esser letta come "da copione".
Intanto nel palco la situazione è sempre più tesa. Ci sarà una rissa (io non l'avrei messa), ci saranno attori che vanno via e poi ripresi.
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Poi la scena madre.
Oreste, il "vero" Oreste, l'attore che lo interpretava sin dal principio, dice agli spettatori che lo spettacolo è finito.
Glielo urla più volte.
Questi non sanno che fare ma davanti a tanta insistenza fanno per andar via, dopo un caloroso applauso.
Alla vista di questo il capo del Coro si uccide.
Stavolta siamo sicuri che tutto sia vero.
Ma il pubblico lo prende come ennesimo colpo di scena e, con calma, si rimette a sedere (e adesso potete rileggere il mio discorso sul voyeurismo da tragedia o da falso).
Tutti nel palco non sanno più che fare, i membri del coro sono in lacrime. E allora, altro colpo di genio, viene chiamato il Deus ex machina che, come nel teatro greco, deve risolvere, anche in modo assurdo e non coerente, una situazione o arenata o troppo intrecciata.
Dalla sala regia dietro la galleria vediamo una delle nostre ombre muoversi, aprire la porta, scomparire e poi ricomparire in platea per poi, infine, ritrovarsi nel palco.
E' una ragazza. E le prime frasi che dice più che da Deus ex machina paiono da "sostituto" (ruolo centrale nel teatro), ovvero quell'attore secondario che sostituisce il principale quando questo, per qualsiasi motivo, non può fare lo spettacolo.
Sembra che tutto ricominci da capo, in un eterno ritorno.
E invece no.
Ricordate all'inizio quando vi ho scritto che il Mito, in qualche modo, va sempre rispettato?
E così in questo film incredibile in cui è successo di tutto ci sarà comunque un terzo atto, quello nel quale Oreste, come nella tragedia, verrà assolto.
E allora viene quasi da pensare che quella morte fosse necessaria, che senza quella questo terzo atto, magari, non ci sarebbe mai stato.
Poco male, è il momento, per tutti, di spogliarsi, è il momento della catarsi, è il momento della purificazione.
E mentre la pioggia scendeva mi sono sentito gli occhi lucidi, ma una commozione diversa però, quella intellettuale, quella che nasce dalla consapevolezza che i tuoi occhi e il tuo cervello hanno ricevuto una cosa troppo grande.
Nell'ennesima scena bellissima di luce e buio i membri del Coro se ne vanno col loro morto.
Tutti gli altri, zuppi d'acqua, si rivestono.
Il pubblico è in visibilio, lo spettacolo è veramente finito adesso.
Non il film.
Ci sarà una danza.
"Abbiamo ballato tutta la notte" disse infatti per prima cosa agli spettatori il corifeo, questo ragazzo triste del quale non mi dimenticherò mai più.
E, in questo prologo-epilogo lo vediamo alzarsi con la sua compagna.
"Abbiamo ballato tutta la notte" 

una piccola frase di vita, l'unica forse realmente autentica prima di tutto il resto

prima di un film magnifico

Sipario

9



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