Recensione: L'estate degli annegamenti, di John Burnside

Creato il 03 marzo 2016 da Mik_94
Non sono pazza – non al punto di parlare di queste cose con i vivi – e non sono una fanatica dei tempi antichi, come Kyrre, ma mi sto abituando al fatto che, a casa mia, ci sono ombre nelle pieghe di ogni coperta e tremori impercettibili in ogni bicchiere d'acqua... E certi giorni si aprono squarci minuscoli, quasi infinitesimali nella trama del mondo, da cui il caos potrebbe sgorgare e prendermi alla sprovvista, ovunque mi trovi.
Titolo: L'estate degli annegamenti Autore: John Burnside Editore: Neri Pozza Numero di pagine: 285 Prezzo: € 18,00 Sinossi: Liv ha vissuto i suoi primi tre anni a Oslo, ma non rammenta nulla di quel tempo. Conosce bene solo Kvaloya, settanta gradi di latitudine nord, nel circolo polare artico, l'isola che sua madre, pittrice di talento, ha scelto quando ha deciso di rifugiarsi in un luogo remoto dove dipingere in pace. La baita grigia in cui la ragazza vive è affacciata sul fiordo di Malangen, un tratto di costa dove non c'è nulla, a parte la casa e la hytte - un minuscolo rifugio usato un tempo per la caccia o la pesca - del vecchio Kyrre Opdahl. Il tempo scorre diversamente sull'isola, le antiche leggende impregnano legni di rimesse, pontili e dimore, come quella di Kyrre, dove si conserva la memoria di antichi e funesti eventi: ragazzi di campagna usciti alle prime luci dell'alba e tornati a casa contaminati da qualcosa di innominabile, un battito d'ali o un soffio di vento nella testa, al posto dei pensieri. Nella fantasia popolare i troll sono mostri e la huldra una fata che, vestita di rosso, danza nei prati in attesa di giovani uomini da ammaliare e distruggere, ma nella memoria di Kyrre sono forze maligne all'origine di accadimenti reali. Con una tazza di caffè tra le mani, Liv ascolta incantata e tremante i racconti del vecchio. In cuor suo, tuttavia, non crede affatto all'esistenza di tali forze o esseri. L'estate, però, in cui la ragazza compie 18 anni accadono eventi così letali da sradicare le più solide e ferme convinzioni...                                                 La recensione In Norvegia, sono più le persone che se ne vanno che quelle che arrivano per restare. Le temperature rigide, le giornate che non finisco più – notti che durano giorni, giorni che durano notti – e l'isolamento perenne intimoriscono i viandanti. Gli stessi elementi, in unione alla freddezza degli animi nordici e a una lingua difficilissima, fanno spavento anche a chi c'è nato, eppure non sa starci. Ci sono città, e soprattutto isole deserte, sconsigliabili ai cuori fragili. Leggenda ha voluto, per anni, almeno, che la distante Scandinavia detenesse un tristissimo primato: lì, pare, il più alto numero di suicidi. Eppure io l'ho conosciuto un bambino norvegese, alto, biondo e pieno di vita, che mi ha insegnato una parolaccia o due nella sua lingua e, italiano per parte di padre, mi ha spiegato – con quell'accento secco, che suona duro e spietato di per sé – le differenze inconciliabili, i pregi e i difetti. Eppure io, in questi Paesi belli e sinistri, ho sempre desiderato andarci: di mio, più attratto dal sublime che dal piacevole, più incuriosito dalle sfide che dalle passeggiate quiete quiete. Un eremo nascosto, le onde, il vento alle porte. La terra scura, in cui crescono fiori che non conosci e, in mezzo alle radici, racconti tra mito e verità. Mi piaceva tanto, ad esempio, la Scozia di La gemella silenziosa: una cartolina da incubo. Valida alternativa, però, l'isola di Kvaloya: la forma di un trifoglio, le alture a strapiombo sull'Artico, settanta gradi di latitudine nord. Dove Oslo è considerata alla stregua di una città esotica, straniera, e il sole di mezzanotte ispira strane visioni. E' esattamente per quel motivo – una pazzia che somiglia all'ispirazione, le visioni che offrono spunti per nuove tele – che la mamma di Liv, pittrice corteggiata e sfuggente, si è trasferita in un appartato bungalow sui fiordi. Alle spalle, si è lasciata un uomo senza nome – perfino la figlia adolescente è all'oscuro dell'identità del genitore – e un mondo non le dava pace. Nell'Isola delle balene, invece, il contatto umano scarseggia – e il problema non sussiste, se sei un'artista misantropa e hai una figlia chiusa a riccio nei suoi pensieri strani – e gli scorci mozzafiato ti hanno reso non a caso la più celebre paesaggista su piazza. Non succede mai niente a Kvaloya, fino a quando, d'improvviso, non succede tutto. Lo anticipa la quarta di copertina e, nelle prime pagine, lo conferma una narratrice inquieta come poche. Il suo romanzo, cronaca di un'estate bizzarra, di crescita e mistero, prende avvio nel momento in cui la sua storia imbocca un sentiero mai battuto in precedenza e scova una falla invisibile nel mondo che conosciamo.  E pensare che lì, mamma e figlia, ritenevano di essere al sicuro dal trambusto e dall'incertezza: protette per sempre dal mare. E pensare che, studiose e razionali, non si erano poste il legittimo dubbio: le favole sono favole, punto e basta. Come spiegare però la morte di due fratelli, biondi e inseparabili, che sono annegati in una notte senza tempeste? Come svelare l'enigma di uomini che scompaiono nel nulla e la dipartita di chi, dissolvendosi, lascia una scia di cenere sulla spiaggia? I troll, i folletti e le huldra, fatali ragazze in rosso con coda bovina e fascino da sirena. Sugli incidenti, la presenza fissa di una coetanea della protagonista, la subdola Mia, e in testa, che suonano e risuonano, i racconti del dirimpettaio, Kyrre Opdhal. L'estate degli annegamenti, tuttavia, non è un giallo, né una storia da brivido in senso stretto. In realtà, il mistero degli annegati – debitamente riportato nelle sinossi, subito ripreso in apertura – è affrontato sin dal prologo e, nelle successive duecento, trecento pagine, fa capolino spesso ma non trova soluzione. Liv non è una schiva e malinconica Nancy Drew, non gioca a fare la detective: piuttosto, è guardiana e testimone, come in un La finestra sul cortile che nel thriller fa però sporadiche tappe, di una stagione in cui il mare a volte prende e a volte dà.  Un nuovo inquilino, nella hytte del vecchio e burbero Kyrre, che esercita anche un indiscreto fascino sulla confusa Liv; qualche pretendente che va e qualche pretendente che viene, di sabato, nel soggiorno di una mamma contesa come Penelope dai proci; una lettera da Londra e, a scriverla, un padre ignoto ma sofferente. Resterete delusi, se in cerca di un altro giallo che viene dal nord. Ancora, resterete a bocca asciutta, se desiderosi di risposte a ogni costo. L'estate degli annegamenti è un libro nebbioso, sospeso, irrisolvibile, che in altre circostanze, forse, non mi sarebbe piaciuto. Amo le atmosfere evocative, non l'incertezza. Amo a piccole dosi le descrizioni meticolose, i dettagli che del fiordo di Malangen mi fanno sentire il freddo nelle ossa, non una lingua che, colta e baldanzosa, indugia più su se stessa che nei dialoghi. Però John Burnside, poeta britannico che incrocio qui per la prima volta, scrive talmente bene – mi ha ricordato la prosa erudita di una Donna Tartt, ma le poche pagine e le situazioni fin troppo circoscritte non cedono mai spazio a una simile verbosità – che mi sarei goduto a tempo indeterminato la compagnia delle sue figure instabili, contraddittorie, psicotiche che vivono in un perpetuo e dolce dormiveglia. Sognano o son deste? Evocativo e oscuro, terreno e ultraterreno, L'estate degli annegamenti è un romanzo a confine, dalla scrittura a confine. Sogno di una notte bianca di mezza estate, lì dove il mare e la terra si perdono l'uno negli occhi dell'altro. Smarrendo la via del ritorno. Il mio voto: ★★★½ Il mio consiglio musicale: Lana Del Rey – Summertime Sadness

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