Magazine Cinema

Recensione: L’IMMORTALE, un film di (e con) Marco D’Amore. La puntata mancante

Creato il 10 dicembre 2019 da Luigilocatelli

Recensione: L’IMMORTALE, un film di (e con) Marco D’Amore. La puntata mancanteRecensione: L’IMMORTALE, un film di (e con) Marco D’Amore. La puntata mancanteL’immortale, un film di Marco D’Amore. Con Marco D’Amore, Giueppe Aiello, Salvatore D’Onofrio, Giovanni Vastarella, Marianna Robustelli, Martina Attanasio, Gennaro Di Colandrea, Nello Mascia.
Un film che è, in fondo, la puntata mancante di Gomorra. Che ci racconta come Ciro sia sopravvissuto alla coltellata di Savastano e si appresti a tornare: a Napoli e nella serie (quinta stagione). Un film che resta sempre dipendente dalla matrice seriale che l’ha generato senza mai tagliare il cordone ombelicale. Ma L’immortale è anche un vehicle per Marco D’Amore, attore in grado di esercitare sul pubblico un richiamo come pochi altri in Italia. Se il film merita la visione è per lui (anche regista). Voto 5
Recensione: L’IMMORTALE, un film di (e con) Marco D’Amore. La puntata mancanteIo confesso, hitchcockianamente: avrò visto sì e no le prime due puntate del Gomorra televisivo, poi più niente, zero tondo. Quindi del mito di Ciro Di Marzio, l’eroe (l’antieroe) della serie, di come nonostante la sua professione camorristica avesse infiammato i cuori di soettattrici e spettatori d’Italia niente sapevo. Ancora meno sapevo della sua scomparsa alla fine della terza stagione dopo una coltellata infertagli da un rivale di nome Savastano, con conseguenti subbuglio e atroci dubbi nei sccitati cuori innamorati: Ciro nostro è morto o no? Dovendo vedere questo L’immortale, che della serie è uno spinoff e anche qualcos’altro anche se non è ben chiaro cosa, ho dovuto fare velocemente i corsi di recupero per apprendere almeno il basic della Cirologia. Ecco, questo film dà subito la risposta ai cuori in subbuglio: no che non è morto, anzi lo si chiama Immortale perché la madama con la falce non ce l’ha mai fatta a segarlo via. Un film che, spiegano i Gomorra-watchers, è un crossover (oh mammamia!) tra la terza e l’imminente quinta stagione della serie, nel senso che va a colmare il vuoto preparando il gran ritorno del più amato dei personaggi. Ciro vive!, L’immortale fuga ogni dubbio. Resta però la vera domanda: ma questo è un film? questo è cinema o è solo la puntata-che-non-avete-mai-visto-di-Gomorra-e-che-adesso-vi-sveliamo? Domanda che a sua volta solleva l’assai spinosa questione teorica (cui volentieri vorrei sottrarmi) intorno a cosa sia cinema e cosa la serialità, ai loro specifici, alle differenze strutturali sempre che ce ne siano. Che, in fondo, è anche quanto ci spinge a discettare sulla classifica ormai famosa (famigerata?) rilasciata qualche giorno fa dai Cahiers du Cinéma dei dieci migliori film della decade, lista in cui compaiono due serie, Twin Peaks 3 e P’tit Quinquin, rispettivamente al primo e terzo posto. Francamente, non ho risposte né tantomeno un’opinione chiara sul complicato nodo teorico (invidio chi ne ha). Di questo (non) film, intendo L‘immortale, mi ha disturbato che non ce la faccia mai a diventare un racconto chiuso in sé, autonomo, restando invece sempre in debito con la serie: che non solo presuppone come antecedente e fonte, ma nella quale sfocia in un finale che è l’inizio della prossima stagione. Un film ponte, un film raccordo che non riesce a imporsi con la propria forza e che da solo, semplicemente, non esiste, e dove non si è nemmeno tentato di fare quello che gli autori del pur mediocre Downton Abbey hanno fatto, costruire uno spinoff in grado di coinvolgere anche i non addicted della serie. Anche nell’intenzione e nella necessità di far rivivere il personaggio di Ciro per riproiettarlo nel ciclo Gomorra si poteva fare di meglio. Invece assistiamo a due tracce narrative giustapposte che non comunicano mai o quasi. La prima è piattamente al servizio della serie, dicendoci cos’abbia fatto l’eroe dopo la sua scomparsa e come si accinga a rientrare, la seconda invece ambisce a configurarsi come l’infanzia del leader, del futuro boss Ciro. Che è anche la parte più interessante, dove almeno gli autori esondano dai limiti imposti dalla serializzazione e si buttano in un’impresa che ha come prototipo-archetipo Il padrino parte seconda. Il terremoto che colpisce Napoli, la morte di mamma quando Ciro è neonato, l’infanzia dickensiana in una banda di piccoli criminali retta da un adulto sfruttatore e manipolatore. Mentre intorno si consolida la sottocultura della canzone neomelodica e imperversa l’epica guerra tra i motoscafi dei contrabbandieri (di sigarette) e la finanza, come in un film-scemeggiata di Mario Merola. Purtroppo questa ricostruzione-rievocazione di una Napoli collassata dal terremoto eppure irriducibilmente vitale nei suoi vicoli e antri e bassifondi poteva essere la cifra dominante del film, invece L’immortale sciupa l’occasione, rinuncia all’affresco di un mondo perduto (bello e perduto?) limitandosi ad allinearne episodi irrelati e casuali. Quanto all’altra pista narrativa, quella del Ciro adulto, si ripiomba nei più sdati cliché gomorreschi, con lui mandato in missione d’affari da un Superboss della camorra (non chiedetemi di più) nel solito Nord Europa freddo e cattivo. Stavolta siamo in Lettonia, a Riga, ma vengono in mente certi precedenti sempre imperniati sull’asse criminale profondo Sud-profondo Nord, come i napoletani in Germania dei Magliari di Francesco Rosi (esplicitamente citato qui) e di Una vita tranquilla di Claudio Cupellini. Lassù in Lettonia (“‘sto posto di merda” dice un personaggio, e chissà come sarà contenta la locale Film Commission, sempre che ce ne sia una e abbia dato una mano al film) Ciro dovrà occuparsi ovviamente dello smercio di cocaina, solo che saranno subito problemi sia con la mafia lettone che intende scalzare i russi dal nacrotraffco sia con i russi che non hanno nessuna intenzione di mollare. Sarà per l’uomo venuto da Napoli una partita difficile, alleandosi ora con gli uni ora con gli altri, e ovviamente non mancheranno massacri e scontri cruentissimi, sennò che Gomorra sarebbe? Molti cultori della serie hanno fatto notare come si avverta la mancanza dietro la macchina da presa di Stefano Sollima, io, che non conoscendo la serie non posso fare confronti, dico che Marco D’Amore al suo esordio registico non se la cava male, certo mantenendosi sempre nella stretta ortodosssia gomorresca senza troppo azzardare. Non sapevo neanche del culto che circondava, circonda, il D’Amore interprete-e-divo, adoratissimo, acclamatissimo. Non so, vedendolo qui, se sia un grande attore, di sicuro esercita un ascendente sulla platea come pochi oggi in Italia, e il suo Ciro introverso e intimammente ferito, fallato nonostante sia boss spietatissimo, in effetti è un carattere che non si dimentica. Stiamo a vedere se riuscirà a diventare una star anche oltri i confini del cinema e della serialità campano-criminale. Il talento ce l’ha, come si è visto in un piccolo film indipendente italiano uscito qualche mese fa e subito sparito nel girone degli invisibili, Drive Me Home di Simone Catania, dove D’Amore era un truck driver gay emigrato dalla Sicilia in Germania (l’asse  Sud-Nord di cui si diceva), un ruolo per niente facile interpretato con finezza rara. Quanto a L’immortale: la fanbase ha risposto benissimo, facendo entrare in cassa in pochi giorni oltre tre milioni di euro, un miracolo per una nostra produzione. All’anteprima stampa gli intervenuti son stati invitati a firmare una carta in cui si impegnavano a non svelare il finale: va bene, ma è proprio il caso di trattare la stampa come bambini incontinenti che non ce la fanno a controllarsi? Analoga richiesta, con tanto di email a ogni accreditato stampa, l’aveva avanzata anche Tarantino a Cannes per C’era una volta… a Hollywood. Ma è Tarantino.


Ritornare alla prima pagina di Logo Paperblog