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Recensione: Le confessioni di Frannie Langton, di Sara Collins

Creato il 20 febbraio 2020 da Mik_94
Recensione: Le confessioni di Frannie Langton, di Sara Collins | Le confessioni di Frannie Langton, di Sara Collins. Einaudi, € 22, pp. 425 | Puttana, negra, omicida. Il cielo inglese si è spalancato per riversare insulti e pioggia sporca sul capo di Frannie Langton. In un raptus delirate, la giovane avrebbe ucciso i suoi padroni. Perciò venghino, signori, venghino! Se tutto va male, la sua impiccagione sarà un irresistibile spettacolo di morte! In attesa che l'ingiustizia faccia il proprio corso, l’imputata si racconta. Una confessione fluviale, laica, che ripercorre le tribolazioni della sua esistenza dall’inizio alla fine. Si rivolge a un tu specifico, l’avvocato d’ufficio, ma è soprattutto il lettore a prestarle attenzione durante una lettura bellissima e tormentata, rocambolesca come un classico del genere gotico, al termine della quale saremmo disposti a controbattere a spada tratta alle accuse. Giurando sul buon cuore di Frannie, certo… Ma sulla sua innocenza?  La protagonista, agli occhi del giudice, ha commesso un triplice crimine: è femmina, è di colore, è omosessuale. L’omicidio, nella Londra del tardo Ottocento, sembra essere insomma una macchia incidentale su un curriculum già sporco. E Frannie – sfrontata, moderna, con le mani insanguinate e un’accentuata vena sadomasochistica – non fa nulla per smentire le malelingue. Sono un enigma. Si aspettavano tutti una sorniona africana. O un’umile domestica. Una puttana mulatta. La Negra Assassina. Quale di queste incarnazioni mi salverà? Con lucida coerenza, racconta che ci sono crimini e crimine; gabbie e gabbie. Giovanissima, è passata da una prigione di ferro a una dorata. Nata in una colonia giamaicana, è stata ceduta da un padrone all’altro in un braccio di ferro tra nobiluomini noti per ingegno e crudeltà: tanto il signor Langton quanto Benham, infatti, sono naturalisti al centro di esperimenti disumani. Nei loro libri si interrogano sull’origine delle differenze etniche, su ruoli di potere connaturati nel DNA, sulla necessità della schiavitù – e ottengono risposte ora con i servigi dei cacciatori di teschi, ora con la vivisezione, ora con accoppiamenti programmati. Frannie, suo malgrado, è testimone dei misfatti di entrambi. Dotata di un’abilità rara per l’epoca – sa leggere e scrivere –, fa la scrivana prima di essere condotta a Londra come dama di compagnia della moglie di Benham. Annoiata, eccentrica e affascinante, Marguerite ha molto in comune con la protagonista: anche lei straniera, anche lei prigioniera di una relazione di facciata, si mescola volentieri ai dipendenti; balla e canta nelle cucine; ma è vittima di una malinconia che la spinge a imbottirsi di laudano per trovare pace. Perché Frannie avrebbe dovuta ucciderla, se si sono amate segretamente e appassionatamente? Gli indizi la inchiodano: una lite accesa, una boccetta di arsenico, un misterioso barattolo di formalina.  Alla luce di una candela, come una novella Moll Flanders, la giovane svela gli antefatti della vicenda. A metà tra il thriller giudiziario e il romanzo storico, la sua divulgazione ne ribadisce l’indole ferina; gli incarichi singolari, in una casa in cui c’erano disparità anche fra i membri della servitù; l’ignoranza di una Londra dickensiana, malsicura come un cantiere a cielo aperto, dove il circo in città faceva meno notizia dello sbarco di una giamaicana troppo sveglia. Gli altri mi fanno sempre la stessa domanda, chiedendosi come potevo essere tanto affascinata dai romanzi in simili circostanze. Mi biasimano per ciò che ho letto, credo, più di quanto mi compatiscano per ciò che ho sofferto. Dal loro punto di vista, un romanzo è un’eresia: un uomo che crea altri uomini senza bisogno di Dio. Ma come facevo a non leggere? Ho sempre voglia di ribattere. Come sarei riuscita a sopravvivere altrimenti? Tu cos’avresti fatto, seduto in una stanza buia e chiusa a chiave, se qualcuno ti avesse portato una candela accesa? Forte di un impatto emotivo garantito, il mirabolante esordio di Sara Collins non si adagia sui pregi di una storia innegabilmente potente, ma mette al centro della narrazione un’eroina indimenticabile, resa sin nelle pieghe più oscure grazie a una scrittura che brilla di luce propria, ornata parimenti del rosso delle rose e del sangue. Sontuoso e incalzante, in Le confessioni di Frannie Langton si avvicendano pagine liriche e atti processuali in piena regola, scene saffiche e particolari scabrosi; stralci di trattati, perfino, in cui la voce narrante si scaglia contro schiavisti e abolizionisti. Frannie non vuole né essere abusata, né compatita. Preferisce salvarsi da sola, davanti all’inadeguatezza delle scienze investigative. C’è una sottile differenza tra essere innocenti e essere incolpevoli. Frannie potrebbe avere l’assoluzione, o soltanto la nostra indulgenza? Il verdetto, fino all’ultimo, sguiscia via dalle dita come pelle di serpente. Eccola sollevarsi dal banco degli imputati, infine. Tutta orecchi. Né nera né bianca: la sua pelle, così come la sua verità. Il mio voto: ★★★★ Il mio consiglio musicale: Tosca – Ho amato tutto

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