Magazine Cultura

Recensione: Piccole anime folli, di Mirko G. Rauso

Creato il 12 giugno 2019 da Mik_94
Recensione: Piccole anime folli, di Mirko G. Rauso | Piccole anime folli, di Mirko G. Rauso. Leone Editore, € 12,90, pp. 282 |
A cosa può spingere la noia? Siamo a San Rodi, un paese immaginario in cui la perversione è di casa. Gli anni Ottanta impazzano, ma il loro eco è debole. Nonostante si scorrazzi in bicicletta come in Stranger Things, in cerca di boschi e misteri, in Italia l'ombra del fascismo è ancora visibile. Dei cimeli di quegli anni, da noi piuttosto lontani dalle mode d'oltreoceano, sono approdate soltanto le videocassette e i fumetti fantascientifici. Ma laggiù i veri mostri siamo noi. Traviati dall'immobilismo e dalla calura, i quindicenni fanno gruppo e giocano a fingersi onnipotenti. Braccano e seviziano animali, si proclamano Cacciatori. Ci sono Arcangelo e Tommaso, il primo in sovrappeso e l'altro segretamente omosessuale, mentre strada facendo si è aggiunto allo squadrone Piero B, troppo piacente per essere un reietto ma indebolito da un infortunio calcistico. Hanno famiglie sciagurate, case pericolanti, scheletri nell'armadio, e il loro leader conosce i loro dolori come le proprie tasche: il carismatico Fermo, che pronuncia proclami magniloquenti nello stile di Mussolini, fa leva sulle fragilità degli amici. Fino al punto di rottura. Quanto tempo è richiesto per passare a prede più ghiotte?
Ogni giorno, dopo la scuola e prima che calasse la notte, impugnavano le loro maestose biciclette e si allontanavano dal pietroso centro cittadino, alla ricerca di avventure. Avevano visto troppi film, e volevano comportarsi da eroi. Speravano di trovare qualcosa nei boschi che li circondavano, sognavano di imbattersi in qualche animale raro o in qualche artefatto dimenticato. Questi quattro quindicenni emarginati erano Arcangelo, Piero B, Tommaso e Ferro.
Si va a caccia di esseri umani, così, ma Fermo non lascia niente di intentato. La vittima designata dovrà cadere spontaneamente nella sua rete. Purtroppo o per fortuna il povero Mollusco – che di verghiano ha sia soprannome sia il destino da vinto – si lascia circuire in fretta. Vessato a scuola, maltrattato in famiglia, avrebbe bisogno di buoni amici. Anche se gli tocca passare attraverso disgustosi riti d'iniziazione. Anche se, sin dall'inizio, è spacciato. 
Piccole anime folli è un esordio che attraeva per toni e atmosfere. Un romanzo di formazione estremo e disperato che riportava alla mente il primo Ammaniti. Sfogliandolo ho subito pensato che in compagnia del bravo Mirko Rauso, già sceneggiatore, avrei trovato pane per i miei denti. Se possibile, andando avanti, l'impressione si è acuita. Piccole anime folli spiazza. Inizia in un modo, finisce in un altro. È un macello, in quanto caotico e sanguinosissimo. Insensato, come d'altra parte dev'essere la violenza in tenera età. Questo perverso gioco di ruolo viene mandato a monte dall'arrivo di una ragazza dai capelli fiammeggianti, Venusia, il cui ingresso fatale cambia alleanze e obiettivi. Aggiungete al disegno un improbabile poliziotto dal cuore malandato, che di cognome si chiama Donovan, e una professoressa con un corpo da commedia sexy e il pallino del satanismo; una scia di omicidi coreografici, che portano la firma di un novello Jack Lo Squartatore dal cappello a cilindro, e una guerra intestina fra maschi e femmine se ai Cacciatori vengono a contrapporsi all'improvviso le Streghe.
Non dobbiamo guardare Manson, dobbiamo guardare Gesù. La perfezione, il miracolo. Io sono l'agnello di Dio, il re dei Cacciatori solitari, il Distruttore silenzioso. Sono stato scelto, e voglio portare a termine ciò per cui sono stato messo al mondo. Cacciatori, è giunto il tempo di ultimare la Caccia finale, la Caccia suprema.
In quel di San Rodi il più pulito ha la rogna. La malvagità, come la peste nera, è un contagio; una realtà basata su leggi medievali. Ironico e amante del cinema di serie B, Rauso non va preso sul serio. Si dà alla pazza gioia nel finale, e i lettori più impressionabili potrebbero essere infastiditi da un autore che ciabatta nel torbido o dall'introduzione di loschi figuri vestiti come in Mad Max. A questo punto mi prendo il permesso di fargli un po' le pulci, perché in fondo mi ha divertito da morire. 
Intrattenitore nato, lo scrittore ventisettenne ha il difetto di raccontare più che mostrare. A volte enfatizza poco, altre lo fa concentrandosi sui dettagli secondari. La colpa potrebbe essere di un narratore al di sopra di tutto e tutti, che funziona alla perfezione per gestire la coralità corrotta degli abitanti, meno per la messa a punto della suspance o di dialoghi verisimili. In sella a una bicicletta a cui soltanto di recente ha tolto le rotelle, rinunciando agli equilibri dell'ordinario per raccontare invece l'azzardo, l'autore rischia frequentemente di scivolare e di lasciare a cuocere troppa carne al fuoco. Più lungo e complesso del previsto, però, Piccole anime folli piace comunque perché ha il coraggio e la consapevolezza dei propri errori. Una compravendita dell'innocenza che perde la bussola – negli ultimi capitoli sconfina nel granguignolesco di Gianluca Morozzi –, mai il filo. Il mio voto: ★★★½ Il mio consiglio musicale: Anastasio - La fine del mondo 



Ritornare alla prima pagina di Logo Paperblog