Recensione romanzo Il signore delle mosche di William Golding

Creato il 27 dicembre 2013 da Masedomani @ma_se_domani

Si ma che cavolo!

Ok, forse non è molto rispettoso iniziare con “si ma che cavolo!” il commento ad un romanzo scritto da un autore insignito dal Premio Nobel, eppure non ho potuto fare a meno di lasciarmi andare a quell’espressione un paio di decine di volte.

Ah già, nella mia furia imprecativa dimenticavo il contesto: ho terminato “Il signore delle mosche” di William Golding, libro certamente celebre e altrettanto sicuramente dato spesso in pasto agli studenti, ma venato da qualche caratteristica sulle quali sarà bene soffermarsi.

First of all, direbbero gli anglosassoni, dieci e lode alle prime pagine: il romanzo racconta la storia di un gruppo di bambini e adolescenti che sono precipitati su una isola deserta nel corso di una non meglio specificata guerra atomica, e su quel paradisiaco lembo di terra si trovano a dover sopravvivere senza la supervisione di un adulto. L’ingresso alla narrativa è brutale: il lettore viene catapultato nella storia senza premesse o contestualizzazioni, e l’effetto è dirompente.

Il punto è che il romanzo è del 1952, e si avverte in pieno una sorta di fatalismo maligno da immediato dopoguerra: senza voler rovinare la lettura a chi lo debba ancora affrontare – e ne vale comunque la pena – posso anticipare che la convivenza dei piccoli umani non sarà affatto semplice, e svilupperà tutte le disgrazie a cui il mondo degli adulti sembra averli preparati.

Il messaggio diviene così ancora più negativo: non solo è evidente che per l’autore l’uomo sia nato per produrre il Male, ma questa caratteristica sarebbe così insita nella nostra natura da dirompere persino in un gruppo di adolescenti, con pochissime e deboli voci contrarie. Non sarebbe dunque il contesto storico o la società a “corrompere” la razza umana, ma la sua stessa natura. “Si ma che cavolo!”.

L’arrivo di un adulto sull’isola segnerà in maniera finale non la chiusura di un incubo, ma la certificazione del dolore e della cattiveria come unico motore propulsore dell’uomo, verrebbe da dire fin dalla più tenera età. E aggiungerei “Si ma che cavolo!”.

Mi incuriosirebbe moltissimo quale siano le reazioni di un gruppo di ragazzi alla lettura di un romanzo che, va detto, ha talmente ben rappresentato un’epoca da finire di diritto nell’ormai celebre elenco dei 1001 libri da leggere a tutti i costi. A me qualche dubbio è rimasto, già.


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