Figuriamoci, il primo segno rivelatore del male per la povera Alice è una apparentemente insignificante perdita di memoria. Durante una conferenza – è una linguista, e proprio nel linguaggio il male comincerà a colpirla e punirla – non ce la fa a ricordarsi una parola, e per cavarsela deve ricorrere a una perifrasi. Ecco, alzi la mano chi non ha o non ha mai avuto simili problemi, tanto per dire come Still Alice vada a sfrucugliare laggiù nelle nostre più inconsce paure, e come facilmente (ed egregiamente) riesca a stabilire l’identificazione tra platea e personaggio. Seguirà per Alice, durante il solito jogging mattutino (sta correndo nel parco della Columbia University, a New York, dove lei e il marito insegnano), un’improvvisa amnesia. Dopo la consultazione di un neurologo, e una serie di test, arriva la mazzata. Alice è affetta da una rara e particolare forma di Alzheimer precoce di tipo ereditario contro cui non c’è cura possibile. Ora capisce che ne era affetto il padre, e a questo punto teme di aver trasmesso quella distorsione genetica ai figli – due femmine e un maschio. Tantopiù che una delle ragazze è incinta, e dunque a sua volta, se portatrice del temuto gene difettoso, potrebbe averlo passato al feto. Il dramma di Alice diventa quello di tutti coloro che le stanno vicino e intorno. Mentre l’Alzheimer progredisce e le sue facoltà cognitive si usurano e diminuiscono, e lei diventa sempre meno autonoma, gli equilibri familiari saltano. Il marito deve decidere se stare a New York vicino alla moglie sofferente o andarsene nel Minnesota dove gli offrono una grande opportunità professionale. Lo stesso i figli, e a trovarsi chiusa nel dilemma è soprattutto la più giovane delle due ragazze, andatasene a Los Angeles per intraprendere la carriera d’attrice (è una Kristen Stewart bravissima, a conferma che Sils Maria non è stato un caso). Ma il film si ferma molto al di qua di una vera, lucida, impietosa indagine sul ricasco in famiglia di un male come l’Alzheimer. Le contraddizioni vengono appena evocate e adombrate, e gli autori si guardano bene dall’affondare il bisturi. Resta Julianne Moore, impavida nel mostrare la progressiva dissoluzione della sua mente e del suo corpo. Una di quelle performance d’attrice che non si dimenticano. Sarà Oscar sacrosanto. Però il film non è gran cosa. Finale con una qualche assonanza con il Re Lear shakespeariano, con una figlia che non può non ricordarci Cordelia (non dico di più, ovvio).