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Recensione: Stoner, di John Williams

Creato il 01 novembre 2017 da Mik_94

Recensione: Stoner, di John Williams

| Stoner, di John Williams. Fazi Editore, € 15, pp. 332 |

Durante lettura di questo romanzo sono stato malissimo. Non so quanto la malinconia di questi giorni dispari sia scaturita dalla storia raccontata da John Williams, quanto da un vaso di Pandora di tristezza scoperchiato inavvertitamente. Scrivo della mia ultima lettura di getto, così, sperando che smetta di bruciare un poco. Non so se ho letto Stoner perché stavo male, o se stavo male perché leggevo Stoner. Nonostante l'amarezza della premessa, giuro che il romanzo - pubblicato con scarsa risonanza cinquant'anni fa e acclamato in tempi recenti come moderno capolavoro della narrativa americana - non è dei più disperati. Solenne e raffinato, con passi di un lirismo commovente, scorre in realtà meglio di quanto avessi immaginato. Tanti dubbi infondati, prima di iniziarlo, pensando di non cogliere la grande bellezza nel logorio di questa vita modesta; di non esserne all'altezza.

Era arrivato a un'età in cui, con intensità crescente, gli si presentava sempre la stessa domanda, di una semplicità così disarmante che non aveva gli strumenti per affrontarla. Si ritrovava a chiedersi se la sua vita fosse degna di essere vissuta. Se mai lo fosse stata.

Cinquanta pagine, invece, ed ero già innamorato della fragile routine di William Stoner. Prima l'infanzia nei campi con una piccola famiglia d'estrazione contadina; poi i poco ispirati studi di Agraria e gli anni da matricola trascorsi in una soffitta in affitto; infine un'epifania, la scoperta inattesa della Letteratura e le timide gioie della carriera accademica, fino a un pensionamento doloroso, da rimandare il più a lungo possibile. Nel mezzo: il matrimonio senza amore con Edith, donna pallida e infelice che passa il tempo chiusa in camera da letto o a rimproverargli ogni singola mancanza; una figlia, Grace, che purtroppo non saprà proteggere dal fallimento; un'amante lasciata andare via, nonostante le vane proteste del cuore; amici fidati sulle dita di una mano e l'aperta ostilità con un collega, incapricciatosi per una nota di demerito al suo pupillo. Stoner racconta, da una nascita senza grandi strepiti a una morte altrettanto silenziosa, l'esistenza a testa bassa (ma con gli occhi pieni di cose) di un professore di provincia votato alla mediocrità. Di quelli naturalmente trattenuti, che si guardano le mani quando parlano e non hanno un'opinione per tutto. Le guerre arrivano e passano, e lui non se ne accorge. Si seppellisce nei test da correggere, nelle ricerche, e riemerge dalle carte soltanto al momento dei pasti e dei funerali. Diplomatico ai limiti dell'indolenza, senza spirito patrio né nobili intenti. "Felice di tanto in tanto", scrive l'autore, soprattutto nella sacralità di uno studio brutalmente invaso dagli ammodernamenti dell'antipatica Edith.

Il passato sorgeva dalle tenebre e i morti tornavano in vita di fronte a lui, e insieme fluivano nel presente, in mezzo ai vivi, tanto che per un istante aveva la percezione di stringersi a loro in un'unica, densa realtà, da cui non poteva e non voleva sottrarsi. Tristano e la dolce Isotta gli sfilavano sotto gli occhi; Paolo e Francesca vorticavano nel buio incandescente; Elena e Paride, amareggiati dalle conseguenze del loro gesto, spuntavano dal buio. E Stoner li sentiva più vicini dei suoi stessi compagni.

William Stoner sono io. Quando mi sento ospite nella mia stessa casa, perdo il controllo e aspetto che gli eventi capitino. Quando non so cosa fare, o ho semplicemente perso la strada per arrivarci. Quando aspetto che la vita mi cada in testa, come un sasso o un aeroplano. Non mi sta bene questa giovinezza, no, ma ho perso lo scontrino. L'ho ammesso a me stesso di recente. Non mi piace dove sta andando a parare. A volte mi siedo, con lo stomaco vuoto, e scopro di aver dimenticato quale direzione avessi scelto per lei. Mi sono fermato a metà, per un'eterna sosta che è diventata poi casa mia. Muovo un passo dopo l'altro, non sapendo quel che sarà domani. Non quello che vorrei comunque, perché non ho gettato le basi giuste, non l'ho costruito, e l'arrivo dell'inverno mi sorprenderà gelandomi. Ho ventitré anni, e già sono Stoner. Quanto esaltarsi per quella vita senza infamia e senza lode, quanto rimproverare alla mia: che paradosso. Leggendo ho conosciuto lui, ma anche me stesso. Mi sono riconosciuto. Gli ho voluto bene fino all'ultimo, in un romanzo lungo un esame di coscienza, e ho ripreso a volermene. Mi sono perdonato.

"Anche tu sei votato al fallimento. Ma anziché combattere il mondo, ti lasceresti masticare e sputare via, per ritrovarti in terra a chiederti cos'è andato storto. Perché ti aspetti sempre che il mondo sia qualcosa che non è, qualcosa che non vuole essere. [...] Ci servono dei pretesti per sopravvivere. E sopravviveremo, perché così dev'essere."

Qualcuno potrebbe dire che siamo pagine vuote, ma guardate che poesia ci scrive sopra John Williams. Più che un autore, uno di quei fotografi che fanno il miracolo di coglierti distratto, al naturale, bello come non ti eri visto mai.Senza ritocchi in postproduzione, senza filtri: solo con la luce giusta. Quanto è abusata l'espressione: è uno dei romanzi della mia vita. Ma E sono io, domandi? Sì, sei tu.
, perdonate la scontatezza, questo lo è davvero. Di quella vita noiosissima e bellissima che non ho mica chiesto io, ma tant'è. Che non farà la rivoluzione, mi ha detto una persona cara, ma la differenza per qualcuno. Stoner sono io, sì, e in fondo anche tu.


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