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Recensione: Un dolore così dolce, di David Nicholls

Creato il 18 settembre 2019 da Mik_94

Ci sono estati che vorresti non finissero mai: quelle delle grandi svolte.

Pensa alla liberazione dopo l'esame di maturità, per esempio, con davanti a te due mesi - non abbastanza, insomma - per decidere quel che sarà dopo il liceo.

Alla laurea, ancora, con una corona d'alloro secca per metà sull'armadio e l'incertezza più totale verso un futuro faticoso da mettere a fuoco.

Pur essendo un tipo più adatto all'inverno, anch'io quest'anno l'ho sperato: poteva questa bella stagione prolungarsi fino al termine dell'incertezza? Vivo infatti il primo settembre senza esami da fare, completamente libero e altrettanto sperduto. Ho compilato in questi giorni il primo curriculum - mandato dappertutto: mi terrorizza la prospettiva di un autunno con le mani in mano - e le prime messe a disposizione, inoltrate qui e lì in attesa di un bando di concorso che mi si nega, di una graduatoria che finora non m'include. Vorrei mettere sotto il materasso i primi guadagni in cerca d'indipendenza, o forse, amara verità, mi accontento e basta; nei giorni storti, quando l'umore è basso, mi butto via. Mi ha raccolto la mano provvidenziale di David Nicholls, scrittore dal tempismo perfetto, e fra una pagina e l'altra mi ha fatto conoscere il suo nuovo protagonista. Presentatevi pure, ha detto: Charlie ti somiglia tanto, e giacché mal comune è mezzo gaudio, vedrai, a tratti vi supporterete a vicenda. A poco è servito dichiarare il mio scetticismo - un Charlie uguale a me lo conoscevo già, quello di Noi siamo infinito -, dal momento che l'autore di ci aveva ormai presentati. E sì, la somiglianza c'era.

La noia era la nostra condizione naturale, però la solitudine era tabù [...] Costa fatica non sembrare soli quando lo si è, o sembrare felici quando si è infelici. È come reggere una sedia in equilibrio su una mano sola: quando non ce la facevo più prendevo la bicicletta e mi allontanavo dalla città.

Sedici anni, votato alla discrezione, il protagonista è un adolescente che sugli annuari non spicca. Seduto a bordo pista, guarda il mondo con occhi grandi così e cerca di rubare ricordi in ogni angolo; di immagazzinarli con un battito di ciglia. È il ballo di fine anno - ghiaccio secco, camicie firmate a penna, qualche chiazza di vomito per un bicchiere di troppo - ma lui preferisce estraniarsi. Cosa c'è da festeggiare se gli esami sono andati malissimo, il college è fuori discussione e l'unica soluzione per arricchirsi è fare la cresta sui gratta e vinci? David Nicholls me l'ha reso subito affezionato descrivendolo mentre scorrazza in bicicletta per le strade di una città industriale - lì le vie hanno nomi di vecchi poeti, peccato però che la periferia disconosca qualsiasi lirismo - o, come facevo io stesso dopo la separazione dei miei, mentre tentenna sul pianerottolo di casa. Dall'altra parte dell'uscio c'è un padre depresso, inconsolabile quanto il mio dopo il trasferimento di mamma, al centro però di un doppio dramma: jazzista fallito, fa i conti con una bancarotta economica e sentimentale.

Conosco il desiderio di evitarne lo sguardo. Ricordo le cene a base di spinacine e la fine infelice di frutta e verdura, destinate puntualmente a marcire nel frigo due uomini soli. Ho presente la tentazione di mascherare la paura del futuro, evitando il trauma di un ennesimo cambiamento, con la scusa che toccasse restare fisso all'ovile per fare da ago della bilancia. L'unico modo di conoscere l'anima gemella, a dispetto dell'apatia, è fare come nella canzone di Tenco: innamorarsi in mancanza d'altro da fare. È casualmente che Charlie si stende in un prato degno del Decameron. È casualmente che la travolgente Fran - una di quelle bellezze che saresti tentato all'istante di immortalare in un ritratto - inciampa sull'intruso mentre prova con una compagnia di attori amatoriali. Metteranno in scena Romeo e Giulietta, in quegli anni portato al cinema anche da Luhrmann. La proposta è di quelle che non si rifiutano: accettare il ruolo di Benvolio per condividere con l'intrigante sconosciuta - e con Alex, Helen, George, Lucy - passeggiate sull'erba, prove estenuanti, feste alcoliche e, se tutto fila liscio, pomiciate spinte. Charlie accetta.

Ma le storie d'amore sono noiose. L'amore è una cosa normale solo per chi non lo vive, e il primo amore è spesso goffo e ghiandolare. Shakespeare doveva saperlo: prendete il testo della storia d'amore più famosa del mondo e provate a stringere fra pollice e indice le pagine dove gli innamorati sono davvero felici, non il crescendo che precede l'amore o il conflitto che ne consegue, il lasso di tempo in cui l'amore è condiviso e sereno. Si tratta di una manciata di pagine, il breve interludio fra anelito e disperazione.

Adatto a un pubblico più giovanile, Un dolore così dolce ha unico difetto oggettivo: a colpo d'occhio è la somma matematica dei successi passati e, pur essendo vicinissimo al sottovalutatoIl sostituto, include i rimpianti di Emma e Dexter, le famiglie disfunzionali di , l'effetto nostalgia delleDomande di Brian. Ma dove trovare, d'altra parte, la stessa brutale onestà nel trattare una perdita della verginità che ha davvero del tragicomico? Quei dialoghi brillanti, da sceneggiatore navigato, che con il filtro dell'autoironia colgano sottili analogie fra le vicissitudini dei protagonisti e quelle degli amanti di Verona?

La lettura di Un dolore così dolce ha significato sbirciare in una palla di vetro per scoprire con il dono della preveggenza, a vent'anni di distanza, cosa sarebbe stato del colpo di fulmine con Fran. E un po', quindi, anche di me. Se Charlie avesse trovato il suo posto nel mondo, infatti, ci sarebbero state buone speranze anche per il sottoscritto. E se Charlie rideva - una risata simulata, da palcoscenico - ridevo anch'io, mentre da recitata la contentezza diventava pian piano reale. E se Charlie diventava più sé stesso fingendo di essere qualcun altro, prendevo esempio e pendevo obbediente dalle labbra del Bardo: colui che talora presta al protagonista in crisi i pensieri e le parole, diventando suo consigliere personale; un modo di essere. Scorrono le pagine, e assieme corrono gli anni Novanta. Quelli delle promesse solenni, dei giuramenti fra amici che impongono di non perdersi mai di vista. Ma il mese dopo ci si eviterà già in centro, per imbarazzo o antipatia: cosa dirsi, infatti, come rapportarsi, con il sopraggiungere di settembre?

A volte ci penso, sai. Penso a come mi sentivo, e non voglio fare la sentimentale o roba del genere, ma per me il primo amore è come una canzone, una stupida canzoncina, la senti e pensi, non voglio sentire più nient'altro, qui c'è già tutto, questa è la melodia più bella che sia mai stata scritta. Poi cresci e non lo metti più quel disco, ora sei più tosta, e smaliziata, e hai gusti più raffinati... Ma quando la senti per radio, be', è ancora una bella canzone.

I negozi di dischi stanno già iniziando a chiudere. La crisi finanziaria miete le vittime iniziali. I cellulari, costosi relitti senza i miracoli di WhatsApp, mettono spesso nei pasticci per l'impossibilità di comunicare in tempo reale ritardi o fraintendimenti. La storia d'amore di Charlie ha lo spirito gaudente di alcune estati scacciapensieri e, nell'epilogo, infonde il magone di un'alba sulla spiaggia o di una brutta notizia alla radio che, dal nulla, interrompe un ritornello di Madonna. E rivela, purtroppo, che anche le principesse muoiono.

Il primo amore non si scorda mai, giurano. L'ultimo Nicholls chissà. Un giorno potrebbe essere dolce perfino dimenticarlo e riscoprirlo, proprio come accade con quell'amica avvicinata con un misto d'imbarazzo ed euforia alla rimpatriata a cui non volevamo nemmeno presentarci - meglio non scomodarlo, il vespaio dei sedici anni. Per fortuna, in pace con noi stessi, alla fine abbiamo detto sì.

Il consiglio musicale: The Verve - Bittersweet Symphony


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