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Recensione: Vittoria, di Barbara Fiorio

Creato il 30 aprile 2018 da Mik_94
Recensione: Vittoria, di Barbara Fiorio | Vittoria, di Barbara Fioria. Feltrinelli, € 15, pp. 267 |
Un siamese dagli occhi blu, un po' di magia, il nome di Barbara Fiorio in copertina. 
Provate a proporre questi ingredienti a me, gattaro convinto che, maschera di cinismo riposta assieme ai maglioni invernali, non ho mai smesso di prestare fede alle fiabe raccontate in Qualcosa di vero. Chiedevo una lettura di quelle carinissime, come se poi fosse poca cosa, e sin dalla copertina sapevo di poter domandare a questo romanzo tutta la leggerezza del mondo. A sorpresa, ho trovato molto di più. Una lettura di cui si ha un disperato bisogno, anche in giorni apparentemente sì in cui ci si chiede, eppure, il perché della malinconia. Una storia di alti e bassi, picchi e voragini, da cui si risale davanti a una tazza fumante; sotto lo sguardo di una professionista con qualche pelo sul maglione e la Canon al collo, una persona gentile. 
Riappropriarsi della propria esistenza. Facile, uno dice. Soprattutto trattandosi di personaggi immersi in una commedia pastello. Facile con il senno di poi, quando da patti sai che ci sarà una svolta lieta, il bicchiere mezzo pieno. Il guaio è nel mentre: ci vedi nero, non ci vedi. Non ti vedi. Vittoria – genovese, quarantasei anni, l'appartamento e il conto in banca improvvisamente vuoti – è la classica eroina controvento, pronta a chiedere la rivincita a una mezza età che l'ha colta depressa, in rosso, abbandonata. Ma che ne sa lei, intanto, che quello è tutto un romanzo; che passerà come le giura chi le vuol bene? Hollywood, ho riflettuto, è piena di donne piantate in asso alla riscossa. La separazione lì mi è sempre parsa liquidata con sufficienza, come se venire a patti con il fallimento di un amore che muore, di un letto vuoto per metà, meritasse un paio di sequenze con Adele in sottofondo e basta – neanche una scena madre, chessò, in cui fare i conti con il profumo di chi ci ha lasciato, i suoi cibi biologici in dispensa, gli amici comuni che ne parlano e ne sparlano, il gatto che miagola davanti a una porta chiusa.
Non si può amare chi non ci ama, è contro natura.
Vittoria ha perso il senso dell'orientamento. Trova difficile dare un senso al disordine, riconsiderare quella mezza scena del crimine casa sua o, da sfollata sentimentale dedita all'autocommiserazione, abbandonare la stanza degli ospiti dell'eterna migliore amica per un appartamento che le rinfaccia Federico. Un gallerista velleitario, in crisi di identità, che l'ha illusa abbastanza da farle desiderare sotto sotto i fiori d'arancio, un matrimonio (il secondo) e un abitino rosso, finché ha il girovita. 
La svolta arriva assieme a un regalo di compleanno anticipato, un mazzo di tarocchi e Halloween: se abituati a catturare l'anima delle persone con uno scatto, leggerne il destino nelle carte, nei volti, è un gioco da ragazzi. I serial americani, magistri vitae, insegnano. Come in Lie to me, Vittoria capisce di leggere attraverso le persone. Con una macchina fotografia o senza. E di sapersi leggere, perciò, attraverso di loro. I segreti della fotomanzia: un posto accogliente, una scatola di infusi assortiti, il passaparola su Facebook – candele e incensi, sappiatelo, sono un optional per creduloni. Nel suo salotto, così, in un andirivieni irresistibile, mettono il naso con un misto iniziale di curiosità e vergogna uomini e donne protetti dal segreto professionale; preoccupati per i figli, gli amanti, il precariato.
Mi piacerebbe trovare davvero la magia, non quella dei tarocchi o delle manciate di sale grosso, quella letteraria delle bacchette magiche, delle fate permalose e delle streghe sardoniche. Quella in cui mi rifugiavo da piccola, dove tutto era possibile e fantastico. Ho una nostalgia struggente di un mondo così. Come ho potuto scordare che si può combattere il dolore ridendo, ridendo fino a stanarlo ed esorcizzarlo? Fingo di leggere i tarocchi e ho dimenticato una delle magie più potenti: la leggerezza.
La sensibilità di Vittoria non ha prezzo, e lei dispensa comodamente da casa tranquillità, parole di conforto, stampe che ci mostrano sotto la luce giusta. Ma, in tempo di crisi, la cartomanzia sì. Se non bastasse, per fortuna, arrivano in soccorso Netflix e un romanzo con le carte vincenti. La bellezza di farsi in quattro per qualcun altro, le fusa dei nostri mici, le tavolate chiassose con amici vicini e lontani. Quelli che ti danno una scusa buona per tirarti giù dal letto, lavarti i capelli, vestirti e ripartire da zero, o quasi. Quelli che ti prestano le loro storie, sapendo che mal comune è mezzo gaudio e, soprattutto, che saprai farne un uso consapevole. C'è una regola non scritta seconda la quale bisogna contenere aspettative, stelline di valutazione ed entusiasmo davanti a una fiaba contemporanea. Una regola da violare qui: in duecentosessanta pagine di piuma, speranzosissime, ma che pesano e di qualche peso ti liberano. 
L'ultima volta mi era capitato con La tristezza ha il sonno leggero: scrittori specchio e libri del momento giusto, che parlano un po' di te, con le tue stesse parole. Da allora è successo che il peggio è passato. Che certi giorni, facendomi il segno della croce, sto quasi bene. Questa cosa – ma sì, osiamo pure chiamarla felicità – mi sembra una vacanza, e purtroppo non ho ferie illimitate. Non so cosa sarà di me da qui a qualche mese. Mi sento bene, e penso non durerà. Mi fascio la testa in anticipo, e penso che magari farà effetto. Sorrido meno come per punirmi. Mi prendo spesso una pausa da questa parentesi di dolce far niente, imponendomi di volare basso, di coltivare i pensieri di troppo. Di non tradire la solitudine, amante rancorosa, per non provare così l'imbarazzo di ritrovarmi in sua compagnia dopo esserci persi di vista.
Ho capito che l'onestà può essere elastica e offrire, ogni tanto, un cicchetto all'illusione. Chi viene a chiedere risposte sul futuro porta con sé un tacito accordo: non importa se vedi davvero qualcosa di bello per me, importa che tu me lo faccia credere, perché ne ho bisogno per andare avanti. Deve aspettarmi dietro il prossimo angolo, e se poi non ci sarà, sarò almeno andato avanti fino a raggiungerlo, quell'angolo, e poi il successivo e il successivo ancora, finché qualcosa accadrà, o almeno mi sarò allontanato dal dolore di partenza.
Io ero Vittoria in persona, che si cura da sé limitandosi a viversela nel frattempo: a vivere. 
Ero uno dei suoi clienti, pronto a spolverare in pubblica piazza cuori e dolori, davanti a una lettura talmente generosa da spingerti a fare altrettanto. 
Barbara Fiorio mi ha rivelato che la sua non è soltanto la versione meno acchiappa-like di Per dieci minuti, l'indirizzo dell'erboristeria di fiducia e il terzo segreto di Fatima: dalla giusta prospettiva, non siamo infatti che parte di una bella commedia a lieto fine. Ce la faremo. O così dice la protagonista di un romanzo baciato dalla fortuna, che nel nome ha proprio il trionfo che merita. 
Le ho lasciato la mancia, attento non la mangiasse il gatto. Alla fine, imboccata l'uscita, le ho concesso il pigolio di un arrivederci. Qualsiasi altra forma di congedo suonerebbe definitiva, dove non vedi l'ora di fare ritorno. Il mio voto: ★★★★½ Il mio consiglio musicale: Coldplay – Magic

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