Regionali, diciamogli tanto di no

Creato il 29 maggio 2015 da Albertocapece

L’opera buffa delle regionali prosegue imperterrita con le sue cantate e i suoi momenti “rigolo”, mentre varia di giorno in giorno il numero degli impresentabili, il vecchio armamentario del Pd  arriva, pur di conservare il posto, a fare da testimonial al progetto e ai candidati del renzismo. Povero Bersani, paitiano dell’ultima ora, che non ha mai fatto altro che pettinare bambole e ora si serve di questa pratica per lisciare il pelo alla banda di Renzi: uno spettacolo patetico e nauseante. Il fatto è che dal mio punto di vista tutti i candidati di queste elezioni sono impresentabili, sono la schiuma densa di ciò che rimane di un progetto federalista finito in ruberia, inefficienza e vergogna. Un sistema nel quale i cittadini non sono chiamati a decidere tra partiti e men che meno tra idee e progetti, ma fra clan di potere che si spartiscono le spoglie del Paese.

E’ chiaro che i cittadini dopo trent’anni di questo andazzo, rivelatosi sempre più ambiguo e opaco, non hanno una gran voglia di andare alle urne, almeno quelli che non sono coinvolti nella rete clientelare. Eppure dovrebbero trovare la forza di superare questo stato di nausea sartriana in cui il passato e le speranze evaporano, mentre il futuro viene rapinato in cambio di perline di chiacchiere. Dovrebbero perché è ormai chiaro che i progetti oligarchici varati e apertamente sostenuti dal capitalismo finanziario, se ne impippano della scarsa percentuali dei votanti, non fanno certo una tragedia per il decesso della rappresentatività: a Londra Boris Johnson fu rieletto con un  affluenza alle urne del 15%. Anzi meglio, è più “moderno” e dà a clan e camarille la possibilità di far meglio i loro affari.

Dovrebbero perché a questo punto votare qualsiasi cosa a parte il Pd è l’unico modo di mettere i bastoni tra le ruote al rappresentante delle oligarchie finanziarie, ossia a Renzi, senza starsela a menare con appartenenze che non hanno più senso: in questo caso non è importante chi vince ma chi perde. Ammetto che il panorama non sia invitante: c’è la destra orfana di Berlusconi con il sistema di potere che si è andato consolidando negli anni del Cavaliere che ormai flirta con Renzi, c’è un movimento Cinque stelle che al contrario di altre formazioni di opposizione in Europa, come per esempio  Podemos, non ha voluto darsi una struttura politica e rimane chiuso in un autismo dove i guru gestiscono tutto, compresa la rete, cosa che non ha permesso una vasta aggregazione di liste locali, quella che ha garantito alla formazione spagnola di sfondare e che probabilmente darebbe oggi al movimento almeno due regioni, ci sono i reperti locali di altre formazioni nazionali e poi ci sono le liste più o meno civiche tanto per distinguere quelle vere da quelle civetta.

Ma per quanto sia desolato il panorama lo è ancor di più quello di una stravittoria del renzismo che ci metterebbe definitivamente sulla strada del regime. In questo caso un voto alle forze di opposizione o a quelle locali può essere l’unico segnale che il governo può ascoltare: la dispersione del voto è la cosa migliore che si possa fare e al peggio un governo regionale messo insieme con le toppe se non altro dovrà scendere a compromessi con i clan di riferimento, invece di governare la realtà senza alcun contrasto. Soprattutto però si eviterà di dare nuova forza al progetto Renzi, ovvero al tentativo di distruggere il sistema dei diritti italiano e continentale in quanto contrario agli interessi di multinazionali, banche e sistema monetario. Bisogna tenere a mente – come sostiene Cremaschi – che l’Italia è il secondo esperimento delle troike dopo la Grecia, che bisognerebbe avere il coraggio di togliersi il cappio dal collo finché si è in tempo.

Del resto il progetto Renzi non ha più nulla a che fare non dico con la sinistra perché sarebbe pura fantascienza, ma nemmeno col Pd, col suo vecchio e incerto riformismo, screziato di consociazione: Renzi è qualche cosa di diverso, rappresenta il tentativo di raggiungere gli stessi obiettivi reazionari imposti alla Grecia, evitando però di suscitare una forte reazione popolare. Dilatando i tempi della mutazione istituzionale, servendosi di una nullità per portare avanti una nuova e più indegna stagione di trasformismo, contando sulla dissoluzione del sistema politico in stipendificio di lusso, mettendogli a contrasto personaggi – caricatura, ancorché pericolosi e regrediti come Salvini per non parlare della ex fauna berlusconiana

Dire di no a tutto questo è molto più importante di malintese appartenenze o di banalità pseudo politiche diffuse dal sistema mediatico complice e divenuto bancarella della persuasione più  inautentica. A meno di non voler essere sbranati per un puntiglio, per una distrazione per “scansare la pena della verità”, per dimostrare ai lupi che “nessun inganno è abbastanza stolto, nessun ricatto eccessivo” come dice Enzensberger. Per essere in sintonia con l’opportunismo.


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