Religione e Spiritualità

Da Graziano

Nel modo comune di parlare, sento spesso associare la parola “spirituale” ad un sentimento profondo ed autentico che prescinde dalla fede professata; con “religione” invece s’intende solitamente l’aspetto storico e sociale di quel sentimento, la ritualità e la liturgia, insomma l’esteriorità formale della fede, con l’ovvia conseguenza che l’uomo contemporaneo, credendosi più libero dell’uomo tradizionale, vede nella religiosità una declinazione al ribasso della spiritualità.
In parte queste definizioni corrispondono alla realtà dei fatti, ma con l’aiuto di un autore in bilico tra l’evo antico e quello moderno, voglio spezzare una lancia in favore della parola Religione.
Canto XXXIII del Paradiso terzina 85-87:
“Nel suo profondo vidi che s’interna legato con amore in un volume, ciò che per l’universo si squaderna”
Il pellegrino ha ormai completato il suo percorso ed infine ha la visione mistica.
Fin dall’inizio ci aveva avvisato che non sarebbe riuscito a riferircela, ma Dante è eccellente con le parole e qualcosa della sua esperienza riusciamo a recuperare. A me interessa questa terzina, dove mi pare ci sia il senso più profondo dell’incontro col divino: nella luce di Dio si racchiude il mistero dell’unità del molteplice, rilegato in un volume … con amore.
“Religione” deriva dal latino relegere, raccogliere, in quel rilegare con amore in un volume trovo ci sia il senso più alto della parola religione, intesa come unità d’amore, ovvero Colui che “raccoglie” il molteplice nell’uno e dà accesso alla verità oltre le contingenze.
Quando Matsyavatara parla d’amore non intende forse questo?
L’effetto più grandioso degli insegnamenti del Maestro non è forse quello di ricollocare l’individuo nel perenne flusso dell’universo?
Cosa intende quando parla di Dharma se non del molteplice che s’interna legato con amore in un volume?
Anche se non mi pare di derubricare il valore della parola religione attribuendogli il significato comune di credenza e ritualità storica, poiché l’essere umano non credo riuscirebbe a trovare la sua strada senza gli strumenti che il rito ed il mito gli mettono a disposizione, vorrei anche ricordare e ricordarmi che religione è l’esperienza individuale di chi vede, o soltanto intravede, ordine dove prima era caos, amore e compassione dove regnava passione ed ego.
Ed a proposito di ego, questa “rivalutazione” della parola religione mi pare possa costituire un buon antidoto a quell’idea tutta contemporanea di poter fare a meno dei maestri, intesi come guida e riferimento non tanto e non solo per quello che dicono, ma per la loro prossimità con quel che predicano.


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