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Rembrandt, Giuditta al banchetto di Oloferne

Creato il 07 gennaio 2020 da Artesplorando @artesplorando
Rembrandt, Giuditta al banchetto di OloferneRembrandt, Giuditta al banchetto di Oloferne

L’opera di fronte a voi fa parte di un gruppo di allegorie personificate da donne eroiche della Bibbia o dee dell’antichità, dipinte da Rembrandt tra il 1633 e il 1635. In particolare questa tela è una delle più misteriose dipinte dal maestro olandese, tanto che ad oggi ancora non si ha la certezza sul tema rappresentato. Su uno sfondo scuro spicca la figura di una donna riccamente vestita con un abito ricamato d’oro, dalle lunghe maniche a sbuffo e dal collo d’ermellino. Abbondano anche i gioielli tra cui una catena d’oro con rubini e zaffiri, un braccialetto di perle, una doppia collana, orecchini e tra i capelli ancora perle. È seduta su una poltrona di cui sono visibili solo i braccioli di velluto, accanto a un tavolo coperto da un tessuto damascato su cui giace un libro aperto.

Una serva che si inginocchia davanti a lei con la schiena rivolta allo spettatore, le offre un calice costituito da una conchiglia montata su un sostegno d’oro, contenente probabilmente vino. La luce entra da sinistra e colpisce direttamente l’abito sfarzoso della donna, illuminando per riflesso il profilo della serva. Nello sfondo molto scuro si distingue la figura di una donna anziana. Indossa un cappello bianco e tiene con entrambe le mani un sacco dal quale pende una corda. A far da modella per la protagonista del dipinto, come accadde in molti altri di Rembrandt, fu la moglie e musa Saskia. A giudicare dalla grande tenerezza che traspare dai numerosi ritratti della moglie realizzati dall’artista, la loro dev’essere stata un’unione davvero felice. Ma tornando al significato dell’opera, qui chi rappresenta Saskia?

Il significato dell’opera

Molte le ipotesi fatte: alcuni credono che si tratti di Sofonisba, nobildonna di Cartagine, che si uccise con una coppa avvelenata per non finire schiava dei romani. Altri propendono per la regina greca Artemisia, moglie di Mausolo, a cui si deve la parola “mausoleo”, che alla morte del marito ne bevve le ceneri sciolte in un calice. Probabilmente nessuna di queste è corretta. Studi approfonditi compiuti sul quadro da esperti del museo identificano la protagonista della scena come Giuditta, eroina biblica, al banchetto di Oloferne a cui lei, in seguitò, tagliò la testa. La vecchia con il sacco dove fu messa la testa, il calice di vino usato per addormentare Oloferne e il libro, riferimento alla Bibbia, confermerebbero questa ipotesi. Una tesi storica a sostegno di quest’ipotesi è che Giuditta, con la sua lotta per la liberazione del popolo ebraico, incarnò le rivendicazioni patriottiche degli olandesi contro il dominio spagnolo.

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C.C.

Questo post si avvale di contributi bibliografici vari che potete consultare qui

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