Renato Fucini, La fonte di Pietrarsa – 2/5

Da Paolorossi

Dette in un gran ridere e riprese la corsa, a martinicca serrata, giù per la china tortuosa. Allontanatosi il rumore delle ruote e il cigolìo della martinicca, cominciai a sentire lo scroscio d'una cascata d'acqua lontana. Era il famoso sbocco d'una quantità di polle ricchissime, le quali, venendo dall'alto dei poggi e scorrendo quasi alla superficie sotto il paese di Pietrarsa, facevano tutte capo in quel punto, pochi metri sotto la via, e, con un largo getto, di lì si scaricavano sonore nel sottoposto torrente.

Lo sbocco di quelle acque era inaccessibile; il paese soffriva la sete, e il Comune deliberò, fai fai, l'allacciamento delle vene superiori e la costruzione della fontana.

La deliberazione era stata accolta con suono di campane, musica e sbandierate per tutto il giorno, e gran baldoria di lumi e di fiammate, la sera.

Non c'è dubbio, pensavo; non manca altro che metter mano ai lavori. Ma fra un anno, caro ingegnere, voi pagherete, e io fumerò alla vostra bella pipa di radica di scopa.

Il paese di Pietrarsa, un piccolo borgo con quattrocento abitanti circa, si stende tutto lungo la via provinciale, senza alcuna strada traversa. Di sopra, il monte ripido; di sotto, il precipizio in fondo al quale va a frangersi la cascata. Il paesello ha tre punti che chiameremo centrali: a un capo la chiesa, all'altro un piazzaletto dove trovasi l'unico albergo e le rimesse della posta; nel centro il palazzotto comunale, un caffè e le botteghe più importanti.

Naturalmente fu scelto il mezzo del paese come più comodo a tutti, e lì, un rientro di muro accanto al palazzo comunale, facilitava i lavori e si prestava ad accogliere con decoro la fontana che, con fregi barocchi e ceffi di leoni spaventosi, aveva ideato e disegnato il mio ingegnere della pipa.

Dopo un'ora di cammino, arrivato a Pietrarsa quasi a buio, mi accorsi subito che gli eventi precipitavano e che gli affari andavano assai peggio di quello che avrei potuto supporre. Gli usci, le finestre e tutte le botteghe del centro erano chiuse; e un grosso assembramento di persone, armate di quei picchetti, di quelle biffe e di quei pali che l'ingegnere aveva piantati la mattina, dopo chi sa quante fatiche e pentimenti, urlavano sotto le finestre del sindaco.

Erano gli abitanti dei due punti estremi del paese i quali, alleati per l'occasione, protestavano di non volere la fonte nel centro. E i più violenti, brandendo alti i pali e le biffe, minacciavano legnate, morte e distruzione a chi si fosse azzardato di murare anche una pietra sola nel rientro di muro accanto al palazzo comunale. Le donne e i ragazzi erano i più feroci.

Il sindaco si provò tre volte a persuaderli dalla finestra; ma la sua voce fu soffocata sotto un uragano di urli, finchè non ebbe promesso di sospendere l'incominciamento dei lavori e di scrivere alla Prefettura.

[...]

( Renato Fucini, La fonte di Pietrarsa, tratto da "All'aria aperta", 1897 )

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