RENATO ZERO | UN ALIENO A SANREMO | Un arcobaleno lungo 65 anni

Creato il 14 febbraio 2016 da Amedit Magazine @Amedit_Sicilia

RENATO ZERO | UN ALIENO A SANREMO

Un arcobaleno lungo 65 anni

di Maria Dente Attanasio | In esclusiva per Amedit Magazine

Renato Zero atteso superospite della 66° edizione del Festival di Sanremo è stato accolto con standing ovation dal pubblico dell’Ariston, e il momento della sua esibizione ha fatto registrare anche il picco più alto di telespettatori. Accompagnato da Danilo Madonia al piano, da Bicio Leo alla chitarra e dal Maestro Renato Serio all’orchestra, il cantautore romano ha esordito con un medley di alcuni tra i suoi più popolari successi (La Favola mia, Più su, Amico, Nei giardini che nessuno saCercamiIl cieloI migliori anni della nostra vita), seguito da altri due brani che hanno segnato la storia della musica italiana (Triangolo e Mi vendo), infine, come anticipato negli ultimissimi giorni che hanno preceduto questa sua apparizione, ha ufficialmente annunciato il suo nuovo album in uscita l’8 aprile, dal titolo Alt. L’album sarà preceduto a marzo dall’uscita del singolo Chiedi. Zero ha voluto per l’occasione eseguire in prima assoluta Gli anni miei raccontami, un brano intenso tratto da questo suo nuovo attesissimo album

Una performance sobria, elegante, senza eccessi o troppa enfasi, sottolineata anche dalla mise dell’artista, che si è presentato sul palco in un rigoroso vestito total black. La voce, pacata, tradiva un’emozione palpabile che si riverberava in ogni nota, e financo in ogni più impercettibile movimento. L’emozione che segna ogni suo nuovo grande ritorno, e che qui, sul palco più bramato e temuto d’Italia, si fa ancora più cocente. Il pubblico dell’Ariston, tanto quello presente in teatro tanto quello che segue da casa, è di per sé un pubblico eterogeneo e trasversale, che mette insieme umori e attese diverse, non è solo e soltanto quello dei fidi “sorcini” che puntualmente accorre ai suoi concerti. Questo palco non è casa sua, non c’è qui quella dimensione intima e familiare che si viene a ricreare in ogni luogo dove lui ritrova la sua gente, coloro che lo amano e lo seguono avendone compreso l’anima. La magia dell’incontro è possibile solo se si raggiunge quella necessaria empatia, capace di saper leggere tra le righe, tra le pieghe di un discorso irriducibile a poche battute. Questo è tanto più vero nel caso di un personaggio tanto complesso e istrionico come è, appunto, Renato Zero, la cui lunga carriera artistica è un ordito di messaggi e di significati non sempre colti fino in fondo, non sempre compresi nella loro dirompente carica, o perlomeno, non da tutti. Un percorso artistico che scorre sul pentagramma dell’ambiguità, del detto-non detto, o forse, sarebbe il caso di dire del fin troppo chiaramente detto, proprio lì dove egli è tenuto, in quanto artista, a dire la propria: sui suoi testi, che molti hanno imparato ad ascoltare, leggere, manducare per coglierne il vero significato e la vera essenza. Solo lì, nel nero su bianco dei suoi testi, il cantautore, ancor prima del cantante, l’artista ancor prima dei costumi, delle maschere, dei trucchi e dei travestimenti che hanno fatto il personaggio che tutti conoscono e sulla superficie del quale molti si soffermano, è possibile un vero e onesto approccio all’anima e all’opera di Renato Zero.

Ma tornando alla sua apparizione a Sanremo, eccolo chiamato a pronunciarsi, al di là della sua arte, ovvero delle sue canzoni, eccolo invitato ancora una volta a esplicitarsi attraverso un discorso che molti attendevano come rivelatore di chissà quale messaggio, mai evidentemente abbastanza chiaro, mai del tutto recepito. Come se i suoi testi, le sue canzoni da sole non bastassero a dire più di infiniti discorsi di circostanza o di effimera retorica. Chiedere a un’artista di dire il suo pensiero al di là della sua opera, di pronunciarsi al di fuori del linguaggio che gli è proprio, o in aggiunta a questo, è come compiere un atto di vanificazione della sua stessa opera, come se questa da sola non fosse sufficiente a testimoniare del personaggio che hai di fronte. In un Festival di Sanremo che si è svolto in pieno clima di “Diritti civili”, e che ha visto tanti (non tutti) i partecipanti sfoggiare i nastrini rainbow in nome di una supposta adesione alle più che giuste rivendicazioni da parte delle coppie omosessuali, la presenza di Renato Zero faceva presagire in molti chissà quali dichiarazioni. Aspettarsi che l’artista in questione si presentasse con indosso qualche nastrino arcobaleno era quanto di più lontano ci si potesse aspettare da lui. Pretendere che dicesse qualcosa di chiaro e tondo in merito all’argomento in questione è come ammettere di non essersi mai presi la briga di leggere i suoi testi, i quali parlano fin troppo chiaro, diversamente (è vero) da tante sue circostanziate dichiarazioni forse un po’ troppo criptiche, vaghe o evasive, e pur sempre puntualmente travisate e strumentalizzate ad hoc da parte dei suoi tanti detrattori a prescindere. Pretendere da uno che rainbow lo è stato da sempre, nella vita come nell’opera, pretendere da costui che indossi dei nastrini arcobaleno perché tutti adesso lo fanno (o devono farlo) solo per non essere da meno, denuncia da parte di chi muove queste pretese un atto di miopia ancora una volta figlia dell’ignoranza, quando non di deliberata malafede, nei confronti di Renato Zero.

Quali precedenti a favore del riconoscimento dei diritti civili estesi a tutti, possiamo citare da parte di tutti quei bravi e sensibili artisti che si sono esibiti sul palco dell’Ariston sfoggiando i bei nastrini? Nessuno. E ferisce come un tema così delicato possa essere ridotto a una mera ostentazione che non comporta, in fondo, nessuna vera dose di coraggio. Il coraggio che ha avuto Renato Zero in tempi non sospetti di esporsi al pubblico dileggio con i suoi mille e più travestimenti, la libertà di indossare sulla propria pelle certe sfide, certe audaci provocazioni, e ancora e soprattutto, la forza incisiva delle parole che raccontano storie, sentimenti, amori, turbamenti fuori dai soliti cliché, lontano dalle solite canzonette melense e sentimentalistiche di amori esclusivamente in chiave etero di cui sono pieni i repertori di tutti i cantanti pseudo-rainbow che hanno calcato questo Sanremo. Ci si documenti, si ascolti, si legga, e poi eventualmente si giudichi. Renato Zero non è stato né mai sarà un’icona gay (se è questo che si voleva farne), esattamente come non lo sono e non lo saranno mai Aldo Busi o Paolo Poli. Il motivo? Forse semplicemente perché si tratta di personaggi che espliciti a riguardo lo sono stati fin troppo, e andando ben al di là di un semplice nastrino o discorsetto di circostanza. Forse perché la loro sfida con la vita e con la società l’hanno vissuta fino in fondo, assumendosene a pieno rischi e pericoli, e perché ce l’hanno fatta, hanno avuto successo, fama sul piano professionale e piena realizzazione su quello umano.

Va reso merito a Renato Zero, che la Stepchild adoption l’ha attuata già vent’anni fa adottando un figlio, quando ancora quelli delle associazioni gay erano impegnati a ritagliare le foto di Kylie Minogue da “MarieClaire”. Chapeau inoltre al cantante Giovanni Scialpi che recentemente si è sposato a New York col suo compagno e manager Roberto Blasi e che invano ha sperato di poter partecipare a questo festival “rainbow”. L’aver pubblicamente dichiarato la propria omosessualità ha forse attirato nei suoi confronti la stima, la simpatia, o il supporto concreto dei tanti “gay militanti” che puntualmente infieriscono su Renato Zero? Macché, indifferenza assoluta, solo un repertorio di acide battutacce in trita salsa queer (la vera omofobia è quella professata e perpetrata dai froci di bassa lega verso le persone omosessuali di integra caratura civile). Sappiamo che sono ben altri i referenti “artistici” delle claque gay, o meglio altre, e rispondono a nomi quasi sempre di donne e quasi sempre etero: dalle tante Dalida alle tante Paola e Chiara. In che modo queste donne abbiano politicamente giovato alle istanze del mondo LGBT, quali meriti reali abbiano nei confronti dei gay perché questi le eleggessero come proprie icone, resta un gaio mistero. Ma ognuno è libero di scegliersi le icone e gli eroi che meglio crede. E con questo chiudiamo lasciando ai nostri lettori il resoconto dello scambio di battute tra il conduttore del Festival e Renato Zero, da cui estrapoliamo questi passaggi:

In merito ad ALT, il titolo dato al suo nuovo album:

«…Perché è il momento di fermarsi un attimo a riflettere, a guardarsi intorno. Significa dare un’occhiata al pianerottolo, al nostro condominio, perché se la guerra sta lì sta dappertutto; quindi dovremmo cercare un po’ di far pace con questi sorpassi, perché se riusciamo a guadagnarci la macchina che è davanti a noi non abbiamo sicuramente risolto nulla della nostra vita, perché i sorpassi bisogna farli con i sacrifici, con le rinunce».

Poi continua, facendo anche un chiaro riferimento alla famiglia:

«…Io mi aspetto che questo disco ci consenta tutti (anche a me che l’ho scritto e che l’ho prodotto), che ci consenta di fermare un po’ le macchine, di guardare un po’ anche a questa nostra piccola vita privata, a questa famiglia. Che ottenga finalmente quel significato, quel valore che i nostri genitori, perlomeno i miei, mi avevano così felicemente inculcato. La famiglia è importante, se ne parla adesso come fosse una novità… da quella famosa capanna dove faceva molto freddo e il Signore era lontano quella notte, abbiamo imparato molto… abbiamo imparato che la convivenza deve essere esercitata fra le quattro pareti di casa e poi casomai avere l’ambizione che questo nostro pensiero si affermi anche altrove».

Vedete bene che il messaggio non riguarda la famiglia “tradizionale”, ma abbraccia un concetto molto più ampio e universale; la famiglia è indicata qui come luogo dove si impara la convivenza. Ma è nelle ultime battute in cui si definisce orgogliosamente un “alieno” che il messaggio si fa forse più pregnante:

«Ringrazio spesso la diffidenza di molti di voi, in tanti pensavano che gli alieni venissero da fuori e invece sono in mezzo a noi e io li rappresento modestamente tutti».

Meglio queste parole o un nastrino rainbow? Fate voi.

Maria Dente Attanasio | Amedit Magazine

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