Resoconto de “Still Life” dei Ricci/Forte a Roma: un massacro a cinque voci per una vittima

Creato il 01 luglio 2013 da Alessiamocci

Succede sempre così, un po’ mi sento come quel palco li, che aspetta silenzioso, in ordine e “composto” che lo spettacolo abbia inizio. Ed alla fine mi sento ancora come quel palco lì, buttato all’aria, pieno di caos, di resti, pieno di cose nuove che lo hanno attraversato in quell’oretta, ma che ne hanno fatto di lui un’altra cosa.

Vedere uno spettacolo dei Ricci/Forte è sempre così, per me.

Mi devasta dentro, mi scuote, è come ricevere tanti ceffoni che ti svegliano dal torpore in cui sei spesso abituato a vivere, nonostante tu sappia benissimo cosa c’è la fuori, cosa c’è attorno a te e come quell’esterno, che apparentemente non ti appartiene, in realtà ti appartiene eccome!

Te lo puoi anche ricordare, una volta ogni tanto, e poi ritorni assopito.

Quindi c’è chi cerca il risveglio dell’anima in tanti modi, chi non lo ricerca nemmeno, io ci provo anche così.

Still Life dei Ricci/Forte è andato in scena, in data unica al Teatro Argentina di Roma, il 25 giugno per il ventennale della rassegna “Garofano Verde” a cura di Rodolfo di Giammarco, con la volontà di rendere omaggio a una delle tante vittime adolescenti del bullismo omofobico, un adolescente romano che si è impiccato con la sua sciarpa rosa. Descrivere questo lavoro non è cosa facile ne semplice, e credo che non lo farò.

Still Life è un massacro a cinque voci per una vittima, grazie alla presenza e bravura di Anna Gualdo, Giuseppe Sartori, Fabio Gomiero, Liliana Laera, Francesco Scolletta  guidati dalla regia dei Ricci/Forte, ci parla di discriminazioni, di mobbing psicologico, di omosessualità che ancora oggi non è accettata, additata come una cosa sbagliata, da nascondere sotto la sabbia purché non se ne parli, purché non si sappia.

Da quando amare è diventata un’azione sbagliata?

Da quando il bacio è diventato un atto riprovevole?

Sono tante le scene che colpiscono:

il corpo del giovane nudo preso a calci,

le teste ovattate dai cuscini da cui fuoriescono finalmente le identità tenute nascoste (non di tutti),

la carne tritata come se si fosse dal macellaio,

i baci “all’asta” offerti al pubblico,

i pianti, affannosi e disperati, di due madri che elencano cosa insegneranno ai loro figli per non farli crescere con la mente chiusa.

E poi ancora le storie dei ragazzi suicidi, delle tante vittime che non hanno potuto sopportare il peso di tutto questo, e la volontà di ricordarli con delle lettere, che parlano di loro, che raccontano la loro storia.

E alla fine non rimane che un solo gesto, quello di scrivere i nomi di tutte queste persone che non ci sono più su un grande cartellone bianco al centro del palco. Il pubblico viene invitato ad omaggiare ed a ricordare le persone che ha perduto.

All’improvviso non c’è più separazione tra attore e spettatore, tra palco e platea, all’improvviso siamo uniti, tutti, per lasciare un segno, su quel foglio, delle persone amate, perse ed ora ritrovate in questa serata che li ha riportati in vita, che ha dato loro voce,  che non li ha fatti camminare in punta di piedi, ma ha fatto percepire quel vuoto che hanno lasciato ingiustamente…

Ma forse, quel vuoto ce lo portiamo dentro, forse quei morti siamo noi che ci accontentiamo di vedere fino ad un certo punto, fin dove non fa male, fin dove si può ancora dimenticare.

Applaudo, senza stancarmi, questi attori che ancora una volta si sono tolti la corazza mostrando la loro parte più intima per arrivare dritti al cuore e li ringrazio perché ci hanno ricordato che non esistono differenze, che siamo tutti uguali e che se siamo stanchi della società che ci circonda il cambiamento lo dobbiamo fare noi per primi. 

“Metti un’età dell’uomo, l’adolescenza, quando cominci a formare un’identità ma hai bisogno di stabilire una rete sociale. Metti la Fantasia, che ti attraversa da sempre e vorresti abitarla come la più intima delle tue stanze. Metti l’ignoranza degli altri, il timore del differente, l’angoscia bovina che non ci sia un ordine preciso sulla Terra. Metti un colore, il rosa, da sempre sinonimo falso di femminilità, di morbidezza emotiva. Metti lo sconforto, quando sei solo e sospetti che il dono sia condanna. Metti il buio, più facile di qualunque sberleffo. Metti tutto insieme e il risultato sarà l’Olocausto.”  (Ricci/Forte)

Written by Cristina Zanotto


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