Riccardo Bonavita, Spettri dell'altro (recensione di Giorgio Forni)

Creato il 12 gennaio 2012 da Rulm @rulm

Non a caso in quella mattinata del 1992, con un frusciare di gentilezza sorridente, Riccardo Bonavita distribuiva un volantino in cui campeggiava un aforisma delle Tesidifilosofiadellastoria di Walter Benjamin, su cui in quegli anni aveva ragionato a lezione pure il Raimondi: "In ogni epoca bisogna cercare di strappare la tradizione al conformismo che è in procinto di sopraffarla. [...] Anche i morti non saranno al sicuro dal nemico, se egli vince. E questo nemico non ha smesso di vincere". E di lì a poco il Bonavita avrebbe messo alla prova quel concetto alto di tradizione con i suoi studi sul primo Ottocento, sul Leopardi del Discorso giovanile e poi dei Paralipomeni, sulla poesia di Franco Fortini: dal "Proteggete i miei padri" della Cassandra foscoliana dei Sepolcri al classicismo anticonformista e ironico del Leopardi fino agli ultimi versi del Fortini di Compositasolvantur uscito proprio nel 1994: "Non per l'onore degli antichi dèi, / né per il nostro ma difendeteci. / [...] / Rivolgo col bastone le foglie dei viali. / Quei due ragazzi mesti scalciano una bottiglia. / Proteggete le nostre verità". Nell'operazione poetica e intellettuale del Fortini il giovane Bonavita aveva trovato insieme un tramando di memoria e un'utopia critica, quella della Poesiadellerose: "Chi siamo stati / sapremo e senza dolore". Così oggi, leggendo la raccolta postuma di saggi intitolata Spettridell'altro.Letteraturaerazzismonell'Italiacontemporanea, viene da dire che nella sua generazione di universitari bolognesi il Bonavita fu colui che sentì con più passione e più rigore l'esigenza di coniugare l'impegno civile della coscienza critica con gli strumenti dell'analisi letteraria e filologica, anche e soprattutto esplorando i margini lividi e feroci della storia culturale del Novecento.

Era allora un campo nuovo di problemi cui corrisponde la scoperta di un nuovo ambito di oggetti letterari: il romanzo commerciale d'epoca fascista, da Mario Carli a Salvator Gotta, da Giovanni Papini a Guido Milanesi e a Mario Appelius. Quattro saggi del volume prendono così in esame "il razzismo nella narrativa dell'Italia fascista" e ne indagano anche gli antecedenti fra Otto e Novecento, nella convinzione che il fenomeno razzista si costituisca tramite un lento accumulo di immagini, luoghi comuni, schemi mentali, che fanno infine apparire "naturali" le classificazioni discriminatorie su cui si fonda l'esclusione e la violenza razzista. Lo stereotipo dell'inferiore (l'africano) e quello dell'estraneo a ogni patria (l'ebreo) non si affermano dunque come sottoprodotti della legislazione coloniale fascista e delle leggi razziali del '38, ma s'impongono a partire da "bacini di credenza" di lunga durata, da un "serbatoio di dispositivi retorici", da un "giacimento di stereotipi, narrazioni, percezioni, assiologie, teorie scientifiche o pseudoscientifiche passibili di essere attualizzate, riprese e rifunzionalizzate" (p. 189). Proprio la scomposizione narratologica dei romanzi di consumo degli anni Venti e Trenta permette di far emergere un sistema costante di opposizioni binarie pseudonaturalistiche tra "puro" e "impuro", tra "sano" e "perverso", persino tra "bestia" o "cosa" e "persona", che dispiegano ben prima del '38 una "strutturazione razzista dell'intero immaginario romanzesco" (p. 33). Per comprendere questa torsione delle strutture usuali del romanzo commerciale, il Bonavita fa anzitutto entrare in gioco la nozione di "controtipo" elaborata da George Mosse in TheImageofMan del 1996: al fine di acuire il senso di comunità organica, i nazionalismi europei del Novecento hanno fabbricato e diffuso le icone di "controtipi" etnici, di antimodelli riprovevoli, di nemici interni posti sui gradi più bassi di una presunta scala evolutiva. Proprio la campagna per "imprimere nelle masse" la disciplina virile dell'"uomo nuovo" promuoveva l'impiego pedagogico di stereotipi razzisti e la creazione romanzesca di personaggi malvagi e corrotti per immutabile ascendenza etnica. Al principio, l'immaginario razzista che si esprime nella narrativa di consumo non rappresenta che "un risvolto della costruzione del nuovo italiano fascista" (p. 94).

Né certo è un caso che, nei luoghi culminanti del racconto, il "sistema di opposizioni" del razzismo romanzesco solleciti il lettore alla rimozione dell'eros e della morte secondo un impianto proiettivo rigidamente duale. Basti qui a darne prova il topos largamente diffuso della "bella ebrea" che, osserva il Bonavita, si rivela infine "astuta, malvagia fino al sadismo, sensuale fino alla lussuria, e adesca il protagonista impersonando la figura dell'amante, sempre in opposizione paradigmatica con la fidanzata ariana dell'eroe" (p. 59): un topos che condensa l'eros sul corpo attraente e incompatibile per annullarlo nei miti di purezza della "razza". Ed è in fondo lo stesso schema proiettivo che soggiace al campo metaforico dell'ebreo come cadavere quando si consideri ad esempio una scena romanzesca quale questa del buon poliziotto ariano che pattuglia il ghetto ebraico nel MarchiodiGiuda di Romualdo Natoli (p. 65):

Le occhiate velenose che ogni tanto lo raggiungevano gli davano un senso di fastidio che non sapeva spiegarsi. Gli pareva di essere al centro di un brulichio di vermi immondi, perché provava la stessa sensazione di ripugnanza e di orrore che si prova quando si mette la mano sulla carogna di un animale che è già stato visitato da centinaia di parassiti.

L'identificazione dell'eroe nella perennità della "razza" permette di allontanare da sé la morte oggettivandola nell'estraneo, nell'altro come "carogna" ripugnante e venefica da segregare e distruggere.


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