Ricordi

Creato il 23 marzo 2015 da Cultura Salentina

23 marzo 2015 di Redazione

di Mauro Minutello

Vorrei conoscere il sentiero che seguono i ricordi per tornare alla mente, a volte sono così lontani che non si ha più idea di averli custoditi con cura.
Lunedì pomeriggio 2 giugno 2014, pulisco l’attrezzatura fotografica, quando chissà perché inizia a tornare alla luce l’immagine di mio nonno, quando veniva a prendermi da casa e mia madre dopo avergli aperto l’uscio mi chiamava:
«Corri, il nonno è venuto a prenderti, mi ha chiesto se vuoi andare con lui !» e in un attimo ero fuori pronto a sedermi sulla canna della sua bicicletta color argento. Lui dopo aver salutato con un sorriso mia madre iniziava a pedalare, con quella cadenza sempre uguale, da movimento perpetuo. Dopo la partenza iniziava a raccontare tante storie fantastiche che mi portavano lontano prendendo per mano i pensieri di bambino. Quel pomeriggio di un giugno di 48 anni fa mi disse
«Andiamo a trovare Giovanni e suo fratello, loro d’estate vivono in campagna. Vedrai che ti piacerà, sanno preparare i fuochi d’artificio e se fai il bravo gli chiederò di farlo per te», non proferii parola sin quando non mi disse:
«Vedi quei due alberi alti? Siamo arrivati il loro giardino è là».
Una volta entrati, Giovanni, che il nonno aveva apostrofato con un rumoroso “buona vespra”, uscì dalla casupola a torso nudo con i pantaloni tenuti su da una corda legata in vita con un doppio nodo, fu grande la mia sorpresa quando mi accorsi che era scalzo, la pelle color bronzo, secco da far paura. Rispose sorridendo: «a signuria Maestro Ciccio».
Finiti i convenevoli si sedettero sullo scanno di pietra a parlare mentre io, trasformatomi in esploratore, prendevo il largo con il benestare di entrambi. La voce di mio nonno mi riportò alla realtà quando mi chiese:
«Ha detto Giovanni se vuoi vedere i fuochi, lui ha preparato i tubi ma devi andare a chiamare suo fratello che dorme sotto quel noce. Lo vedi? È quell’albero grande dopo il campo di grano. Corri su!».
Arrivato sotto i rami dell’albero immenso lo vidi sdraiato su un vecchio telaio da tabacco su cui aveva steso una coperta. Stava fumando. Dopo avermi guardato con gli occhi che sorridevano disse: «Dammi una mano ad alzarmi cavaliere». La cosa che mi colpì fu il folto baffo grigio con i peli ingialliti dalla parte dove reggeva il sigaro con le labbra e, mentre tiravo a me la sua mano rugosa, mi sentii veramente un cavaliere nonostante avessi ancora i pantaloni corti. Giovanni aveva infisso nel terreno due paletti con su un tubo metallico da cui, nella parte inferiore, usciva una piccola miccia lunga non più di cinque centimetri. Il fratello armeggiò per alcuni minuti con dei sacchetti di polveri diverse con un fare da alchimista poi disse: «Allontanatevi che accendo!». Pochi secondi dopo il primo botto, il cielo si riempì di colori fantastici. Per tre volte rimasi senza fiato a guardare la sua magia mentre il cuore mi batteva forte per l’emozione. Il sole stava per tramontare quando ci avviammo sulla strada del ritorno dopo aver promesso a Giovanni che saremmo ritornati.
Ho appena finito di pulire la macchina fotografica quando una delle mie idee strane viene alla luce; “perché non tornare lì ?”, pensai, “deve essere da queste parti non molto lontano … Basta lo zoom corto”. Due minuti dopo salto il muro di recinzione di casa e mi avvio tra le erbe alte, purtroppo gli alberi alti non ci sono più. Dopo un po’ qualcosa mi dice che sono vicino ma non ho idea dove sia quella casa sin quando un vecchio contadino mi apostrofa da lontano
«Heiii heii dove vai? Chi cerchi? È proprietà privata». Lo saluto alzando la mano destra mente mi avvicino all’ingresso del suo podere. Mi fermo e dopo aver salutato come una volta, “buona vespra”, chiedo se posso entrare. Si toglie la coppola e mi chiede chi sono. Gli spiego che cerco il fondo di Giovanni e suo fratello che erano miei lontani parenti e voglio rivederlo. Solo allora mi saluta e mi indica la strada. Non so ancora che mi aspetterà lì, fermo sulla strada, per chiedermi se ho trovato quello che cercavo. Mi chiede se ho capito e mi stringe la mano dicendomi: «Signuria si giovane, doi minuti e si rrivatu». È una strana sensazione quella che si prova tornando nei luoghi dei ricordi, non ci sono più Giovanni, il fratello e mio nonno; il terreno è incolto e le erbacce chiudono l’ingresso della casetta. Lì, sul muro di fronte, ancora appesi tre piccoli sostegni su cui poggiavano le pentole che avrebbero riscaldato con il fornello ad alcool per cuocere i loro frugali pasti. Nel momento in cui mi sono seduto per terra, come allora li ho rivisti seduti a parlare assorti del loro lavoro, mentre da lontano mi guarda il vecchio noce, spoglio per metà, anche con lui gli anni sono stati duri, scatto una sola unica foto e vado via. È giunto il momento di riporre in buon ordine i ricordi.


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