Riflessioni elvetiche: tre giorni al di là del confine.

Creato il 25 agosto 2014 da Martinaway @MartinawayTB

Quando penso alla Svizzera mi vengono in mente prati verdi, montagne innevate, orologi a cucù e cioccolato, magari affiancato all’immagine di una sanissima mucca con un campanaccio al collo. Insomma, un mix di verità e stereotipi: i prati verdi ci sono, certo, ma le montagne non sono innevate tutto l’anno, orologi a cucù non ne ho visti e neppure mucche allegre. Un po’ come se pensassi all’Italia e mi venissero in mente la pasta, la pizza, il Vesuvio e il Colosseo. Qualcosa c’è ovunque, qualcosa no.

D’altra parte però, quando visiti un luogo nuovo, le poche cose che sai, le foto su google e i video in televisione dipingono nella tua testa un’immagine approssimativa di quello che vedrai e spesso, una volta arrivati, ci si ritrova a modificarla, cancellando particolari sbagliati, disegnando nuovi dettagli e colorando, con i nostri colori, parti che erano in bianco e nero. 

L’ultimo mio contatto con la Svizzera è stato a marzo, quando, di ritorno da New York, ho fatto scalo all’aeroporto di Zurigo: ad attendermi c’era un negozietto di souvenir pieno di cioccolato e mucche, quindi, alla fine, non è tutta colpa mia se avevo quelle due cose in testa.

“…un’immagine approssimativa di quello che che vedrai…”

Conoscevo la Svizzera un po’ come si conosce un vicino di casa: si nota qualche abitudine, si sa dove parcheggia l’auto e, d’estate, quando tutte le finestre sono aperte, che telegiornale guarda la sera, ma in casa sua non si è mai entrati. Non si sa com’è la cucina, la camera da letto, non si conosce il colore delle pareti. Così, quando Minube mi ha dato la possibilità di scoprire qualcosa in più (qui scopri come), ero più che felice di creare una mia immagine personale di questo Paese così vicino eppure così diverso dal nostro.

“…creare una mia immagine personale di questo Paese…”

Io e la Svizzera abbiamo fatto le presentazioni sulle rotaie, salendo su un treno che da Milano porta a Chiasso e su un altro che da Chiasso porta a Locarno. Qui ho capito la prima cosa su questo Stato: i treni sono il riflesso del Paese in cui corrono. Sono puliti, a terra non ho notato nemmeno la carta di una caramella. Sono puntuali, anche i sei minuti di ritardo lungo il tragitto scompaiono all’arrivo e tu non puoi non chiederti come. Sono silenziosi, così silenziosi che non li senti nemmeno arrivare in stazione: non uno stridere di freni, non uno sbuffo liberatorio dopo la corsa, non un fischio di allerta. Soprattutto, sono cari: quindici euro (18 CHF) per circa un’ora e mezza di tragitto.

Le stazioni  non sono da meno con i loro silenzi e le loro pubblicità. Non ci sono voci metalliche che annunciano l’arrivo o la partenza del treno, non ci sono signorine provocanti ad attenderti sui cartelloni pubblicitari, solo tre vecchietti che, con l’indice sulle labbra, sembrano invitarti a fare silenzio per promuovere qualcosa che nemmeno ricordo. La stazione di Locarno sembra salutare chi arriva con un grande “Benvenuto!”, mentre in una qualsiasi stazione italiana la prima cosa che penso è “Adesso sono cacchi tuoi!”, seguita da “Tieni stretta la borsa!”.

 «Quale altro posto, meglio di una stazione, riflette lo spirito di un paese, lo stato d’animo della gente, i suoi problemi?»

Tiziano Terzani

La seconda cosa che ho scoperto, grazie anche ad un italiano emigrato da poco in Canton Ticino, è che «Qui in Svizzera paghi tutto tanto, ma perché ti pagano tanto!», e me ne sono resa conto in fretta, prima con i prezzi dei treni, poi con quelli del supermercato e dei ristoranti. I colori vivaci delle banconote non rendono certo meno pesante il tirarle fuori dal portafoglio, anche se lo fanno sembrare quasi un gioco.

La terza è che i pedoni sembrano essere una sorta di categoria divina, un po’ come le mucche in India: se sono sul ciglio della strada devi farli attraversare per forza. Lo stesso vale per i ciclisti, con le loro piste ciclabili intoccabili e i porta bici un po’ ovunque. Questo è un luogo dove il lucchetto è una scelta, non un dovere.

“I colori vivaci delle banconote…”

La quarta cosa che ho capito, o almeno mi è sembrato di capire, è che qui puoi vivere sereno. Il Canton Ticino sembra uno di quei pochi luoghi d’Europa dove verrebbe spontaneo trascorrere la propria vecchiaia, magari dopo anni di vagabondaggi. È un angolo che emana tranquillità e benessere, una sorta di paradiso del relax, senza spiagge dalla sabbia candida e mari cristallini, certo, ma con pendii di un verde che sembra ritoccato con Photoshop e l’ordine e la calma che uno si merita dopo anni di fatiche. Quindi un pensierino l’ho fatto e magari ad ottant’anni verrò a vivere in Svizzera, ma questo probabilmente lo deciderà la quantità di arcobaleno presente in banca e nel portafoglio.

“…sembra uno di quei pochi luoghi d’Europa dove verrebbe spontaneo trascorrere la propria vecchiaia, magari dopo anni di vagabondaggi.”

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MAPPA E INFO

Svizzera, Canton Ticino.

Queste sono le mie impressioni, sentitevi liberi di confermarle o smentirle.

Prossimamente vi parlerò del #MyMiniMinubeTrip.

Le immagini della bandiera e dei Franchi Svizzeri sono state tratte da Google.


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