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Riparare: un’arte e l’arte di arrangiarsi!

Creato il 25 marzo 2020 da Morgatta @morgatta

Riparare: un’arte e l’arte di arrangiarsi!

Il “Riparare” fa parte delle 7 o ottomila “R” che sono alla base dell’economia circolare (all’inizio eravamo a tre, “Reduce, Reuse, Recycle”, poi sono state aggiunte anche Repair, Re-Think, refuse, repurpose…e ogni due per tre viene aggiunto qualcosa di nuovo

😉
). Eppure sembra che si faccia sempre prima a buttare e ricomprare che a riparare. Io non faccio testo, perché le mie riparazioni su certi capi somigliano sempre di più a dei tentativi di rianimare i morti (in realtà sono esperimenti di lunga durata sui miei capi preferiti per prolungarne la vita il più a lungo possibile), ma in generale non è che un buco ci autorizza a tirare via una maglia, vero?!? La malsana abitudine del sostituire il vecchio/rotto con il nuovo è sempre imputabile alla forma di consumo veloce secondo il quale “tanto il nuovo costa poco, cosa lo ripari a fare?“; oltre al fatto che si era sparsa la voce che le sarte “erano delle ladre” perché chiedevano ben DIECI EURO per fare un orlo o riparare uno strappo! Ed è proprio qui che vi voglio oggi, in queste settimane lente e casalinghe, per riscoprire l’arte del ripararsi le cose da soli (così vi dimostro che ci vuole pazienza, manualità e dedizione e la prossima volta alla sarta di euro gliene allungate anche 20)!

Riparare: un’arte e l’arte di arrangiarsi!

Nei tempi antichi, ma nemmeno troppo, riparare era un’operazione all’ordine del giorno. Le cose erano fatte per durare e non sarebbe stato uno strappo a segnare la fine di un capo/oggetto. Il kit del cucito era presente in tutte le case e tutte le signorine dovevano saper tenere ago e filo in mano (mia madre quando spiegavano queste cose era assente, nonostante sua nonna fosse sarta non ha mai imparato a cucire perché si annoiava…e infatti a casa mia i bottoni li attacca mio padre, da sempre)! Credo che quest’usanza sia andata svanendo con il tempo, così come quella di portare le cose ad aggiustare da persone di mestiere, i sarti e le sarte che con santa pazienza stringevano, scorciavano, trasformavano o riparavano capi. Sarà il caso di ricominciare? Ci si può arrangiare con tecniche basiche, sperimentare con vezzi creativi o ingegnarsi per apprendere antiche arti giapponesi.

L’arte di riparare

I Giapponesi, precisi e zen, di questa storia del riparare ne hanno fatto una filosofia di vita, quella del “wabi-sabi”, ovvero sapere cogliere ed apprezzare la bellezza nell’imperfezione. Da qui riparazioni che si vedono, riparazioni che diventano arte, riparazioni che rendono l’oggetto più bello di prima. Il Sashiko Stitching è una di queste arti praticabile a colpi di ago e filo. Letteralmente significa “piccole pugnalate” ed è una forma di riparazione visibile (basta con la convinzione che la riparazione non si deve vedere perché “fa brutto”) applicata su tessuto. Generalmente si fa con il filo bianco, ma via libera alla creatività. Come tutte le tecniche giapponesi ha bisogno di pazienza e dedizione, non si fa in due minuti se si vuole un bel risultato. Prendiamolo anche come meditazione cucita…;)

Serve: ago, filo, spille, forbici, tessuto per rattoppare

Riparare: un’arte e l’arte di arrangiarsi!

La guida passo passo la trovate qui. Chi ha pazienza si accomodi…

Riparare: un’arte e l’arte di arrangiarsi!

Questa tecnica era usata per il ri-assemblaggio di pezzi di tessuti. Una specie di patchwork multi-livello con queste cuciture a vista che somigliano più a ricami chiamata Boro (parola che denota capi di abbigliamento rattoppati con piccoli pezzi di tessuto sovrapposti e cuciti con punti sashikoù). Un tessuto prezioso composto di stracci; un controsenso all’apparenza, ma in realtà è una tradizione che racchiude un insegnamento che dovremmo rispolverare e fare nostro: “I Boro racchiudono i principi estetici ed etici della cultura giapponese come la Sobrietà e la Modestia (shibui), l’imperfezione, ovvero l’aspetto irregolare, incompiuto e semplice (wabi-sabi) e soprattutto l’avversità allo spreco (motttainai) e l’attenzione alle risorse, al lavoro e agli oggetti di uso quotidiano“. Impariamo…

L’arte di arrangiarsi riparando

Riparare: un’arte e l’arte di arrangiarsi!

Dal bottone che scappa al buco sul calzino, dallo strappo sui jeans al tessuto che si rompe…tutto è riparabile! (I capi di maglieria sono più complessi, meglio rivolgersi ad una magliaia, ma anche lì se uno è un po’ abile ce la può fare: tipo quando il gatto mi tirava i fili dei maglioni io prendevo il filo tirato, lo tiravo all’interno e poi ci facevo un paio di nodi…non era elegantissimo, ma funzionava)! Chi non si vuole cimentare con la pazienza giapponese è invitato a fare amicizia con ago e filo ed improvvisare amabilmente. Lo so, esistono punti classici, punti festone, la filza, il punto nascosto e pure l’avanti e indietro…(per queste cose esistono siti di sartine provette che vi danno tutte le dritte tecniche): io preferisco l’improvvisazione, l’estemporaneità, il provare senza voler la perfezione ad ogni costo ma cercando di raggiungere un obiettivo senza finire di distruggere tutto

😛
E vi dirò una cosa in più: le riparazioni invisibili non usano più; meglio sfoggiare con orgoglio un capo con una riparazione visibile
😉

Riparare: un’arte e l’arte di arrangiarsi!
Riparare: un’arte e l’arte di arrangiarsi!
Riparare: un’arte e l’arte di arrangiarsi!
Riparare: un’arte e l’arte di arrangiarsi!
Riparare: un’arte e l’arte di arrangiarsi!

Se non vi ho convinto con ago e filo, possiamo sempre metterci le care e vecchie toppe! (anche termo adesive) O delle brave sarte. Ma prima di buttare, pensaci due volte

😉
E per finire un paio di letture sull’argomento:

Fix Your Clothes, Sustainable Patching

Wear, Repair, Repurpose

-MENDIng matters

E voi come siete messi a riparazioni? Ne parliamo anche stasera in diretta alle 19.30 #sfashiontalkshow (sul mio instagram)

Riparare: un’arte e l’arte di arrangiarsi!


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