di Alberto Areddu
Pascolianamente avvolti nella soffice coltre invernale, l'egregio
Prof. Giovanni Ugas dell'Università di Cagliari, ci invita a regredire
con la mente nel nostro lontano passato, e per questo Illiricheddu (lo
spirito volante invocato) ha lasciato volentieri il passo a me (lo
spirito riflessivo suo alter ego).
Orbene, per quanto riguarda le osservazioni riguardo il popolamento
della Sardegna preistorica, nessuno qui nega l'esistenza in epoca romana
di gruppi territoriali indigeni magari l'un contro l'altro armati; sta
poi a noi vedere se non fosse una tattica romana (divide et impera)
quella di accrescere certe separatezze che il contatto col dominio
fenicio-cartaginese prima e le raffinate intrusioni (i nuovi fenici)
intra moenia, operate tramite i vari operatori di civilizzazione: i
sodali messapici (Buduntinenses), quelli falisci (quei sunt in Sardinia),
o i cafoni campani (i Patulcenses), già dovevano aver avviato sul
tessuto, a mio giudizio, un tempo unitario della Sardegna nuragica.
E
qui vengo alla sua tripartizione, di cui parla soprattutto nelle ultime
pagine del suo recente libro. Le mie osservazioni sulla toponomastica
paleosarda, che risalgono anche alle analisi del Pittau, NON rilevano
particolari diversità linguistiche nei vari territori sardi. Se prendo,
per limitarmi alla mia esperienza, ad es. la serie facente capo alla
base: Orol- (su cui ho recentemente pubblicato su Quaderni
Bolotanesi) vedo la sua diffusione (stando alla cartina più o meno
ufficializzata) sia in territori balari, sia sia iliesi. Potrei
estendere il mio dire alla correlazione Chilivani (balare) e Zeddiani (iolea/iliense: ah tengo a dire che non credo che iol- e il-
siano la stessa radice o parola). E potrei estendere le correlazioni ad
altre decine di tipi. Pertanto accetto l'esistenza di diversi
agglomerati territoriali, meno quella di genti linguisticamente non
comunicanti ed estranee le une alle altre. [Sighi a lèghere]